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Natale e dolore
Di Marco Luscia - 14/12/2007 - Attualità - 964 visite - 0 commenti
C’è ancora qualche cosa in questo luccichio natalizio che abbia la forza di stupirci? Un riflesso di quella verità e di quella bellezza che ci perseguita? come un’opera lasciata a metà che aneli al proprio compimento. Chi ci libererà dalla vuota retorica della politica con il carico di false promesse che porta con sé e il profluvio di parole sorde, mute, plumbee? Nulla più che suoni, capaci di strappare al nostro spirito soltanto l’ennesimo moto di disillusione. Chi ci libererà dalla rincorsa al privilegio, dal desiderio del posto in prima fila, dalla cieca speranza di vincere ad una delle innumerevoli lotterie, che tanto seducono? Chi o che cosa avrà la forza di accendere in noi il senso di una solidarietà che vibri di passione e di gratuità? Una poesia, un canto, una promessa d’amore, la vita di qualche disperato idealista? Ma non è oramai anche tutto questo, una semplice esperienza estetica? Chi ci libererà dalle occasionali campagne di improvvisate gare di solidarietà e dallo sfoggio dei buoni sentimenti che intridono falsamente il sorriso dei divi della televisione? Natale nelle chiese, rinnovo della nascita del Salvatore. Ma l’uomo d’oggi vuole essere salvato? L’uomo di oggi, non ripone forse tutta la propria vita nelle mani della scienza e dei piaceri consumati in fretta? Negozi, musica, cinema, specialità alimentari, viaggi… tutto assorbito e digerito in un attimo; con occhi, bocca, mani, udito. Dov’è Cristo adesso, perché io passa adorarlo e adorandolo ritrovare me stesso e ritrovare la mia strada, senza il timore essa sfoci in qualche buio anfratto senza uscita? L’altra sera abbiamo visto, per l’ennesima volta, dove conduce l’idea di una vita totalmente dominata dalla logica del profitto. Abbiamo visto negli occhi degli operai superstiti, dopo la tragedia di Torino, il pianto per i compagni bruciati nel rogo della fabbrica, di cui neppure dico il nome. Perché lo sfruttamento non ha nome, è semplicemente egoismo e male, anonimo. Come non hanno mai un volto i colpevoli, celati dietro sigle e funzioni, che rimandano all’infinito la responsabilità di tutto questo dolore. L’importante è farla franca e disporre di buoni avvocati: perché nelle pieghe della legge si trova sempre una via di fuga. Ma gli operai, quella via, non l’hanno trovata, anzi: le porte non si aprivano e gli estintori zampillavano da mille buchi l’acqua che avrebbe potuto salvare una vita. In televisione abbiamo visto la dignità del lavoro e la forza dell’uomo senza alcun paravento, senza alcuna maschera o cerone. Quegli operai erano veri, veri nel piccolo schermo dispensatore di illusioni. Così, per il tempo di una trasmissione, il sipario è caduto e il Natale, in mezzo a tutto quel dolore, mi ha parlato. Ha detto che ci sono milioni di famiglie sulla soglia della povertà; famiglie sfruttate, che per campare onestamente, sacrificano sul fronte del lavoro sottopagato e del profitto di pochi, il papà, o un sorella o un figlio. Il Natale ha detto che il mondo è pieno di “pastori”, di umili, di quel popolo della terra, che i responsabili della politica hanno dimenticato. E non sappiamo che farcene delle riforme elettorali o dei nuovi partiti se nulla cambia, anzi, se la vita va facendosi sempre più precaria. Il Natale ha parlato perché abbiamo provato sdegno, rabbia, voglia di giustizia. Perché abbiamo capito che l’uomo e la sua dignità non hanno prezzo; sono sacri. Questo hanno gridato gli operai feriti della fabbrica torinese; lo hanno fatto con i silenzi, con le parole, con la semplice presenza fisica dei loro volti sofferenti. E’ incredibile, ma ancora una volta il dolore e l’ingiustizia che si consuma ogni giorno invocano la presenza di una salvezza sempre di là da venire. Possiamo però ripartire da un dato comune a credenti e non: l’uomo non può essere mai sacrificato su nessuno altare; lo si chiami progresso, ideologia, flessibilità del lavoro. Prima di tutto questo, c’è lui: l’essere umano singolo, con la sua storia. E tutto, a lui, va riferito.
 
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