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I ragazzi perduti
Di Marco Luscia - 23/05/2007 - Attualità - 1055 visite - 0 commenti
L’uomo contemporaneo sta sempre più avvicinandosi al bruto, egli regredisce alla ricerca di una naturalità innaturale, qualcosa che sarebbe meglio chiamare animalità. Non accade forse che in convegni, libri, saggi di riviste, simposi lautamente finanziati, si tenda sempre più ad equiparare la natura umana a quella animale? E questo, magari, esaltando le virtù artistiche delle scimmie, il loro presunto senso morale, la loro capacità di commuoversi e via discorrendo. E che dire di certi raduni, di certi rave-party in cui gli invitati si superano nel berciare, nel perdere il controllo, nel gridare scoordinati, magari sotto l’effetto di qualche eccitante “naturale”. Quasi si trattasse di un ritorno ai riti sciamanici, alle estasi di stregoni di popoli ormai dimenticati. E il sesso, cos’è questa sessualità post-moderna che tutto si concede, che rifiuta ogni limite, ogni distinzione di genere tant’è servilmente prostrata davanti al Moloch del piacere subitaneo e senza rischio. Poi ci sono le notti e il popolo del sabato sera che dopo una settimana di trepidante attesa si raduna presso il solito bar per pianificare la notte. E in questa notte tutto è concesso. Quando la vita manca di un centro, di un senso, di una possibile speranza che immagini il futuro, le evasioni non bastano mai, c’è costantemente bisogno di un rinnovamento, di nuovi stimoli, di nuove emozioni. L’animale uomo vive di questo. Intanto, attorno, l’atmosfera si riempie di regole, i luoghi della vita si infittiscono di divieti, di controlli. Un paradosso: la libertà di fare cresce ma con essa crescono i tentativi di controllare, di evitare il peggio. Nessuno si premura di educare, di proporre una qualche parabola valoriale, un territorio denso di significati; ci si occupa soltanto di ridurre i morti, perché i morti potrebbero svegliare i vivi, ridestarli ad una qualche coscienza. Ma inevitabilmente prevale la retorica, si piangono le vittime, dello sballo, dell’alcol, della folle corsa notturna contro un palo. Si piangono i ragazzi- sempre buoni, sempre esemplari- che lasciano questa vita troppo presto, prestissimo, con le labbra ancora schiuse nel sorriso dell’incoscienza. Sì; piangono i ragazzi, gli amici dichiarano compunti e per una attimo sbigottiti “non vi dimenticheremo mai”, ma ai “militi ignoti” delle ignoti notti italiane dico semplicemente che sarete dimenticati presto. Verrete sepolti dalla vita e dallo scorrere dei giorni, sarete cancellati dalla banalità del male. Militi ignoti perché i più non vi conoscono, anche se di voi parlano per un paio di giorni al bar, il lunedì mattina, due giorni, perché poi arrivano freschi i vostri “rincalzi” a tingere di macabro le settimane a venire. Chissà, forse non vi conoscono neppure quegli amici che con voi hanno percorso quel breve tratto di strada; vi siete confidati qualche pena d’amore, avete parlato di moto, di sport, di vita, ma poi? Voi, non siete sconosciuti solo per chi vi ama; ma quanti vi amano veramente? E’ così difficile amare. Piangono i vostri genitori, si strappa la loro carne e il cuore, giorno dopo giorno, per sempre. Ricordo la foto di un ragazzo in un cimitero, è una tragedia guardarlo, mi fissa dalla lapide con occhi carichi di domani, sembra un invincibile combattente che alzi il pugno in segno di sfida verso il futuro. Eppure, quel ragazzo non c’è più, egli ha lasciato questa vita al primo morso, egli ha addentato il domani con incoscienza quasi fosse un’immortale. E’ questo l’elemento tragico che quella foto comunica dal freddo marmo della sua lapide. Quando avevo vent’anni, un pomeriggio, tornando a casa incontrai mio fratello che mi disse di un tragico incidente accaduto attorno alle sette di sera, era estate e l’aria calda e vibrante di vita. In quell’incidente persero la vita due ragazzi, la moto ne sbalzò uno sopra un albero; quando ricadde pesantemente a terra era vivo, era cosciente ma aveva il ventre aperto, squarciato come da una bomba, rosso e decomposto come una mezza anguria dopo ore di sole. Aveva quindici anni, era bello, forte, e mentre i medici si affannavano sul suo corpo si guardava attorno con sguardo sgomento, stralunato. “ Non fatemi morire” diceva. Ma lui, il ragazzo dal volto brunito e solare, è stato risucchiato via, dalla vita alla morte. Quelle parole sono rimaste impresse nella mia memoria, quella storia, quella raccapricciante vicenda non l’ho più dimenticata. Come non ho dimenticato la madre di lui che nelle giornate di pioggia e di freddo se ne stava impalata davanti alla tomba del suo bambino per proteggerlo dall’acqua e dal freddo. Lei certamente lo amava, forse per lui è persino impazzita, ma gli amici che lo piansero lo ricordano quel ragazzo? Sono passati, da allora, venticinque anni, in un soffio. Ed Eva, la giovane e bella Eva, innamorata, corteggiata, sempre circondata da uno stuolo di adulatori. Lei, sperava una vita migliore di quella che aveva vissuto sino a quel giorno, sognava il principe azzurro. E lo aveva incontrato, ricco, munito di rombante motore. Così, quella sera, lo aveva seguito ad una delle tante feste; lui aveva corso con la sua potente macchina e lei aveva gridato “ho paura, amore”! E l’amore l’aveva gettata come un sacco inerte, senza vita a duecento allora su di un triangolo d’erba accosto alla massicciata della ferrovia. Così, in un attimo, sfiorì la tua bellezza e la principessa si trasformò in un rospo quella notte, quando cantarono le azzurre sirene, l’ultimo suono che udì la tua vita. Eva, nel tuo nome la madre dei viventi, ma quella notte io non vidi che un corpo in attesa di mani supplichevoli. E ricordo Carlo, il mio compagno di banco, amante del bello, fiero e statuario come un eroe omerico; se ne è andato una notte spezzandosi il collo contro un semaforo lampeggiante, aveva venticinque anni. Sul corpo neanche un graffio, morto bellissimo, per un piccolo osso frantumato. Riprendetevi il mondo, giovani, vi hanno rubato la vita mettendovi tra le mani sogni potenti, oggetti senz’anima, macchine e motori, droghe e rumori, e luci. Vi hanno tolto la fatica, il dolore della vita per darvi in cambio il niente. Se solo aveste potuto attendere la pioggia, ansiosi per la pianticella che avevate piantato nel vostro giardino, se solo una grandinata avesse rovinato i frutti del vostro lavoro, forse amereste persino il vento e il pulviscolo leggero che si scorge in controluce nella penombra di una stanza, sareste ammirati delle stagioni e dei fiori, insomma della vita, di tutto. Ma io temo che qualcosa o qualcuno vi abbia allontanati dalla vita, tanto che non ne comprendete più il valore. Molti di voi ostentano un coraggio che non esiste, molti di voi non hanno più famiglia, perché gli adulti si sono peritati di ammorbare persino l’amore, presentandovi la caricatura di ciò che poteva essere. Così avete perso la speranza di potervi costruire un futuro, un amore, una famiglia, di avere dei figli. Vi siete concentrati sull’oggi, ma vivere solo d’oggi, credetemi, è sempre noioso; siete assillati da mille paure e perciò rifiutate di guardare oltre il vostro naso. Fatalisti, vi lanciate in mille pericoli, tanto, se deve accadere nulla può mutare il destino. Ma non è così, riprendetevi la vita, invocate qualche maestro, rischiate per qualcosa di grande, dimenticate i fallimenti degli adulti. Non ascoltate certi stanchi e disillusi preti, che per essere al passo con i tempi si dichiarano increduli, nemici di ogni verità, angosciati compagni di viaggio di un mondo senza senso. Nessuno ha bisogno di loro, loro hanno di bisogno di tutto, forse anche di voi che cercate una fonte cui bere. Ora vi lascio nel ricordo dei caduti di ogni sabato sera.
 
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