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Seveso e l'aborto
Di Francesco Agnoli - 08/11/2006 - Attualitą - 1262 visite - 0 commenti

Ormai trent'anni fa, nel lontano 1976, nella cittadina di Seveso esplode un reattore dell’industria chimica Icmesa. Una reazione incontrollata produce vari tipi di diossine, nocive per l’ambiente e per gli abitanti dei dintorni. Chernobyl ha ancora da venire, ma la paura si diffonde in un attimo, amplificata dalla stampa e dall’inevitabile riflessione degli ecologisti, e non solo. Francesco Rocca, sindaco di Seveso a quel tempo, ha da poco scritto un diario di quegli avvenimenti, nel quale trovano spazio l’ansia per il futuro del piccolo paese, la paura per la salute dei suoi abitanti, ma anche la riflessione su un’altra clamorosa vicenda di quei drammatici giorni.

Quella della campagna mediatica, promossa da radicali, Udi, e gran parte della stampa, ad eccezione del giornale di Montanelli, affinché sia permesso alle donne incinte di Seveso e dintorni di abortire. Il clima è infuocato, e la sentenza è data per certa: chi non abortisce, partorirà mostri. Alcuni radicali arrivano addirittura ad agitare cartelli per le vie della cittadina, con la minaccia molto esplicita, affinché le gestanti "non facciano le sentimentali", e capiscano che è essenziale comportarsi da persone “mature”, “consapevoli”: altrimenti saranno malformazioni, tumori, deformazioni di ogni genere. Il quotidiano "la Stampa" propone l’aborto coatto per tutte le donne incinte; la Dc, dal canto suo, non sa che pesci e che posizione pigliare. Seveso diventa così il laboratorio di una nuova cultura: il bambino che forse nascerà malato, può o meglio deve, essere eliminato. Per il suo bene, e per quello di chi lo ha generato. Non è difficile immaginare, in questo clima, la paura delle gestanti: viene loro assicurato un dramma certo, e viene offerta, come unica soluzione sicura, l’aborto. Solo il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, si batte per offrire una possibilità alternativa: invita le donne che hanno paura di eventuali malformazioni a partorire ugualmente, e chiede alle famiglie di offrirsi per accogliere i futuri bambini malati. La sua prospettiva è quella della carità reciproca: la società, la comunità, è chiamata a farsi carico delle debolezze e dei dolori dei fratelli, non ad isolarli in una scelta solitaria e dolorosa. In realtà, a Seveso, malgrado il dramma, che non può essere negato, non muore nessuno, eccetto il direttore dell’Icmesa, ucciso qualche anno dopo dai terroristi di Prima Linea: vi sono, quello sì, serie paure per il futuro, e, sul momento, alcune bambine che giocavano nei pressi della fabbrica deturpate in viso dalla cloracne. Alla fine della vicenda, però, la gran parte delle donne incinte decideranno di tenersi il figlio. Saranno pochissime ad abortire, e lo faranno in nome di un principio non molto chiaro: la sentenza numero 27/1975 della Corte Costituzionale, infatti, permetteva il ricorso all’aborto terapeutico, ma non a quello eugenetico. A Seveso e dintorni i bambini nati dopo l’esplosione risulteranno sani, nella norma, anche dopo analisi nel lungo periodo. I feti abortiti, spediti in un laboratorio straniero per essere analizzati, non riveleranno alcun problema particolare: ma l’esito delle indagini rimarrà a lungo nascosto, tanto che ancor oggi, nell’immaginario collettivo, Seveso rimane una catastrofe di portata epocale. A conti fatti non si può non ricordare, quindi, che la battaglia per la legalizzazione dell’aborto avvenne in un contesto mediatico poco favorevole ad una riflessione approfondita. Si agì molto sull'onda dell'emozione, per i fatti di Seveso e per le cifre degli aborti clandestini, che si scoprirà poi, anche per ammissione di alcuni protagonisti dell'epoca, essere state volutamente gonfiate. Forse per questo si finirà per presentare l’istituzionalizzazione di una tragedia, l’aborto legale, come la soluzione di tutte le tragedie presenti e future. La legge 194, nel 1978, infatti, legalizza definitivamente l'aborto, anche se, almeno in teoria, a precise condizioni: vietati gli aborti eugenetici e l'aborto come metodo di regolamentazione delle nascite. In realtà, fatta la legge, e solo quella, nulla è risolto, dal momento che ogni aborto rimane per le madri un vero dramma, spesso con strascichi psicologici notevoli. Oggi sappiamo con certezza che l'aborto è talvolta utilizzato per motivi eugenetici, cioè per scegliere il figlio secondo determinati canoni: sono diversi i casi di coppie che selezionano il nascituro, scartandolo se affetto, ad esempio, da labbro leporino, o da altre anomalie minori. Inoltre i rapporti annuali del ministero della salute dimostrano che vi sono numerosi esempi di aborti ripetuti, come modalità contraccettiva, sino a cinque o sei volte. Bisogna poi aggiungere, come raccontato da Chiara Valentini su L'Espresso, che gli aborti clandestini non sono per nulla scomparsi, ma tendono anzi ad aumentare, insieme agli aborti compiuti su minorenni (parla chiaro il rapporto nati vivi-aborti, che è l'unico indice attendibile, e che risulta invariato da quasi trent'anni). Infine, un altro dato che fa riflettere, è quello secondo cui molte coppie non tengono il figlio per motivi di lavoro o economici. Le domande sono allora parecchie: si può risolvere un problema umano come una gravidanza inattesa, avendo come unica alternativa l'aborto? Quali altre possibilità sono offerte dallo Stato e dalla comunità, a sostegno della coppia e della famiglia? E' veramente "libera" una madre che si trova a dover rifiutare il figlio per motivi di lavoro, per la scarsa attenzione che esiste a livello sociale e politico per la maternità? E' lecito presentare come aborti terapeutici quelli in cui il figlio viene selezionato in base a criteri eugenetici? Perché le organizzazioni che offrono aiuto alle coppie in difficoltà sono spesso ostacolate, o comunque scarsamente considerate? Perché, comunque uno la pensi sulla liceità o meno dell'aborto, si fa così poco per rendere almeno questa scelta un' extrema ratio? E così poco per accompagnare le donne nel periodo del post aborto? A queste domande se ne aggiungono ogni giorno di nuove: è di pochi giorni fa la notizia della nascita di un bambino, a Barcellona, da un embrione congelato da ben 13 anni. Qualcosa di ancor più eclatante del bambino nato a suo tempo a Londra da seme maschile crioconservato da 21 anni. Dato però che queste tecniche sono sperimentali, e determinano una forte crescita di problemi genetici, neurologici e cardiologici, nei nuovi nati ("Le Scienze", settembre 2004; "Darwin", novembre-dicembre 2004), non stiamo forse andando verso una società schizofrenica, che elimina i figli "imperfetti", con l'aborto, per produrre poi, tramite la tecnologia, nuove creature malate? A questa, e a tante altre domande risponderà stasera (9 novembre) Tommaso Scandroglio, invitato a Trento dal Movimento per la Vita, in una conferenza tenuta presso l'aula magna dell'oratorio del Duomo, in via Madruzzo 45, alle 20.30, a Trento.

 
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