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Una breve storia dell'istituto matrimoniale.
Di Francesco Agnoli - 29/06/2007 - Bioetica - 1797 visite - 0 commenti

"... non è inutile partire anche da una trattazione storica, per osservare come l'amore non sia qualcosa di già dato, di realizzato e compreso da subito, senza fatica, ma qualcosa che si apprende, nella vita personale, strada facendo, e nella nostra storia grazie a Qualcuno che ci ha insegnato, in sintesi, a capire noi stessi, la vera e più profonda natura dell'uomo.

Per l'amore è come per la libertà, che, paradossalmente, va sempre liberata, conquistata, approfondita. Nessuno è veramente, assolutamente libero. Nessuno ama con tutta la mente e il cuore, in modo pieno: tutti, al contrario, desideriamo e speriamo di raggiungere la Libertà e l'Amore totali. Veniamo dunque a qualcosa di concreto. Perché questi preti e questi papi, nel corso della storia, devono sempre intervenire in questioni che non li riguardano, loro che non si sposano, non convivono, non "pacsano" (alludo ai modernissimi Pacs), e non hanno neppure figli? E' una domanda che si può sentire, talora, anche in ambienti "cattolici", laddove il magistero laicista abbia fatto tabula rasa della conoscenza storica. Oppure laddove si stia perdendo, pian piano, il senso reale di cosa sia l'amore e di cosa esso significhi veramente.

Sarà bene ricordare, allora, quanto di razionale, di umano, di utile al vivere sociale vi sia nella nostra tradizione cattolica, alla cui costruzione hanno contribuito non solo uomini religiosi, ma anche tanti laici, tanti comuni battezzati e non solo. E' un fatto storico che la diffusione del cristianesimo nell'Impero romano trova sin da subito nelle donne il suo miglior alleato. Sono le donne, schiave o matrone poco importa, a lasciare per prime il paganesimo, per accogliere con gioia la "buona novella": proprio loro che nel diritto romano classico erano sotto perpetua tutela, legalmente incapaci, per tutta la vita (salvo qualche eccezione introdotta da Augusto). Certamente questa condizione di minorità toglieva anche all'uomo la possibilità di capire la sua stessa natura, il profondo desiderio del suo cuore. "Per la durezza del vostro cuore", dice Gesù al suo popolo, Mosè vi ha dato determinate leggi, che io sono venuto a perfezionare. Per capire questo concetto pensiamo al matrimonio ebraico prima di Cristo: oltre alla lapidazione, prevista per le donne adultere, vi era il divorzio, solo su iniziativa del marito. L'uomo poteva cioè utilizzare il libello del ripudio, per respingere la moglie, qualora essa avesse compiuto "alcunchè di turpe". E cosa si intendeva con questa espressione? Per la scuola del maestro precristiano Shammai, "alcunchè di turpe" alludeva all'adulterio, che diveniva quindi la possibile causa del divorzio. Per i discepoli di Hillel, invece, l'interpretazione era molto più ampia: anche una donna che avesse lasciato bruciare una pietanza poteva considerarsi passibile di ripudio! Poteva, questa visione, essere la trascrizione fedele, dal punto di vista istituzionale, della natura umana, e della pari dignità, spirituale, tra uomo e donna? Sicuramente no: per questo Cristo vieta la lapidazione e condanna il ripudio.

A ben vedere tutto il mondo antico, prima del suo avvento, conosceva una donna sottomessa: dove al ripudio, dove alla poligamia, dove a pratiche ancora più terribili, come l'uccisione delle vedove indiane sulla pira dei mariti defunti…Non cambierà nulla con la nascita, circa seicento anni dopo la morte di Cristo, dell'Islam: ancor oggi in alcuni paesi di cultura musulmana vigono la poligamia, la lapidazione, la mutilazione dei genitali per le donne, il burqa, il chador…Si pensi in particolare all'infibulazione: pratica antichissima, che si perde nella notte dei tempi, presente in gran parte dell'Africa ed in molti paesi asiatici, e che prevede la escissione parziale o totale dei genitali femminili esterni, tramite strumenti rudimentali, come coltelli da cucina, vetri o pietre taglienti. Con la conseguenza, come raccontano i missionari cattolici impegnati a sconfiggere questa crudele consuetudine, di emorragie, infezioni, dolori persistenti e maggior possibilità di essere contagiate dall'Aids.

Ancor oggi del resto, come pure nell'antichità, vi sono paesi non cristiani come la Cina e l'India in cui le donne vengono sistematicamente eliminate, con l'aborto selettivo o con l'infanticidio, proprio perché considerate inferiori, o comunque più dispendiose e meno "utili": "'Paga 500 rupie e risparmiane 50.000', si legge sui muri del distretto di Salem, in India. Tradotto, abortisci subito un feto femmina e risparmierai in denaro cento volte tanto". Secondo gli esperti il problema è talmente grave che oggi mancano all'appello, tra India e Cina, circa 90 milioni di donne, con conseguenze incredibili sul rapporto numerico maschi-femmine, oltre che, evidentemente, sull'economia e la società tutta.

Riprendiamo la ricostruzione storica. Gli stessi rituali di iniziazione alle varie religioni, come ha notato una famosa femminista come Eugenia Roccella, escluso il battesimo cristiano, sono sempre diversi, a seconda del sesso, a sottolineare così una presunta differente dignità degli iniziati. Col cristianesimo invece, e qui è la grande novità, di cui spesso non capiamo interamente la portata, l'uomo riconosce appieno la pari dignità tra i sessi e il significato dell'amore: viene invitato alla fedeltà, al sacrificio, alla pienezza del rapporto, in una parola alla monogamia, realizzazione concreta della pari dignità, della interdipendenza e della complementarità tra uomo e donna. "Nec domina nec ancilla, sed socia" ("né padrona, né serva, ma compagna"), scriveva riguardo alla donna un filosofo cristiano medievale, mentre d'altra parte gli stilnovisti parlavano addirittura di "donna angelo", di "mea domina", "monna", "mia signora". La monogamia (quella vera, che non prevede la possibilità del ripudio), dunque, pur affermandosi storicamente col cristianesimo, non è espressione di un modo di pensare tra tanti, ma è il riconoscimento di un ordine naturale che solo può garantire lo svilupparsi di una vera affettività. Un uomo e una donna, pari in dignità, si uniscono in matrimonio, per realizzare il proprio amore. Proprio come in natura, dove la singamia tra l'ovulo femminile ed un solo spermatozoo, maschile, tra milioni, è, appunto, una monogamia!

Si potrebbe anche aggiungere che il "matrimonio" tra ovulo e spermatozoo, che darà vita ad un figlio, esprime anche geneticamente la complementarità tra l'uomo, con i suoi 23 cromosomi, e la donna, con i suoi altrettanti cromosomi, per formare una nuova vita. Divagazione biologica, quest'ultima, che potrebbe sembrare superflua, se non ci fossero oggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, alcuni personaggi, che fanno gli scientisti a giorni alterni, e che poi rivendicano la naturalità e la bontà del "matrimonio" omosessuale, e dell'adozione di un figlio da parte di omosessuali e lesbiche. Mentre è chiaro, a chi semplicemente voglia osservare la realtà, che da due persone dello stesso sesso, e cioè non complementari né dal punto di vista degli apparati genitali (cioè biologicamente), né spiritualmente, non può nascere nessuno: sempre occorrono, per natura, un ovulo e uno spermatozoo, una Y e una Y, un uomo e una donna, e una unione fisica tra loro!

Se torniamo brevemente alla storia dobbiamo constatare che una volta riconosciuto il principio della fedeltà e del rispetto tra coniugi, la Chiesa non ha finito la sua missione: è sempre in agguato, nell'uomo, la tentazione a violare il buon senso, la natura, l'amore, persino con la violenza. Ecco così comparire, o resistere, come residui del mondo pagano, alcune convinzioni disumane o assurde: vi sono, nei primi secoli, vangeli gnostici apocrifi, condannati dalla Chiesa, come quello in copto di Tommaso, in cui si afferma che la donna, per diventare degna del regno dei cieli, deve divenire maschio: "Simone Pietro disse loro: 'Maria si allontani di mezzo a noi, perché le donne non sono degne della vita!'. Gesù disse: 'Ecco, io la trarrò a me, di modo da fare anche di lei un maschio, affinché anch'essa possa diventare uno spirito simile a voi maschi. Perché ogni donna che diventerà maschio entrerà nel regno dei cieli'". Il concetto tipico dei vangeli gnostici, che il celebre romanziere Dan Brown, nel suo "Il codice da Vinci", contrappone a quelli autentici, riconosciuti dalla Chiesa, è infatti piuttosto anti-femminile: al punto che di solito non si riconosce alla Madonna la maternità di Cristo, perché non si concepisce l'idea di un Dio che si incarni nel ventre di una donna! Sempre nel Vangelo apocrifo di Tommaso infatti si legge: "Quando vedete colui che non è nato da donna (ovvero Gesù ndr), prostratevi col viso a terra e adoratelo…".

In effetti non solo il vangelo apocrifo di Tommaso, ma gran parte dei vangeli e dei movimenti gnostici, di ispirazione manichea, sempre avversati dalla Chiesa, ebbero una visione della donna in sostanza profondamente negativa. Nella loro ottica infatti il mondo creato è opera non di un dio buono, ma di un dio malvagio, che ha imprigionato le anime nei corpi: ciò significa che l'aspirazione degli uomini dovrebbe essere non quella di gustare e di godere della vita, ma di sfuggirla, soprattutto non sposandosi e non procreando. Dare alla luce dei bambini, come fanno le donne, significherebbe infatti perpetuare l'opera del Dio cattivo, creatore dei corpi, che ama chiamare alla vita sempre nuovi "prigionieri".

Una simile concezione si diffuse particolarmente nel basso Medioevo tra gli eretici catari. Costoro erano divisi in due categorie, i Credenti e i Perfetti. Mentre i primi non erano tenuti obbligatoriamente alla castità, e potevano vivere con una donna, meglio se concubina, e cioè senza un legame forte e indissolubile, i secondi dovevano abbracciare la castità totale, e giungevano talvolta a lasciarsi morire di fame (endura), per "consumare già su questa terra la separazione dell'anima dal corpo". Sulla stessa scia gnostica, nell'Europa cristianizzata, compaiono più avanti filosofi assai stravaganti, dall'eretico Campanella in poi, passando per gli illuministi atei o deisti come Diderot, Restif de la Bretonne e Morelly, che cercano di riportarci, sostanzialmente, alla poligamia, con le loro comode e un po' maschiliste dottrine sulla "comunione di beni, di donne e di figli" (o con le loro idee sulla liceità dell'incesto, o sulla necessità per le donne sterili, come spiega Diderot nel suo "Supplèment", di indossare un velo nero che ne denunci pubblicamente la condizione!).

Non mancano neppure, sempre tra i cosiddetti "illuministi", i sostenitori del modello platonico-spartano, come Mably: secondo costui, nei suoi "Entretiens de Phocion", le donne vanno virilizzate a forza, tramite palestra ed esercizi militari, epperò "devono essere rigorosamente contenute nel recinto domestico, senza accesso alla vita pubblica dove farebbero solo danni". Mably è chiarissimo: "Bisogna decidere se farne degli uomini, come a Sparta, o condannarle al ritiro". E come tralasciare, infine, nella breve carrellata di folli concezioni anticristiane e disumane della famiglia o della donna, la visione di Fontenelle, probabile autore della "Historie des Ajaoiens"? Secondo costui la famiglia deve essere espropriata del suo compito educativo, e i bambini vanno consegnati allo Stato "che provvede con un'educazione uniforme e collettiva alla costruzione dei perfetti cittadini e perfette cittadine di Ajao". Importantissimo: che la donna sia tenuta lontana dalle occupazioni intellettuali, al punto di impedirle di imparare a scrivere!

 Eppure, di fronte a tutto questo, ci sarà sempre, per fortuna, qualcuno ad opporsi: per esempio il buon Francesco d'Assisi, cercherà di confutare i catari, esaltando la vita, e quindi anche il matrimonio e la procreazione, e celebrando, col presepio, la sacra famiglia e l'idea di un Dio che si è fatto uomo, e figlio. E poi non mancheranno i grandi poeti cristiani, Dante, con la sua Beatrice, Petrarca, con Laura, a proporre l'idea di un amore grande, fedele, totale: in cui la donna non sia mai bene di consumo, ripudiabile perché sterile, come ai tempi del codice di Robespierre, oppure ospite di un qualche harem o gineceo, o di qualche comune socialista, o di qualche bordello sacro, come quelli ideati da Charles Fourier, per dilettare gli abitanti dei suoi falansteri.

Ma senza arrivare a tanto, si può ricordare quanto raccontato dallo storico non cattolico Adriano Prosperi, nel suo "I tribunali della coscienza", o da Rino Camilleri, nel suo "La Santa Inquisizione". Ci sono ancora, in età cristiana, nel Seicento, sempre riaffioranti dal passato, matrimoni imposti dagli uomini con un semplice "bacio violento", bigamie o poligamie occulte, matrimoni forzati anche tra parenti, donne sterili ripudiate, promesse di matrimonio ("sponsali de futuro"), da parte dei maschi, che non sempre vengono mantenute (la donna viene magari abbandonata all'improvviso, una volta rimasta incinta, perché solo convivente, e quindi senza alcuna garanzia)… Tutte quelle perversioni, insomma, cui allude don Abbondio, usando male prescrizioni sacrosante, quando elenca a Renzo gli "impedimenti dirimenti": "cognatio, vis, ligamen, si sis affinis…". In questi casi la Chiesa interviene, con i suoi saggi divieti, per salvare la parte debole, e cioè solitamente la donna, e per rendere il matrimonio un patto chiaro, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, in cui nessuno possa fare il "furbo", prendersi gioco del prossimo. Così si afferma il matrimonio tridentino, al cospetto della comunità, consensuale e immediato: atto solenne in cui gli sposi assumono un impegno, una responsabilità, che è anche, da un punto di vista naturale, una garanzia per loro e per i loro figli. Anche a quest'ultimi infatti la cristianità ha sempre pensato, introducendo l'obbligo di mantenere anche i figli nati da rapporti adulterini, e creando quella grande opera di carità che furono le ruote degli esposti.

 Infatti il primo a contrastare per vie legali l'infanticidio, diffuso nell'antichità precristiana in tutti i popoli, fu l'imperatore Costantino, influenzato dal cristianesimo: "nel 1315 emanò una legge affinché il fisco soccorresse i bambini abbandonati o di genitori poveri; nel 318 condannò alla pena del parricidio qualunque infanticida" (Pietro Galletto). Ma soprattutto, come si è detto, la Chiesa stimolò col tempo la creazione delle ruote, per far sì che i bambini non voluti, invece che venir uccisi, venissero abbandonati, senza conseguenze giuridiche per i genitori. Venivano lasciati talora con qualche oggetto particolare, un nome, una moneta, un qualcosa che li rendesse riconoscibili, nel caso in cui i genitori, passato un periodo difficile, specie dal punto di vista economico, avessero voluto riprenderli.

Sulla ruota che li accoglieva, annessa solitamente ad un convento, vi erano delle iscrizioni, che alludevano, di norma, alla pietà ed alla carità. Su quella di Senigallia, invece, si poteva leggere: "Empio come il cuculo il padre genera ed abbandona i figli che codesta ruota accoglie come illegittimi". A Napoli queste creature venivano chiamate "figli della Madonna" e godevano di particolari privilegi. Non è facile ricostruire una storia degli abbandoni, ma sembra che l'età rinascimentale sia stata caratterizzata dal fiorire dei brefotrofi, e dalla graduale crescita delle esposizioni, mentre quella della Controriforma, più religiosa, "vide gli abbandoni diminuire o stagnare".

Poi le esposizioni crebbero nuovamente, sino al picco raggiunto nell'Ottocento, dopo Rivoluzione francese laicista e campagne napoleoniche. Nel 1836, per fare un esempio, vi erano in Molise 1,58 esposti su 100 nati, mentre a Napoli città ve ne erano 9,06: oggi, in epoca di maggior ricchezza e benessere, abbiamo ben 25 aborti ogni 100 parti! La grande funzione delle ruote è testimoniata ancor oggi dall'esistenza di cognomi che ne ricordano la funzione: Esposito, degli Esposti, Fortuna, Proietti, Trovato, Trovai…. Ma torniamo alla storia del matrimonio. Alla fine del Settecento, dopo la temperie illuminista e le idee sulla famiglia cui si è accennato, compare sulla scena Napoleone Bonaparte, il campione degli ideali rivoluzionari e dello Stato laico moderno, il nemico acerrimo della Chiesa (arrivò ad imprigionare ben due papi): la nuova visione della famiglia viene "finalmente" codificata.

Infatti il Codice civile del 1804 impone un "trattamento iniquo per i figli naturali", "allontanati dalla famiglia a salvaguardia dei diritti dei figli legittimi" e introduce, al titolo VI, la possibilità del divorzio: "è qui che l'ineguaglianza dell'uomo e della donna, così viva in quasi tutto il codice, tocca un grado d'ingiustizia rivoltante… In caso di adulterio provato della moglie, il marito può far rinchiudere la colpevole in una casa di correzione per un tempo variabile tra i tre mesi e i due anni… Al contrario, se il marito è reo confesso di aver coabitato con la concubina nella casa coniugale, è passibile soltanto di una ammenda da 100 a 200 franchi. Se il marito, sorprendendo la moglie in flagrante delitto d'adulterio, commette un assassinio, il codice lo ritiene scusabile. In circostanze analoghe, un assassinio commesso dalla moglie è ritenuto senza scuse". In realtà la visione del matrimonio introdotta in Europa, dopo secoli di matrimonio indissolubile, da Napoleone, è dovuta, forse più che a reali convinzioni filosofiche sulla bontà del ripudio, in buona parte alla sua delusione nei confronti della infedele moglie Giuseppina.

Succede così un po' come ai tempi di Enrico VIII, il re inglese che pur di poter ripudiare la propria moglie, Caterina d'Aragona, solo perché incapace di donargli un figlio maschio, rompe col papa e dà vita ad una nuova religione, l'anglicanesimo, salvo poi sposarsi parecchie altre volte, eliminando via via le mogli "inutili". Questo è tanto vero che Napoleone affida una volta ad un consigliere questi pensieri: "Il divorzio doveva esserci nella nostra legislazione, la libertà dei culti lo reclamava. Ma sarebbe un gran guaio se entrasse nelle nostre abitudini. Cosa è una famiglia disciolta? Che cosa sono gli sposi che, dopo aver vissuto nei legami più stretti che la natura e la legge possano formare fra due esseri ragionevoli, diventano ad un tratto estranei l'uno all'altro, senza neanche potersi dimenticare? Cosa sono i bambini che non hanno più un padre, che non possono confondere in un solo abbraccio gli autori dei loro giorni, i bambini che sono obbligati ad amare teneramente e a rispettare ugualmente tutti e due i genitori e che sono invece, per così dire, costretti a parteggiare per l'uno o per l'altro di essi, e non osano rammentare in loro presenza il disgraziato matrimonio di cui essi sono il frutto? Ah! Guardiamoci bene dall'incoraggiare il divorzio! Di tutte le mode sarebbe la più funesta. Non imprimiamo il marchio della vergogna a chi ne fa uso, ma compiangiamolo come un uomo cui è capitata una grande sventura".

Dopo l'illuminismo, il periodo napoleonico, e il fermentare della nuova visione del mondo, sempre più atea e meno cristiana, si giunge al Novecento: arrivano il comunismo ed il nazionalsocialismo, con l'introduzione del divorzio, dell'aborto, e degli accoppiamenti forzati, decisi dallo Stato nazista. F. Navailh, in "Storia delle donne, Il Novecento", riferendosi alle conseguenze delle leggi anticristiane di Lenin sulla famiglia, scrive: “L’instabilità matrimoniale e il rifiuto massiccio dei figli sono i due tratti caratteristici del tempo. Gli aborti si moltiplicano, la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti. Gli orfanotrofi sommersi, diventano dei veri mortori. Aumentano gli infanticidi e gli uxoricidi. Effettivamente i figli e le donne sono le prime vittime del nuovo ordine delle cose.. I padri abbandonano la famiglia, lasciando spesso una famiglia priva di risorse”.

Gli effetti di tale politica divorzista ed abortista si vedono ancor oggi: basti pensare quanti e quanto grandi sono gli orfanatrofi negli ex paesi comunisti (Romania, Ucraina, Bielorussia, Russia…). Nell'Italia fascista, invece, grazie alla presenza forte dei cattolici, cose simili non accadono: eppure anche la politica familiare di Mussolini è avversata dal mondo ecclesiastico, a differenza di quanto comunemente si creda. Lo spiega bene Giulia Galeotti, nel suo "Storia dell'aborto", allorché ricorda l'ostilità della Chiesa alla concezione fascista secondo cui "il numero è forza" e i figli devono essere tanti, perché serviranno lo Stato, pagheranno le tasse e saranno soldati (la "maternità intesa come patriottismo"). Questa concezione, infatti, deriva al fascismo non dal cattolicesimo, non dal medioevo oscuro, ma da una visione illuminista e poi ottocentesca, diffusa da non cattolici come Diderot, Giuseppe Compagnoni, Peter Frank e tanti altri.

Secondo il Frank, ad esempio, "la donna gravida non è più semplice moglie del cittadino, ma in un certo modo proprietà dello Stato". In tutti questi casi di cui ho parlato, contro le aberrazioni dei vari filosofi o dei vari regimi, la cristianità si oppone, a difesa dell'uomo, di ogni uomo. Per questo, anche oggi, la Chiesa non può fare a meno di intervenire: per tutelare una istituzione che è sacra ("dal dì che nozze, tribunali ed are", scriveva persino Foscolo), e coloro che vi sono coinvolti. Per impedire le barbare usanze che la tecnologia rende oggi possibili in molti paesi europei e americani: dalla fecondazione artificiale con seme di persona morta, a quella con seme di sconosciuto (eterologa), alla fecondazione artificiale per single, lesbiche ed omosessuali, agli uteri in affitto e alle banche del seme… (vedi "dizionario", in appendice). Non serve essere credenti, per capirlo: basta essere uomini." (da "Chiesa, sesso e morale", di Francesco Agnoli e Marco Luscia, Sugarco)

 
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