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La maternità come scelta d’amore
Di Irene Bertoglio - 21/04/2008 - Attualità - 1051 visite - 0 commenti
«Oggi prevenire l’aborto significa ricostruire vite che sono passate attraverso questa esperienza»: inizia così il terzo ed ultimo incontro organizzato dal CAV magentino dal titolo «Aborto e riconciliazione». Chiamata a testimoniare è la prof.ssa Elena Vergani, neuro-psichiatra, Docente dell’Università di Torino e Primario ospedaliero. La premessa fondamentale è che «per capire il post-aborto dobbiamo capire la maternità»: la cultura attuale compie un riduzionismo biologico, concependo la maternità solo in quanto gravidanza. È infatti davvero raro che oggi ci si soffermi sul percorso psicologico emotivo della donna, preso in considerazione soltanto nel caso in cui avvengano interventi terapeutici. Quest’immagine della maternità è limitativa, in quanto il fondamento di ogni rapporto è l’amore e la persona si realizza solo nella misura in cui ama: «la relazione materna è il prototipo dell’amore: “voglio che tu ci sia” è l’espressione più forte, perché è senza clausole». Il microcosmo madre-figlio esprime questo punto segreto dell’umanità: noi non siamo fatti per la solitudine, l’esistenza è reciprocità. Questo processo dell’interpersonalità non si improvvisa, anzi è delicato, è un continuo gesto di donazione nel quale la donna raduna tutte le sue ricchezze personali per donarle al bambino. Nonostante le pressioni della cultura della morte, il modello della madre autentica resiste, perché resta nell’uomo il senso di quella che dovrebbe essere la maternità: «parlare della maternità significa parlare dell’umanità». Quando, tramite l’aborto procurato, questo meccanismo di fiducia con la vita viene interrotto, «si apre una ferita, il grido di un’umanità violata, di un amore tradito!». Non si può apprezzare la vita dell’altro quando la si sopprime dentro di sé, come affermò in altre parole anche Madre Teresa: «Se continuiamo a sostenere l’aborto, come possiamo pretendere che non si faccia la guerra?». Quando la soppressione è considerata un servizio dovuto tutto è stravolto nelle sue fondamenta. Oggi dunque non basta solo prevenire l’aborto, ma bisogna anche ricostruire la vita dove esso è passato, creando così una sofferenza non solo psichica, ma intima, profonda. Ecco l’esperienza di una donna che, dopo l’aborto, vive adesso «come se quella scia di morte lasciata con l’aborto mi avesse completamente risucchiata e avvolta». Questa sofferenza e questo danno non riguardano solo i diretti interessati, ma ciascuno di noi, perché di fatto «toccano il senso che l’uomo ha del suo venire al mondo». Se tu parli di diritto di aborto vanifichi anche il mio valore, umili anche me! Come nel Vangelo, in quel passo in cui la donna dopo le doglie del parto, non afferma di essere felice perché è nato suo figlio, ma di essere felice «perché è venuto al mondo un uomo». La necessità allora è quella di un intervento non solo per il singolo caso, ma sul piano culturale ed educativo: «la madre va aiutata ad interpretare la maternità non come un fatto che le accade, ma come un fatto che lei fa accadere!». Nulla è così sacro come l’esperienza della maternità: tutto è per l’altro fino al sacrificio della vita. Nella ricostruzione del rapporto tra la madre e il bambino abortito è importante sottolineare che, togliendo la vita, non si è tolta anche la libertà al bambino di esistere: in qualche modo esiste, anche grazie a te che l’hai concepito; Dio non ha permesso che lui tornasse nel nulla perché l’amore è più grande del male e questo salva. Sapere che il figlio c’è non è una fantasia compensatoria, ma è la forte convinzione che «chi è stato chiamato all’esistenza non è perso».
 
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