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Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio
Di don Massimo Vacchetti - 26/07/2008 - Religione - 3436 visite - 0 commenti

"Tutto concorre al bene di quelli che amano Dio". Quest’espressione di San Paolo ci accompagna durante questa XVI domenica ed è un regalo per la vita. Sì, perché se c’è una questione che a tutti sta a cuore è sapere il “perché delle cose”.

L’insensatezza ci è insopportabile. Il sol pensare che la vita sia un succedersi casuale di avvenimenti, peraltro il più delle volte faticosi e disagevoli, ci è di sconforto immane. Le parole del Macbeth di Shakespeare “la storia umana è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla” (Macbeth V,5) paiono a tutti intollerabili. Perché la nostra mente e il nostro cuore non può sopportare la totale casualità della vita. Sulla casualità recentemente si è espresso il nostro Cardinale Biffi quando ripensando alla sua vita e al susseguirsi di fatti, di incontri che ne hanno condotto l’esistenza dice che ciò che noi chiamiamo “caso” in realtà è un agire pudico di Dio. «La casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuole passeggiare in incognito per le strade del mondo».

Prima ancora che la fede, la ragione ci rende insopportabile pensare che esista il caso. La parola luminosa di questa domenica ci rivela, dunque, che non esiste il caso, ma tutto è ordinato al progetto di Dio che vuole instaurare il Suo Regno nei cuori e rendere manifesta la Sua Gloria: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. Non sempre ci è rivelato il “perchè delle cose”, eppure abbiamo – è la nostra ragione di uomini a esigerlo – bisogno che tutto sia connesso e quando ce ne avvediamo tutto diventa straordinario e pieno di commozione perché niente è andato perduto. “Tutto” serve. Nessun istante dell’esistenza è trascurato, nessun particolare della vita è censurato. “Tutto concorre”. Capite che la vita così come la vive un cristiano appare decisamente affascinante perché niente è insignificante. Persino il peccato e il male rientrano in questo progetto misterioso. Eppure quanta fatica a sopportare il male fisico e morale? Quanta apparente insensatezza ci appare nel male? Non ci sembra forse che la vita di Eluana sia del tutto insignificante e il suo un dolore assurdo per cui la forma più ragionevole per affrontarlo sia di sopprimerlo (il dolore) e sopprimerla (la vita)? Quante volte la malattia, la sofferenza, un imprevisto, un impedimento ci fanno pensare che Dio ce l’abbia con noi? Forse basterebbe che davanti ad ogni circostanza ci ponessimo domandandone il senso: “Signore, cosa vuoi chiedermi? Cosa vuoi che io faccia?

” I Santi – penso a Sant’Ignazio di Lodola - sono partiti da una condizione avversa per poi riconoscere, in quella dolorosa situazione, la provvidenza di Dio. Benedetta Bianchi Porro è una ragazza di Dovadola nel forlivese inferma in tutte le parti del corpo e cieca, con solo il palmo della mano recettivo e un po’ di fiato per poter comunicare. Legge su di una rivista la lettera di un ragazzo che si lamenta della sua condizione e gli risponde: “Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla fine dei secoli. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui per la salvezza". Christoph Probst insieme ai suoi amici costituisce il gruppo della Rosa Bianca con cui fanno opposizione al regime di Hitler che a parte loro e la Chiesa Cattolica di Germania non ha avuto molte opposizioni. I ragazzi vengono arrestati e uccisi. Nei giorni del falso processo, Christoph ha il tempo per ripensare alla sua vita e chiede di essere battezzato. Riceverà anche la S.Comunione e l’Unzione degli infermi. Scriverà una lettera commovente alla mamma: “Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio”. Il giorno dopo l’avrebbero ammazzato. A questo punto, mi limito a qualche brevissima osservazione: “Tutto concorre al bene”. Il bene non è il mio. Ciò che io desidero per me, non è sempre è bene. E se anche lo fosse non sempre è conveniente e utile per me. Il bene è quello di Dio. E’ Dio stesso. “Tutto concorre a Dio”. Christoph direbbe “La vita è stata un cammino verso Dio”. “Per quelli che lo amano”. Questa condizione è necessaria per non scivolare in un determinismo per cui qualunque cosa facciamo volgerà comunque al bene. No, non è così. La condizione perché ciò avvenga è l’amore di Dio che vuole che ciascun uomo sia salvato e l’amore dell’uomo verso Dio. Ecco perché il primo del nuovo comandamento impartito da Gesù recita: “Ama Dio con tutto il cuore, la mente e le forze”. Infine l’ultima breve annotazione riguarda quel sorprendente “noi sappiamo che tutto concorre al bene…”. Non è vero che io sia persuaso di questa verità. E allora, cosa significa “noi sappiamo”? Dobbiamo acquisire questa sapienza divina che l’apostolo per la relazione speciale con Cristo ha ricevuto. Quel “noi sappiamo” ci suggerisce che tale prerogativa sapienziale non appartiene al singolo, ma alla Chiesa nella sua interezza e nella continua assistenza dello Spirito con cui Cristo asceso al Padre promette di essere presente. Se Dio vorrà, nell’aldilà sapremo il senso di tutte le cose e la connessione tra loro, ma vivere sapendo che “tutto concorre al bene” è già una grande gioia. Sapere che in ogni avvenimento passa un sentiero che porta a Dio o dove Lui ci raggiunge è già una grande consolazione e forza.

 
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