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No del Pentagono al blitz
Di Rassegna Stampa - 19/07/2008 - Attualitą - 1118 visite - 0 commenti

Sembra ripetersi per l'Iran quanto già accaduto per la guerra in Iraq, allorchè Pentagono, Dia, Cia ed esercito erano contrari all'intervento armato.

Dal Corriere del 18///2008: Walzer: «I militari, contrari al raid, sono per il negoziato»

WASHINGTON — Reduce da una «vacanza di lavoro» in Israele, Michael Walzer si chiede che cosa abbia spinto il presidente Bush a prendere parte per la prima volta ai negoziati con l'Iran e a prospettare la apertura di una «sezione interessi » americana a Teheran. «Non escludo che si tratti di una mossa tattica, compiuta per convincere il mondo che gli Stati Uniti cercano una soluzione pacifica della crisi, e nel caso di un fiasco negoziale per giustificare un eventuale uso della forza», dichiara il filosofo politico. «Ma mi sembra più probabile che si tratti di un cambiamento di strategia, che Bush voglia raggiungere davvero un accordo con l'Iran. Lo attribuisco a una vittoria, almeno al momento, delle colombe sui falchi sia della nostra amministrazione sia degli Ayatollah a Teheran e alle pressioni della Ue e della Russia ». L'autore di «Guerra giusta e ingiusta » elogia «il passo in avanti del presidente», auspicando che, nonostante le gravi difficoltà, porti «a una svolta decisiva». La decisione di Bush la ha sorpresa?

 «Sì. Pareva che l'amministrazione pensasse che l'apertura di un dialogo e di una sia pure modesta rappresentanza diplomatica fosse un regalo al nemico, mentre è una necessità, e che negoziare senza pregiudiziali fosse una resa. Noi dialogammo persino con Stalin allo scoppio della guerra fredda, e il nostro recente accordo con la Corea del Nord ha dimostrato che è una strategia vincente. Credo che Bush ne abbia tenuto conto». Non è un ripensamento tardivo? «Meglio tardi che mai. Forse l'amministrazione ha capito che non c'era alternativa a uno sforzo negoziale, perché un attacco a Teheran avrebbe causato una nuova ondata di terrorismo, destabilizzato ancora di più i mercati petroliferi, forse scatenato una terza guerra dopo quelle dell'Iraq e dell'Afghanistan. Deve avere anche riflettuto sulla disponibilità del candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama a incontrare, se eletto presidente, il leader iraniano Ahmadinejad o il suo successore ». Condoleezza Rice è considerata l'architetto della distensione....

«Senza dubbio il segretario di Stato ne ha il merito maggiore ma credo che sulla decisione di Bush abbiano influito anche il ministro della difesa Bob Gates e l'Ue e la Russia, che negoziano con l'Iran. Gates è ferreamente contrario a un attacco ed è spalleggiato da tutto il Pentagono. E l'Ue e la Russia hanno offerto a Teheran garanzie e incentivi molto maggiori di prima e assunto un atteggiamento deciso che secondo me prima evitavano». Con l'approvazione del presidente? «Certo. La Rice firmò le loro nuove proposte e nella sua risposta il ministro degli Esteri iraniano Mottaki si rivolse anche a lei, non soltanto al negoziatore europeo Solana. Tutto indica che l'apertura è maturata nel giro di alcune settimane. Ciò mi induce alla speranza, ma bisogna che l'Occidente e la Russia presentino un fronte unito e il vecchio bastone delle sanzioni e la nuova carota delle concessioni siano impugnati con molta fermezza ». Lei si fida dell'Iran? «Fino a un certo punto. Ma al vertice della leadership religiosa iraniana c'è anche gente cauta e responsabile, e si sta offuscando la stella di Ahmadinejad, il cui mandato scadrà comunque l'anno venturo ». Lei è stato in Israele. E' vero che è pronto a bombardare l'Iran? «I militari hanno messo a punto un piano, ma per ora non c'è la volontà politica di attuarlo». E. C.

 
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