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Far crescere l'amore.
Di Francesco Agnoli - 20/06/2007 - Religione - 1177 visite - 0 commenti
I "divieti" della Chiesa in materia sessuale, possono talora apparire assurdi, vuoto moralismo, pura forma incapace di raggiungere il cuore della verità dell'uomo. In realtà lo spirito mondano, troppo impantanato nel consumare subito ciò che incontra, nel vivere solo di emozioni su emozioni, fatica a comprenderli proprio perché sono il suo contrario, la negazione di una visione meramente terrena: affermazione, al contrario, di una virtù che è soprannaturale, celeste, la carità, l'amore. Così è, per essere chiari, per il divieto di rapporti prematrimoniali: tanti si chiedono il perché, e altri il motivo di tanta attenzione della Chiesa riguardo al sesso. Eppure, a chi osservi con occhio puro e sincero, dovrebbe apparire semplice: non è il sesso che interessa, ma ciò che dovrebbe essere implicato nella relazione sessuale, e cioè l'amore. Qualcosa di troppo grande per non avere dei segreti e dei rischi, per non abbisognare di una educazione, di un cammino, di una crescita. Come ritenere che, se qualsiasi abilità o virtù abbisogna di educazione, non avvenga altrettanto per l'amore? Senza educazione, infatti, l'impulso all'amore non porta frutto, e diviene più simile alla morte, che alla vita: quanta amara infelicità, incomparabile ad ogni altra, quando nell'amore si brucia ogni tappa, in nome di uno spontaneismo irresponsabile! Perché allora la Chiesa chiede la fatica, il sacrificio di ritardare il rapporto carnale, di considerarlo non certo un male, come in altre credenze, ma come coronamento e compimento di un amore totale? Per motivi pratici, come si è visto nel capitolo precedente (e cioè perché vi è sempre la responsabilità verso un possibile figlio, e verso il coniuge), ma anche perché l'amore possa, appunto, crescere in tutta la sua "larghezza, altezza, ampiezza e profondità"; affinché possa sin dall'inizio abituarsi a non avere altra ricompensa che in se stesso e nella sua gratuità, maturando quella solidità perseverante e quella benigna pazienza che sono la sua essenza metafisica. Solidità perseverante e benigna pazienza. Quale vetta più alta, e faticosa, per la nostra miseria, dell'amore? L'impulso naturale, non educato, infatti, è quello di trovare subito soddisfazione nell'altro, di "farsi padroni di un amore donato", come canta Claudio Chieffo; quello di afferrare la persona amata, stringendola magari sino a soffocarla, spinti da una emotività violenta, non chiara né verificata: come una mano, diceva don Giussani, che stritola un po' di sabbia, sino a perderla. Succede tante volte, infatti, avvicinandosi troppo, di innamorarsi di un dettaglio, di una caratteristica che non caratterizza, di illudersi. La "distanza", invece, permette di vedere meglio i contorni, di capire con la lucidità dello spirito: di affinare la percezione, la vista, l'udito, il tatto dell'amore, proprio come i ciechi, che nell'esercizio, nella necessità, potenziano i loro sensi, sino a "vedere" più degli altri. Il rapporto fisico, invece, può falsare la prospettiva: se precede l'amore spirituale, ci illude di crearlo, per automatismo, ingannandoci coll'euforia e la dolcezza sensoriale che lo accompagnano. Così, spesso, di rapporto in rapporto, in tanti tengono in piedi relazioni basate sul piacere reciproco, senza però approfondire gli abissi dei loro spiriti e delle loro personalità, ben più profondi dello spessore dei loro corpi: ci si ferma alle forme, alle sensazioni, alle emozioni passeggere, senza rendersi conto che è propria della loro natura l'instabilità, la mutevolezza. Così l'emozione diviene lo scopo e il salvagente, momentaneo, del rapporto, e il sesso, da ricerca dell'altro, potenzialmente così forte da aprire alla vita, da generare carnalmente, diventa sterile ricerca di se stessi: le mani, il corpo, la bocca, tutto si muove a vuoto, quando lo spirito è stato messo a tacere. Poi, un giorno ci si sveglia, nello stesso letto, e ci si accorge di non essersi mai conosciuti, di non aver penetrato, col proprio abbraccio, un altro, ma di aver chiuso le braccia su se stessi, come chi si affanna, sbracciandosi in cerca di aiuto. Ecco allora che il fidanzamento cristiano, casto sino al sacrificio, non è la via degli illusi, di coloro che, superficialmente, come si dice spesso, vanno incontro al matrimonio senza conoscersi: "non avete fatto esperienze, non avete convissuto, come potete?". E', invece, il modo per rendere decisiva, unica ed essenziale una esperienza vera; il modo di rispettare la natura dell'uomo, la gerarchia tra anima e corpo: l'anima guida, e il corpo segue, non viceversa. Non sono i rapporti carnali, in quest'ottica, l'educazione, il cammino nel quale due persone costruiscono un rapporto vero, fondato per resistere, ma i sacrifici, le speranze, gli umori alterni, le incertezze, le attese proprie del fidanzamento, sublimati e guidati da un desiderio che si fortifica e si purifica, divenendo durevole. Solo così, nell'attesa che conosce e riconosce, che percepisce la grandezza del dono, e che se ne stupisce, il rapporto tra moglie e marito non rimane una semplice somma di due persone, un io e un tu, ma produce un rapporto, un noi, una nuova realtà, una nuova volontà. La Genesi dice “un corpo solo ed un’anima sola”. Solo così, vissuto intensamente, come gioia ma anche come responsabilità, il fidanzamento diviene un cammino vero, durante il quale si conosce il compagno di strada, si avanza con lui, e lo si mette alla "prova", nella totale gratuità: per non doversi poi pentire, per un figlio nato "per sbaglio", da un amore fasullo, o per un eventuale divorzio, sempre e comunque doloroso e lacerante (come scriveva Kierkegard, infatti, "meglio impiccati bene che sposati male"). Come mai questi concetti, così umani, così ovvi, non sono più percepiti, ma appaiono spesso retrogradi ed estranei? Perché dopo due secoli di illuminismo, di marxismo e di consumismo, cioè di materialismo, abbiamo separato, da schizofrenici, l'anima dal corpo. Invece, come scrive Eugenia Roccella, già leader delle donne radicali, "quei piaceri che chiamiamo alla leggera fisici" non sono solo fisici, perché "impegnano la pelle, la mente, il cuore e fanno esplodere emozioni infantili e adulte, mescolate nelle carezze. Le emozioni erotiche quasi mai sono roba senza peso, che galleggia in superficie. In genere sono bombe a mano, da maneggiare con attenzione. Scavano crateri profondi, possono fare feriti e vittime da fuoco amico. E' pericoloso infatti dissociare l'immenso potenziale emotivo e vitale del desiderio (buono, ndr.) dalla responsabilità, dall'amore, dal nostro essere in relazione con gli altri…Invece si è diffuso il luogo comune che il sesso sia innocente, lieve e allegro, che non vi sia peccato né male possibile. Che facendo l'amore (fare sesso, si dice, escludendo l'amore) non facciamo che il nostro piacere, naturale come quello dei gatti in cortile, e il nostro piacere non può essere il dispiacere di qualcun altro, se questi ha dato il suo consenso. Ma i corpi sono persone: da qui non si scappa. Quel che si fa ai corpi, al proprio e a quello altrui, si fa alle persone". Detto brutalmente? Unirsi ad un'altra persona, carnalmente, non è una esperienza virtuale, asettica, astratta, ma un coinvolgimento radicale, una comunione totale, da cui non si può uscire semplicemente lavandosi sotto un getto d'acqua, per poi unirsi ancora, con un'altra persona. Ogni unione si incide nella nostra coscienza, generando solchi profondi, lasciando una memoria, imprimendo delle sensazioni e delle immagini: come si può amare una sola persona, per sempre, con una coscienza pulita, con uno sguardo limpido, con un coinvolgimento vero e totale, se quella non è l'unica, la sola, ma solamente l'ultima di una serie? Come si può amare veramente, senza scrupoli, senza rimorsi, senza che una parte di noi sia "distratta", se parte della nostra storia, della nostra memoria, della nostra carne, rimane sospesa tra il prima e il poi, tra una persona e l'altra, tra il desiderio di totalità, di amore completo, di pienezza, e l'impossibilità di disfarsi del tutto di ciò che ormai ci ha segnato per sempre? L'unione carnale non è dunque un divertimento, un de-vertere, cioè un volgere via da, per distrarsi, per svagarsi, ma un compimento, la realizzazione tangibile dell'amore intangibile (che viene prima, logicamente e temporalmente, perché, come scriveva Saint Exupery, "l'essenziale è invisibile agli occhi"). Concludo con alcune considerazioni sociologiche, prese da un bell'articolo del filosofo Giacomo Samek Lodovici, comparso sul "Timone" dell'Agosto 2006: "In Italia la cronaca ha registrato, dal gennaio 1994 all'aprile 2003, 854 omicidi maturati in seguito a divorzi, separazioni, e cessazioni di convivenze; 39.919 (l'86,6%) hanno avuto implicazioni penali come calunnia, minacce, sottrazione di minore, percosse, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, violenza privata, violenza sessuale". Perché? Perché un matrimonio preparato male, bruciato nelle sue tappe essenziali, costruito sulla sabbia delle emozioni e delle sensazioni istintuali, lungi dall'essere l'inizio di una vita di coppia felice e feconda, diviene piuttosto una bomba ad orologeria. Storicamente la banalizzazione del matrimonio, crea il divorzio, e l'istituto del divorzio, banalizzando ancor più il matrimonio, rendendolo anche culturalmente un istituto fragile, genera un circolo vizioso senza termine, in cui l'impegno sponsale viene affrontato con superficialità, nella speranza che poi, tanto, se non va bene, vi sia il divorzio a rimediare…. Ma il divorzio, come si è visto, non rimedia nulla, bensì sancisce e cristallizza la tristezza di un fallimento. (dal II capitolo di "Chiesa, sesso e morale", di F. Agnoli e M. Luscia, Sugarco)
 
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