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In nome di tutti coloro che non possono piu’ parlare
Di Paolo Zanlucchi - 31/03/2008 - Attualità - 1403 visite - 0 commenti

La fiaccola olimpica arriva a Pechino in un'atmosfera che ricorda molto da vicino il clima che George Orwell ha magistalmente descritto in "1984": città blindata, capi del partito a ricevere onori e Grande Fratello a controllare che nessuno disturbi i lustrini e le pailettes con manifestazioni di protesta pro-Tibet su quella Piazza Tienanmen simbolo di martirio e di libertà. A pochi mesi dalle Olimpiadi, il governo cinese è alle prese con un lavoro di radicale "pulizia" dei possibili oppositori o almeno disturbatori dei giochi; un'opera di maquillage che continua a lasciare il segno: sono stati intensificati i già severi controlli sulla libertà religiosa, in Tibet, ma anche contro i cattolici, ed è in atto un irrigidimento nei confronti di studenti, religiosi, insegnanti, scrittori, intellettuali in genere e delle loro famiglie. Per approfondire queste tematiche drammatiche, vi propongo un vibrante e toccante articolo di Toni Brandi, presidente della "Laogai Research Foundation Italia", apparso sulla rivista "Liberal" dello scorso 29 marzo.

In nome di tutti coloro che non possono piu’ parlare.

 Diciannove corrispondenti stranieri sono stati invitati in Tibet dalle autorità comuniste di Pechino. Le intenzioni delle stesse autorità cinesi erano quelle di tramutare questi giornalisti nel megafono della verità ufficiale, della versione dei fatti che il regime vuole offire al mondo. Davanti al tempio di Jokhang, santuario simbolo della fede tibetana, si scatena l’imprevedibile ed i corrispondenti stranieri vengono circondati da un gruppo di giovani monaci che li informano circa la vera natura di quel luogo di culto, covo temporaneo di falsi monaci ed agenti del partito. Inoltre, gli stessi denunciano le menzogne delle guide cinesi e gridano “Il Tibet non è libero”. La polizia cinese interviene, strattona i giornalisti ed arresta i monaci. La loro sorte sarà la stessa dei mille arrestati dei giorni scorsi, verranno imprigionati nelle prigioni e nei Laogai. In Tibet vi sono almeno 24 campi Laogai dove i Tibetani vengono detenuti, costretti al lavoro forzato e spesso uccisi. Drapchi, Chushur, Bomi/Powo, la prigione di Lhasa e Shengyebo sono alcuni tra i tanti Laogai stracolmi di patrioti tibetani. Sono ancora fresche nelle nostre menti le foto del massacro al Monastero di Kirti nella provincia tibetana di Amdo, che attualmente fa parte della provincia cinese del Sichuan.

Martedì scorso, 24 marzo, un altro giovane monaco di diciotto anni, Kunga, è stato ucciso a Drango dalla polizia comunista. E la persecuzione continua; ieri, 28 marzo alle 12,00, ora locale di Pechino, in Ngaba, la polizia comunista ha arrestato cento monaci dopo aver fatto irruzione nel loro monastero. Secondo il governo tibetano in esilio, i morti accertati ed identificati nelle rivolte in Tibet e nelle regioni limitrofe di Gansu, Sichuan e Qinghai sono ora almeno 140. E’ per loro che noi dobbiamo adoperarci ed agire. Non possono essere morti invano. I Giochi Olimpici, simbolo di pace e solidarietà fra gli uomini, non dovrebbero avere luogo in Cina. Sono stati gli interessi finanziari delle multinazionali e del regime comunista cinese a permettere questo paradosso. Il regime cinese non ha mantenuto nessuna delle sue promesse riguardo al miglioramento dei diritti umani nel paese asiatico. I Laogai, le migliaia di esecuzioni capitali con relative vendite degli organi umani, le centinaia di migliaia di aborti forzati e sterelizzazioni, la persecuzione di tutte le chiese e dei dissidenti sono alcune delle violazioni dei diritti umani perpretate dal regime comunista cinese e di cui i mass media parlano poco per non disturbare i commerci internazionali. E’ solamente grazie all’insurrezione tibetana ed al sacrificio dei giovani e monaci martiri che se ne parla, sempre in maniera esigua, oggi. Purtroppo, viviamo oggi in un mondo dove gli interessi finanziari ed economici sembrano predominanti. E’ veramente promettente osservare che esistono ancora persone che attribuiscono priorità a valori morali ed etici. Infatti, numerose sono le personalità che si sono espresse in maniera critica verso le Olimpiadi a Pechino. Fra queste il Principe Carlo d'Inghilterra, Spielberg, Mennea, Richard Gere, Ivana Spagna, Andrea Mingardi, Paul McCartney, Uma Thurman, Mia Farrow e Bernard Henry Levy. In questi giorni sta anche aumentando la lista dei politici che hanno deciso di non partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi : il premier polacco Donald Tusk, i presidenti ceco ed estone Vaclav Klaus e Toomas Hendrik Ilves, il vice Premier Belga Didier Reynders, il cancelliere tedesco Merkel, il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier e Hans-Gert Poettering, presidente del parlamento europeo, che ha giustamente invitato a Bruxelles il Dalai Lama e lanciato un appello ai leader europei perchè boicottino l’apertura dei giochi.

Allo stesso tempo molti sono gli ipocriti che cercano scuse ed alibi per far tacere la loro coscienza. Primi fra tutti il Presidente Bush, che, tuttavia, ha almeno avuto il coraggio di incontrare il Dalai Lama, il Comitato Olimpico Internazionale, il nostro governo ed il premier Gordon Brown che, per far piacere ai grandi sponsors olimpici, si comportano come se nulla stesse accadendo. Ho fede nella natura umana, che è espressione divina, e sono certo che il numero dei politici che non parteciperanno alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi aumenterà. Sono anche certo che i Tibetani non si arrenderanno; la loro battaglia per la libertà e la giustizia sociale è la stessa battaglia dei popoli della terra contro le multinazionali e le èlites finanziarie che spadroneggiano oggi nel mondo. Negli anni novanta ho avuto l’onore di conoscere alcuni superstiti dei Fratelli della Foresta, i partigiani Lituani, traditi dall’occidente, che combatterono fino agli inizi degli anni cinquanta contro i comunisti sovietici. Nei loro occhi ho potuto osservare che, anche se debellati militarmente, non si sono mai sentiti realmente sconfitti. Dopo meno di quarant’anni conquistarono la libertà. La stessa determinazione l‘ho riscontrata fra i miei amici Tibetani. E’ solo questione di tempo, il Tibet sarà libero, come il mondo sarà libero da questa ciurmaglia di voltagabbana ed ipocriti capital comunisti. Non andare all cerimonia d’apertura delle Olimpiadi è il minimo da fare... Lo dobbiamo a tutti quei martiri tibetani che non possono piu’ parlare ! Toni Brandi

 
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