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Pensieri post-Olimpici sulla Cina
Di Giuliano Guzzo - 24/08/2008 - Attualitą - 1090 visite - 0 commenti
E così anche queste Olimpiadi sono giunte al termine, e le oltre 500 medaglie sono state tutte assegnate. In queste settimane di grande sport, sono nati miti che prima pochi o nessuno conoscevano; coi suoi 8 ori Michael Phelps è salito sul gradino più alto della storia olimpica, sorpassando i 7 conquistati da Mark Spitz a Monaco ’72, e Usain Bolt, giamaicano di appena 22 anni, è volato dove solo l’immaginazione poteva arrivare, facendo segnare record vertiginosi nei 100 e 200 metri, record che – assicurano gli addetti ai lavori – rimarranno per molto tempo, a patto che non sia lui stesso, l’unico che può farlo, a migliorarli ancora.
Noi italiani abbiamo conquistato 28 medaglie: 4 in meno rispetto a quelle di Athene 2004, ma abbastanza per continuare a credere in un futuro roseo del nostro sport.
Che cosa resterà di Pechino 2008? Difficile prevederlo. Di certo, come abbiamo detto, rimarranno le imprese, forse irripetibili, che alcuni eroi dello sport hanno consegnato alla storia.
Ma basteranno, queste pur esaltanti gesta, a seminare un po’ di cambiamento in terra cinese?
E’ questa, umanamente parlando, la domanda che più ci deve interessare. Harry Wu, il più famoso dei dissidenti cinesi, commentando le fastose ed opulente cerimonie d’inaugurazione dell’Olimpiade, ci invitava a non farci ingannare, perché lo spettro di Mao continua a vivere, e con lui il terrore degli oltre mille Lagoai, i campi di concentramento che larga parte dell’Occidente si ostina ad ignorare, imbavagliato com’è dai propri interessi economici.
Difficile dargli torto, se si pensa che ancora oggi, in Cina , per avere un figlio bisogna chiedere il permesso allo Stato, e ci sono qualcosa come 68 reati che implicano, per i colpevoli, la pena di morte. Nemmeno la magia dello sport, in casi come questi, può fare qualcosa. C’è anzi il sospetto che la Cina, superata dalle 110 medaglie statunitensi ma detentrice del maggior numero di ori olimpici, sia uscita rafforzata da questo evento. Tutto come prima dunque, se non peggio. Aggiungiamoci la complicata situazione internazionale che vede oggi protagonista una superpotenza come la Russia, e possiamo dire addio, per ora, ad ogni speranza di mutamento per la Cina.
Edmund Burke diceva che perché il male trionfi, è sufficiente che i buoni restino in silenzio.
Ora, è evidente come gli Stati democratici, America in testa, siano tutt’altro che stinchi di santo, ed è altresì evidente come, nonostante il colpevole silenzio dei “buoni”, qualcosa in Cina stia cambiando, sia pure silenziosamente. Basti ricordare le migliaia di conversioni religiose che, stando a quanto si dice, vanno diffondendosi a macchia di leopardo nel Paese. Va da sé che si tratta di un fenomeno clandestino, che la Cina politica si guarda bene dal riconoscere. Ma forse sono proprio queste leggere vibrazioni nei cuori dei cittadini cinesi, le più vere garanzie di un cambiamento futuro. Quei pochi che da noi studiano il caso cinese, queste cose le sanno bene.
Speriamo che l’Olimpiade, se non è riuscita a sfiorare l’impero comunista ospitante, almeno riesca ad incuriosire il mondo verso questo gigantesco Paese, così carico di lacrime e così desideroso di iniziare a correre davvero, ben oltre il proprio prodotto interno lordo, verso un cambiamento.
Che è certamente la più ambita delle medaglie.
 
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