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Il caso polacco.
Di Francesco Agnoli - 23/11/2007 - Attualitą - 1169 visite - 0 commenti

Riporto un articolo scritto per il sito di Libertà e Persona dall'amico Marco Ceschi,storico, che era in Polonia al momento delle ultime elezioni. Come spesso accade quando devono trattare argomenti non molto graditi alle redazioni o che rischiano di incrinare “granitiche” linee editoriali, numerosi quotidiani italiani, anche tra i più quotati, perdono di colpo l’obbiettività giornalistica che, per lo meno i resoconti di cronaca, dovrebbero ancora mantenere. Questo strano fenomeno si accentua quando gli eventi in questione si svolgono a diverse centinaia di km di distanza dal nostro paese e magari offrono anche l’occasione per sfoderare un deciso attacco ai valori della tradizione cattolica e ci mancherebbe, ai suoi sostenitori. Nello specifico mi riferisco a come sono stati presentati i risultati delle recenti elezioni anticipate in Polonia dove, in seguito alla crisi del governo guidato da due anni da Jaroslaw Kaczynski, gemello del presidente della Repubblica Lech Kaczynski, i polacchi chiamati a votare hanno accordato fiducia al liberale Donald Tusk che col suo partito, Piattaforma Civica, ha ottenuto il 43% dei consensi mentre il partito dei gemelli, Legge e Giustizia, si è fermato al 31%.

I risultati parlano effettivamente chiaro, un partito di destra liberal moderato ha sconfitto nettamente la destra conservatrice. Le cose diventano interessanti quando sfogliando diversi articoli di giornali italiani (Corriere, Repubblica…) ho l’impressione di non aver capito nulla della Polonia, i titoli trionfalistici a favore di Tusk si sprecano, le accuse, le critiche a volte la presa in giro dei Kaczynski anche. Si inneggia ad un tanto atteso ritorno alla “normalità” della Polonia (da parte di quei giornali che fanno di tutto per contrastare tale concetto, capovolgendone spesso il significato e negando l’esistenza del suo contrario…), alla fine dell’oscurantismo clericale (i gemelli appoggiati da larga parte della Chiesa cattolica hanno sempre contrastato aborto, divorzio, eugenetica), ad una Polonia finalmente pronta ad aggregarsi al resto d’Europa sul treno del relativismo ed anti clericalismo, presentati ovviamente sotto la veste di “apertura ad una politica più europea, di modernizzazione ecc”. Leggendo molti giornali italiani in quei giorni si aveva la netta impressione che quella Polonia, sorta di “ultimo baluardo” dei valori della tradizione, esempio di società europea in cui le persone non si vergognavano della loro fede Cattolica ma anzi la testimoniavano ogni giorno, giovani inclusi, nella quale regnava ancora una certa semplicità e genuinità nei rapporti interpersonali e dove il concetto di Verità fosse ancora accettato e rispettato fosse sparita nel nulla.

Fortunatamente mi trovavo in Polonia proprio a cavallo delle elezioni per un soggiorno di studi che mi ha permesso di viaggiare tra Cracovia, Zakopane, Lublino, Zamoscz e Varsavia toccando tutte le principali città di quella che su molte guide e libri di storia è presentata come “la vera Polonia”, la parte cioè centro-sud-orientale del paese. Ebbene la situazione dal di dentro mi è apparsa subito molto diversa e fondamentalmente più complessa di quanto raccontato nel nostro paese. Senza dubbio la società polacca ha subito, a partire dalla fine degli anni novanta, dei profondi cambiamenti che hanno portato nell’ultimo periodo ad una grossa spaccatura generazionale ma non solo. La transizione post-sovietica era stata vissuta, specie nelle sue prime fasi, come un momento di grandissima unità nazionale, i polacchi riuniti attorno alle figure e al carisma di Papa Giovanni Paolo II e Lech Walesa avevano orgogliosamente alzato la testa contro il gigante russo favorendone la dissoluzione. I primi anni del post comunismo furono segnati da lunghe crisi economiche causate soprattutto dalle drastiche misure che i vari governi dovettero adottare per rispettare i criteri di adesione alla comunità europea (vertice di Essen 1994) e dalla conseguente instabilità politica che vide succedersi numerosi leader politici della sinistra più o meno radicale spesso costretti a frettolose dimissioni poiché accusati di corruzione o collusione con l’ex regime sovietico. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila i numerosi contributi all’economia giunti in Polonia dal resto d’Europa determinarono un periodo di buona stabilità e soprattutto decretarono nel 2004 la vittoria del “si” referendario per l’entrata della Polonia in Europa. Tutti questi avvenimenti sono all’origine dell’odierna spaccatura che divide la società polacca in due schieramenti ben distinti, da una parte vi è la Polonia “tradizionale”, vi fanno parte soprattutto le persone sopra i 40 anni, coloro che vivono nelle sterminate campagne o nei piccoli paesi e la cui attività principale è spesso l’agricoltura. Famiglie legate alle tradizioni, alla fede Cattolica, diffidenti verso l’entrata in Europa, verso le sue leggi e le sue imposizioni causa di un considerevole impoverimento degli occupati nel settore primario. Dall’altra parte vi è la Polonia dei più giovani e delle grandi città, studenti universitari o laureati impiegati nei settori commerciali e industriali, per loro l’Europa è soprattutto un’occasione di lavoro e benessere economico, la facilità con cui imparano le lingue, la disponibilità a spostarsi nei vari stati ne fanno impiegati o manager ideali, molte multinazionali attratte ancora dai salari convenienti stabiliscono le loro filiali nelle città polacche meglio servite dai mezzi di trasporto (vedi Cracovia e Varsavia) e offrono a questi giovani posti di lavoro sicuri e ben retribuiti. Il contatto con queste realtà più occidentali e liberali porta molti di essi a criticare l’ingerenza in politica della Chiesa Cattolica e a sviluppare una mentalità più occidentale, almeno in apparenza. Se queste sono le due Polonie che si sono affrontate nell’ultima tornata elettorale è chiaro che la vittoria è andata alla seconda. La partita si giocava però su istanze per lo più economiche, non etiche, non morali, l’apertura fatta verso l’Europa non sembra ancora essere di tipo culturale, anzi. La maggior parte dei giovani (tra i 20 e 30 anni) con cui ho avuto modo di discutere ha ammesso d’aver votato Tusk ma di non pensare assolutamente di mediare o indietreggiare su valori che ritiene fondamentali per la vita e la tradizione polacca. Aborto, divorzio, fecondazione, sono problematiche ben presenti a tutti ma ancora riconosciute come mali, nessuno si azzarda a dire che sono pratiche attuate a fin di bene, vi è una denuncia nei confronti di tali istanze non un adeguamento, “..perchè in fondo sono parte del progresso e della libertà degli individui..” come spesso si sente ripetere nel nostro paese. Ciò che ancora fa di gran parte della società polacca un tutto indivisibile è per il momento il rifiuto del relativismo radicale tanto di moda nel resto d’Europa, una consapevolezza che alcuni valori della tradizione Cattolica sono fondamentali e positivi, uno spirito d’appartenenza che supera il semplice nazionalismo e porta molti giovani a dire “..io sono nato polacco e sarò sempre polacco ovunque vivrò o lavorerò..”, sono fondamentalmente ancora dotati di quella cosa che l’Europa sta faticosamente e artificiosamente cercando di crearsi, dopo aver fatto di tutto per eliminarla, un’Identità comune e condivisa. I polacchi, giovani o vecchi, di destra o di sinistra, contadini o operai, si sentono ancora tutti polacchi. Nel corso della sua storia la Polonia ha dovuto affrontare numerose difficoltà che hanno spesso messo a rischio l’unità e la coesione di un popolo da sempre impegnato a mantenere con orgoglio la propria identità di fronte a potenze ben più attrezzate, basti ricordare i tentativi di espansione zaristi ad est, prussiani ad ovest nel corso dell’800 o il controllo sovietico del secondo ‘900. Mantenuta unita grazie anche all’efficace azione di collante della chiesa Cattolica, la Polonia si trova ora di fronte un nemico tra i più insidiosi, il benessere economico e l’apertura al modello occidentale. La sfida per i giovani polacchi sarà proprio quella di trasmettere alle prossime generazioni, quelle tradizioni, quei valori, quell’identità, quell’orgoglio, quello spirito d’appartenenza che oggi li rende, nel contesto europeo - occidentale, una piacevole e per molti scomoda “..anormalità…”. Ceschi Marco

 
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