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Le origini anglosassoni del nichilismo bioetico.
Di Francesco Agnoli - 23/11/2006 - Bioetica - 1702 visite - 0 commenti
Chi voglia capire cosa sta succedendo nel campo delle biotecnologie e delle nuove sfide in campo bioetico, ha scritto il celebre biologo gesuita Angelo Serra, deve guardare al Regno Unito e agli Usa: è da lì che partono le idee e le innovazioni in questo campo. Sì, perché il Regno Unito è la patria dell'eugenetica moderna, con le teorizzazioni di Charles Darwin e di Francis Galton, suo cugino; gli Usa sono il primo paese in cui l'eugenetica ha messo le radici, sino a stabilire per legge la segregazione e la sterilizzazione in massa degli "inadatti", dei poveri e degli immigrati, ispirando così le dottrine sulla razza della Germania nazista; Inghilterra e Usa sono i primi paese occidentali del dopo guerra ad introdurre l'aborto legale, ricorrendovi spesso per motivi eugenetici… L'Inghilterra, inoltre, è il paese in cui è nata la prima bambina fecondata in vitro, Louise Brown, nel 1978; è l'antesignana, insieme agli Usa, negli esperimenti di clonazione e lo Stato più aperto, in materia di legislazione, alla sperimentazione umana. Un motivo per tutto questo ci deve essere, e va ricercato nella storia del pensiero inglese, specie dopo il distacco dal cattolicesimo con la riforma anglicana di Enrico VIII. Occorre dunque ripercorrendo brevemente l'approccio alla scienza proprio di questo paese, a partire dal Medioevo. L’Inghilterra del XII secolo infatti è subito coinvolta in nuove importanti acquisizioni. Da una parte conosce Aristotele, che ad Oxford fu accolto molto presto e senza particolari resistenze, prima che a Parigi; dall’altra le conoscenze astronomiche, abacistiche, computiste e matematiche della Spagna islamica confluiscono nella scuola episcopale di Herford, per dare poi vita alla grande stagione scientifica di Oxford. “Da Walcher di Malvern (1091-1135) e da Petrus Alphonsi, attraverso Adelardo di Bath e Turkel, sino a Daniele di Morley, Roberto di Sareshel e Ruggero di Hereford, l’Inghilterra dotta aveva conosciuto l’uso relativamente rigoroso dell’astrolabio; aveva posseduto, rielaborato, corretto sull’esempio delle Tabulae di Toledo, nuove tavole astronomiche; era penetrata, pressoché un secolo prima di Leonardo Pisano, nella trattazione e nell’affinamento della tecnica abacistica; aveva conosciuto e rielaborato la traduzione del Compotus di Mariano Scoto e di Filippo di Thaon; aveva conosciuto Euclide e Al Kuwarizmi; si era spinta con l’audacia tutta pionieristica di Adelardo nella trattazione di questioni di filosofia naturale; aveva intrecciato rapporti con la medicina ed i medici arabi”(F. Alessio, "Rivista critica di storia della filosofia", n.12, 1957). In questo confluire di novità, di nozioni e di scoperte "pre-scientifiche", si segnalano in particolare i francescani, che portano nella loro stessa vocazione un'attenzione particolare alla natura, vista come creatura di Dio, e quindi come via per ascendere alla Sua conoscenza. Si segnalano in particolare il vescovo di Lincoln, Roberto Grossatesta, considerato uno degli inventori degli occhiali, ed il suo discepolo Ruggero Bacone, autore tra il resto di un trattatello, "De secretis operibus", in cui si prospettano invenzioni incredibili: macchine per la navigazione, senza rematori, macchine volanti, carri semoventi… Per la scuola francescana inglese, che ha il suo centro ad Oxford, Dio infatti è il “Numerator” e “Mensurator primus”, che ha costruito il mondo secondo principi matematici, linee, angoli e figure. Lo ha costruito a partire da una sostanza corporea straordinaria, la più simile all'essenza spirituale, e cioè la luce fisica. Intorno ad essa fioriscono così gli studi più vari, sulle lenti, gli specchi, l'arcobaleno, l'ottica geometrica, la prospettiva… Questi interessi naturalistici, non solo inglesi ma francescani in genere, contribuiscono senza dubbio a determinare in Europa una rivoluzione “realista” che passa dall’architettura alla pittura, alla scultura, alla concezione del lavoro, alla scienza. La luce fisica, esaltata nelle dottrine cosmogoniche, rappresenta la luce metafisica, l'illuminazione divina, nelle nuove strutture architettoniche, di tipo gotico, aperte alla luce e fondate su di essa. Nel campo della scultura i bassorilievi dei portali d’ingresso non portano più quasi esclusivamente le rappresentazioni del Padre, o dell’Apocalisse, tipiche dell'alto medioevo, ma lasciano posto alla manifestazione del divino nel mondo, agli episodi del Vangelo e degli Atti degli apostoli. La flora fantastica delle colonne e dei capitelli si trasforma nelle diverse specie di piante, realmente esistenti. Le nuove sculture, come sottolinea Duby, “si sono liberate dal muro, si muovono; avanzano sul davanti della pedana. Ognuno di questi personaggi assume un carattere. E’ possibile riconoscerlo, non solo per i suoi attributi tradizionali...Si riconoscono dall’espressione del volto. Si tratta di caratteri, di persone che respirano, il cui sguardo non è più rivolto verso l’interno dell’anima... Preceduto da questa coorte, l’uomo-Dio si trattiene sulla soglia a Reims, ad Amiens” e nelle altre cattedrali europee (G.Duby, "L’Europa nel Medioevo. Arte romanica, arte gotica", Laterza, 1991). In pittura, sotto l’influsso francescano, si abbandona l’iconografia rigida e compassata: viene perdendo importanza lo sfondo dorato bizantino, sinonimo di assenza di tempo e di spazio, e gli affreschi delle chiese narrano vive storie di santi e si popolano di immagini e movenze umane. L’azzurro e le nubi del cielo prendono il posto degli sfondi dorati: la storia assume un ruolo nuovo, rispetto all'eterno, perché anche le creature, i cieli, "narrano la gloria di Dio". Ugualmente penetrano nella cattedrale la celebrazione del lavoro umano, le scene di vita dei campi, le vetrate donate dalle corporazioni, su cui sono attentamente ed orgogliosamente disegnati i particolari dei vari mestieri. Il denominatore comune è nella riabilitazione della materia, e quindi del lavoro, della tecnica, delle arti dette servili, che è caratteristica sia di una contrapposizione anti-catara, che della connessa visione della creazione come vestigio di Dio. In quest'ottica la novità del pensiero francescano inglese sta anche nell’ “empirismo matematico”, nella ricerca scientifica non come pura speculazione, ma come funzionale “a far ricadere nell’esperienza”, nella tecnica pratica, le conoscenze astratte e teoriche. Secondo F. Alessio, ad esempio, Grossatesta cerca di incrociare il “piano matematico puro” e quello della “rude empiria” facendo “fermentare il motivo della efficienza e funzione pratica del sapere che era direttamente ricavato dal francescanesimo”; si incammina cioè, con tutte le caratteristiche del pioniere, sulla strada della futura scienza sperimentale e della rivalutazione delle “arti meccaniche”, una strada certamente antitetica a quella indicata dalla gnosi, in linea generale, e dai contemporanei catari, avversi alla vita e ad ogni sua manifestazione, dal matrimonio al lavoro, in particolare. Ma questa "empiria" grossatestiana, nata da una ammirazione contemplativa per la natura, e dalla meditazione profonda dei due libri, quello biblico e quello naturale, è destinata a sfociare, negli anni, in direzioni assolutamente non previste. Bisogna forse partire, per comprendere la svolta, da Francesco Bacone, un inglese del Cinquecento, figlio del Lord Guardasigilli della regina Elisabetta. Siamo cioè nell'Inghilterra anglicana, in cui potere spirituale e temporale si fondono nella figura del sovrano, e la religione, da cattolica, universale, diviene statale, nazionale, fortemente antipapista. "Alla corte di Elisabetta -scrive Paolo Gulisano nel suo "Chesterton e Belloc" (editrice Ancora)- si affollavano maghi, alchimisti e cantori di una nuova età dell'oro che avrebbe dovuto giungere attraverso la Regina Vergine, che doveva soppiantare nella sua magnificenza il culto alla troppo umile Vergine di Nazaret, la nuova dea della giustizia o, come era conosciuta nell'antichità, Astrea". Francesco Bacone scrive e discute di scienza in quest'epoca, ma senza apportare nulla di concreto alla vera ricerca, anzi lasciandosi sfuggire, come scrive Bertrand Russell, "la maggior parte di ciò che si faceva ai suoi tempi nel campo della scienza". Bacone, che respinge ad esempio la teoria copernicana, anche nella versione data da Keplero, usa accenti enfatici, quasi mistici, sui poteri della scienza e sull'idea di progresso da lui formulata. Questo si coglie specialmente nella sua "Nuova Atlantide", descrizione di una città iniziatica ideale, detta Bensalem, in cui vivono scienziati-sacerdoti, capaci di tutto, "per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo". Studiano il "prolungamento della vita", la "generazione aerea", la "continuazione della vita quando diversi organi sono morti e asportati, la resurrezione di corpi che all'apparenza sembrano morti", la possibilità di rendere "fecondi o sterili", la creazione di "numerose specie di serpenti, vermi, insetti e pesci da sostanze in putrefazione"… . L'atmosfera dell'isola è completamente magica, misticheggiante; il linguaggio ricco di allusioni simboliche, numerologiche, alchemiche ed astrologiche. Gli scienziati-sacerdoti tengono "consultazioni per decidere quali scoperte ed esperienze realizzate possano essere rese note al pubblico e quali no", e vivono sconosciuti al resto del mondo, quasi "nel grembo di Dio". C'è dunque, in tutta l'opera, un interesse per le scoperte scientifiche di tipo magico, tanto che compaiono immagini care, quasi contemporaneamente, al mago Paracelso, colui che voleva creare l'homunculus tramite putrefazione di seme umano. Sapere, per Bacone, è essenzialmente potere. E il potere viene effettivamente cercato, nella sua vita, al punto che il già citato Russell afferma: "Bacone avrebbe fatto meglio ad occuparsi meno del successo mondano". Il filosofo inglese, finito sotto processo per corruzione, muore nel 1626, dopo aver sperimentato la capacità del freddo di arrestare il processo di putrefazione di un pollo. Esperimento che prelude, forse, ad un tentativo di controllare la vita, analogo a quello della odierna crioconservazione degli embrioni, o alla scelta di alcuni personaggi di farsi crioconservare, ad Alcor, in America, per poter poi risorgere? Non lo sappiamo. Certo è invece il fatto che Bacone propugna in qualche modo un'idea di scienza staccata dalla morale, dal senso del limite, dal tradizionale timor di Dio, slanciata verso un progresso che si ritiene infinito. Una scienza, per così dire, "soprannaturale". Dopo di lui la filosofia inglese conosce l'empirismo, che nega la metafisica, e accantona il concetto di Dio creatore. Per Hobbes, nato a Malmesbury nel 1588, tutto è riconducibile ad un corporeismo meccanicistico in cui non c'è posto per la libertà come possibilità di scelta e neppure per i valori assoluti: bene e male non esistono di per sé, ma sono relativi, dipendono dalla percezione che ne hanno le singole persone. Per questo variano di continuo. E' questa una visione che evidentemente, applicata in campo scientifico, apre la porta all'eliminazione di qualsiasi vincolo morale: la scienza non è più, come ogni realtà, buona se usata bene e cattiva se usata male, ma buona o cattiva a seconda di come la intende chi se ne serve, di volta in volta. Questa concezione viene rafforzata dall'opinione di David Hume (1711-1776), sia nella sua negazione delle idee universali, sia nella sua concezione secondo cui "la ragione è, e deve solo essere, schiava delle passioni, e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di obbedire ad esse". In età illuministica l'accantonamento di un concetto chiaro di Bene e di male prosegue con l'affermarsi del deismo, e cioè della credenza in un Dio che non si occupa dell'uomo, e che quindi, pur essendo il Legislatore nel mondo fisico, non lo è in quello morale. In quest'epoca compare anche la figura di Malthus, un pastore protestante il cui padre era stato discepolo del francese Condorcet, uno dei maestri del progressismo acritico di stampo illuminista. Malthus è conosciuto come il grande sostenitore del controllo delle nascite: vi è nella sua teoria un cardine del pensiero moderno, che consiste nel fatto che l'uomo non è più visto come pro-creatore, all'interno di un progetto divino in cui conserva la sua libertà, ma come unico signore del processo riproduttivo. Non è cioè dipendente da una Origine, ma origine egli stesso. Questo concetto aprirà a epigoni malthusiani coerentissimi, pronti a sostenere l'importanza di carestie, guerre, malattie, sterilizzazioni forzate, come strumenti di controllo delle nascite, o per dirla col Papini, interventista nella I guerra mondiale, per spazzare via dalla tavola quelle troppe persone che vivono per il solo fatto di essere nate (Lacerba, 1914). Dopo Malthus occorre citare, brevemente, Herbert Spencer (1820-1903), che propugna, prima di Darwin, una concezione evoluzionistica che influenzerà anche il famoso naturalista. Nel suo "L'ipotesi dello sviluppo" Spencer parla di una evoluzione dell'universo e di una evoluzione biologica che hanno i caratteri "divini" della necessità: siamo di fronte al tipico ottimismo positivista, deterministico, in cui la libertà è negata, ma il progresso, quello materiale, al contrario, assicurato e senza limiti. "L'evoluzione (per l'uomo)- scrive- può terminare solo con lo stabilirsi della più grande perfezione e della più completa felicità". Si tratta evidentemente di una religione laica, in cui la Salvezza, certa, è garantita dal tempo, senza collaborazione dell'uomo, che, naturalmente buono, è chiamato solo a marciare verso il paradiso terrestre, la felicità completa, da consumarsi nella dimensione terrena. Non siamo, a ben vedere, molto lontani dalle prospettive di Francesco Bacone. Pressochè contemporaneo a Spencer troviamo Charles Darwin (1809-1882), le cui teorie evoluzionistiche rappresentano ancor oggi un dogma, sempre in attesa di conferme che non giungono, della moderna religione dell'uomo. Quello che interessa, brevemente, è il concetto, ancora, di progresso e di evoluzione, che così bene si combina col pensiero della sua epoca, ormai abituato a fare dell'uomo il salvatore di se stesso. In particolare, per il nostro argomento, è importante lo spazio dato al caso ed alla selezione naturale. Dal pensiero di Darwin derivano infatti, storicamente, nella rielaborazione non sua originale ma di suoi epigoni, la prevalenza della specie e di riflesso della comunità, e quindi dello Stato, sull'individuo; la lotta tra le nazioni come lotta per la sopravvivenza; la diversità tra i gradi di evoluzione raggiunta dai diversi popoli, per cui alcuni sarebbero superiori ed altri inferiori… Soprattutto, la non distinzione tra diritti dell'animale e diritti dell'uomo: per una inesorabile legge di contrappasso l'assolutizzazione-divinizzazione dell'uomo, ottenuta negando il Dio Creatore, si risolve nel declassamento a semplice prodotto di evoluzione biologica, al pari degli animali. Di qui le moderne teorie, ad esempio di Peter Singer, sulla maggior dignità degli scimpanzè o di altri mammiferi adulti rispetto ai neonati! Un' applicazione dell'evoluzionismo darwinista è anche quella proposta da Francis Galton (1822-1911), cugino e discepolo di Darwin, colui che conia la parola "eugenetica". Costui ritiene che la selezione naturale presente in natura vada in qualche modo aiutata. Scrive: "Se venisse speso in provvedimenti per migliorare la razza umana anche solo un ventesimo dei costi e dei sacrifici che si spendono per migliorare la razza dei cavalli e dei bovini, che galassia di genii potremmo creare! Potremmo introdurre nel mondo profeti e gran sacerdoti della civilizzazione così come ora possiamo moltiplicare gli idioti mettendo insieme i cretini" (citato in Cascioli e Gaspari, "Le bugie degli ambientalisti", Piemme, 2004). Per questo Galton si fa sostenitore, ad esempio, di un'eugenetica "positiva", proponendo matrimoni selettivi. Teorizza inoltre "l'inferiorità genetica di diverse razze, tra cui i neri e gli indiani d'America" (Cascioli-Gaspari, op.cit.). Sarà Leonard Darwin, figlio di Charles, a promuovere l'eugenetica "negativa", e cioè il divieto ai deboli di riprodursi. E' aperta la strada ad un fenomeno destinato ad accadere, di qui in avanti, in molti paesi, e non solo, come si è soliti credere, nella Germania nazista: la sterilizzazione forzata di determinati personaggi ritenuti non adatti. Il darwinismo, inoltre, viene a combinarsi dal principio con le teorie malthusiane per teorizzare una dottrina eugenetica basata sul concetto per cui “l’uomo è un animale e il progresso razziale deve essere fondato sulle leggi biologiche”. Ne derivava l’esigenza di migliorare la razza e di eliminare una presunta sovrappopolazione attraverso la sterilizzazione di pazzi, epilettici, poveri, criminali, non impiegabili, barboni. Con un balzo temporale possiamo passare al Novecento, e precisamente all’inglese Aldous Huxley, figlio di un famosissimo biologo darwinista e fratello del premio Nobel per la scienza, Julian Huxley. Costui descrive nel suo romanzo “Brave New World” (1932) la società del futuro, quella che egli crede potrà essere la società del futuro. Si tratta di un’opera che godrà di fama immensa, un testo capitale della letteratura inglese, accanto e simile a “1984” di Orwell. Descrive un mondo i cui abitanti sono rigidamente controllati, manipolati, soggiogati dal potere in ogni aspetto della loro vita. La riproduzione stessa è sottoposta ad un controllo centralizzato, gli ovuli fecondati in vitro, in provetta, vengono conservati artificialmente. La nascita è quindi anonima (non esiste più la famiglia), e può essere plurigemina, con la capacità di ottenere fino a novantasei gemelli identici da un solo uovo (clonazione). Le conoscenze genetiche permettono di studiare la riproduzione a tavolino e di creare caste di uomini superiori, fisicamente e intellettualmente, e, agendo sulla ossigenazione del cervello durante il processo di sviluppo dell’embrione, di uomini inferiori, pronti ad obbedire ed eseguire i lavori più umili. Il numero dei cittadini è fisso. L’intensità demografica viene controllata attraverso: la sterilizzazione forzata di un numero consistente di donne; le cosiddette “cinture malthusiane”, contenenti mezzi contraccettivi; un “centro di aborti” la cui attività appare alacre, visto che la castità è considerata una perversione; una sorta di eutanasia e altri provvedimenti analoghi. La base ideologica è fornita dalla educazione sessuale nelle scuole, che elimina ogni “tentazione” alla famiglia promuovendo rapporti precoci, occasionali e continui. Sulla tematica del controllo demografico Huxley ritorna in “Brave New World Revisited” del 1958, dimostrando che la distopia, il mondo da incubo descritto nel precedente romanzo, non gli appare come tale in tutti gli aspetti: “Nel mondo nuovo della mia favola era ben risolto il problema del rapporto fra popolazione umana e risorse naturali. S’era calcolato il numero ideale per la popolazione del mondo e si provvedeva a contenerlo entro quel limite... Ma nel mondo vero contemporaneo non si è risolto il problema della popolazione”. Il problema del sovrappopolamento, scrive Huxley, è capitale, la popolazione attuale, due miliardi e ottocentomila persone nel 1958, eccessiva, e non esistono “l’intelligenza e la volontà che quasi mai ritroviamo nel formicaio di analfabeti che popolano il mondo”, per attuare “il controllo delle nascite”. “Forse non è impossibile la gestazione in vitro come non è impossibile il controllo centralizzato della riproduzione; ma è chiaro che per molti anni a venire la nostra rimarrà una specie vivipara, che si riproduce a casaccio”, laddove invece la dittatura del Mondo Nuovo sarà forse eccessiva, ma efficace. “Il nostro sregolato capriccio non solo tende a sovrappopolare il pianeta, ma anche, sicuramente, a darci una maggioranza di uomini di qualità biologicamente inferiore”. È evidente che l’Huxley sta dalla parte del grande dittatore; è evidente il suo disprezzo per l’umanità “formicaio di analfabeti”, che si riproduce “a casaccio”, secondo uno “sregolato capriccio”; che abbisognerebbe quindi di un “ordine”, di un controllo dall’alto, dell’intelligenza superiore, imposta con la violenza, con l’inganno, con la tecnologia, di uomini “illuminati” come lui. Al fondo vi è la teoria darwiniana della selezione naturale che Aldous eredita dal padre e dal fratello, e che lo porta, pur fra molte ambiguità, a chiedersi, nel “Brave New World Revisited”, in un capitolo intitolato “Qualità, quantità, moralità”, se i “mezzi buoni” dell’igiene e della medicina, portando alla salvezza di persone che altrimenti potrebbero morire, non raggiungano in fondo un “fine cattivo”, un male quale è il sovrappopolamento e “la progressiva contaminazione del fondo genetico a cui dovranno attingere i membri della nostra specie... Ogni progresso della medicina- continua- sarà frustrato da un corrispondente aumento del tasso di sopravvivenza degli individui che dalla nascita portano con sé una qualche insufficienza genetica... E che dire degli organismi insufficienti per condizioni congenite, che la medicina e i servizi sociali oggi salvano e lasciano proliferare?” Siamo così giunti all'epoca attuale in cui la scienza intesa come magia di Bacone si salda con l'empirismo, l'evoluzionismo progressista, l'ateismo, il deismo ed il materialismo, il relativismo etico di Hobbes, per giustificare, come dicevano gli scienziati della Nuova Atlantide, "il potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo". Così, solo così, solo in quest'ottica generale, aborto, sterilizzazioni, eugenetica, controllo delle nascite ed eutanasia, tutte espressioni di morte, possono andare perfettamente d'accordo, nell'ideologia di chi li propugna, nonostante l'apparente paradosso, con la volontà di generare ad ogni costo in provetta. Non è casuale, allora, come si diceva all'inizio, il ruolo pionieristico svolto dal Regno Unito nel campo dell'abbattimento graduale di ogni limite ai poteri della scienza. Simbolico mi pare il fatto che la prima bimba in vitro, la già citata Louise Brown, sia stata prodotta da due medici inglesi, che appartengono culturalmente al pensiero filosofico citato: Patrick Steptoe, esperto in aborti, e un ateo accanito come il biologo Robert Edwards. Anche nel campo della clonazione, si diceva, i britannici sono all'avanguardia, proprio per il concetto secondo cui nulla osta all'evoluzione infinita, al progresso immaginato senza limiti, alla autorealizzazione dell'uomo per mezzo di se stesso. Ne è espressione attualissima Mary Warnock, già presidente del "Comitato per la fecondazione umana e l'embriologia", sulle cui decisioni si è basata la legislazione inglese in materia di bioetica. Nel suo "Fare bambini" (Einaudi, 2004), la Warnock, che conosce e cita Hume, Darwin e Huxley, apre a qualsiasi possibilità: fecondazione omologa, fecondazione eterologa, accesso alla Fiv anche per le coppie che hanno volutamente oltrepassato l'età fertile, diagnosi pre-impianto, e cioè selezione eugenetica, adozione omosessuale ("non c'è prova che questi bambini sarebbero danneggiati per sempre"), autoinseminazione delle lesbiche, crioconservazione, banche del seme, utero in affitto o in prestito ("non sono sicura che la società ne avrebbe un danno"), fecondazione con seme di persona morta, clonazione riproduttiva. Quest'ultima è a momenti criticata, molto ambiguamente, ma in tanti punti difesa, con questa conclusione: "è forse un peccato che il Regno Unito si sia unito al resto d'Europa in una completa messa al bando della clonazione", che le sembrerebbe lecita, ad esempio, "nel caso di completa sterilità maschile". Questo anche perché "non esiste una prova certa che evidenzi come, per un particolare bambino (clonato, ndr), ciò risulterebbe essere uno specifico danno, o un danno più grande che nascere attraverso metodi artificiali all'interno di una coppia omosessuale". Riguardo alle mamme-nonne, oltre i 60 anni, la Warnock si dichiara invece "contraria", salvo poi affermare, con un relativismo che ha dell'incredibile, che basterebbe consigliarle "di andare all'estero per il trattamento, in Italia forse…dove fioriscono cliniche private e dove non c'è regolamentazione statale in merito a ciò che può essere tentato, almeno fino a che si paga per ottenerlo". Di fronte ad ogni possibile situazione la Warnock dimostra sostanzialmente di ritenere morale, o non immorale, tutto ciò che è fattibile. Facilitata, in questo, dalla totale cancellazione dei diritti del "terzo incomodo", l'eventuale bambino chiamato a nascere con modalità e in ambienti contro natura. Infatti a pagina 40-41 afferma chiaramente che il suo Comitato non ha mai preso in considerazione "seriamente" il "principio del bene del figlio", e a pagina 56 parla con disprezzo della "retorica del bene del figlio". Sono possibili disagi fisici, malformazioni genetiche, disagi psicologici, in seguito a Fiv, o agli sperimentalismi sull'uomo? Sì, dice la Warnock, possibili. Ma non è questo il punto per chi sia figlio della cultura relativista, materialista, darwinista, di cui si è detto. Così il figlio viene ridotto a diritto, a bisogno, a soddisfazione dell'io, a pretesa, a "curiosità", anche se a parole viene talora detto il contrario. Perché si vuole un figlio? Scrive: "Alcune persone, credo, vogliono figli per rivivere alcune esperienze infantili. Io sono sicura che ciò è stato parte del piacere avuto dai miei figli, se non la motivazione per averli. Altri, al contrario, desiderano essere capaci di fare per i propri figli meglio di quanto i propri genitori abbiano fatto per loro. La ragione più ovvia per il desiderio di avere figli è forse una forma di curiosità insaziabile: che cosa produrrà il rimescolamento casuale dei geni? Che cosa sarà riconoscibile e cosa no?". Occorrono commenti, di fronte ad un'idea così commovente di amore materno?
 
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