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Elogio dell'inutilitą
Di Marco Luscia - 29/09/2006 - Scuola educazione - 1669 visite - 0 commenti
In questi giorni con i miei studenti ho parlato di questione morale, in un mondo che premia l'apparenza e la logica dell'avere e tutti, per un attimo, ci siamo sentiti piccoli, inadeguati, fragili.Cosa sottrae l'uomo, il cittadino, il giovane, al pericolo di essere soggetto passivo della vita, circondato da una miriade di sollecitazioni al consumo, all'evasione, al vivere senza domani? Non l'assenza di fermi valori, ma il credere che ciascun uomo sia fonte di principi e valori non negoziabili e tutto ciò in nome della libertà della spontaneità, dell'istinto.Unica regola l'istinto, così recitava un cartello nella recente manifestazine milanese pro aborto. Ma una libertà senza legami è una tragica illusione. Oggi purtroppo l'unico legame che sembra prevalere nella politica, negli affari, persino nella cultura, è un legame di tipo utilitaristico: ogni gruppo, ogni consorteria, lavora per se stessa e poi, se capita, per l'altro, quello che non fa parte del "giro." Così l'etica dominante è un'etica di gruppi che difendono interessi. Perchè questo è accaduto? E stato a più riprese ribadito che i valori condivisi che tenevano insieme la società di un tempo, non ci sono più. Ma un valore se è vero come può scomparire? Se è vero, dovrebbe avere la forza di imporsi all'evidenza della nostra ragione e del nostro cuore.Un tempo -si dice- la morale cristiana informava la vita; ma è proprio vero questo? Quanti realmente conoscevano la morale cattolica? In realtà l'etica era un sottofondo del vivere riassumibile in due principi: la vita eterna come promessa, la fatica quotidiana come palestra di virtù vissuta in famiglia. Ma torniamo alla questione essenziale: questo affievolirsi dell'evidenza del valore, a cosa è dovuto? Credo i motivi siano molteplici, ne indico solo alcuni: cosa facciamo per educare i nostri figli al valore? parliamo loro di ciò che realmente conta nella vita? la scuola educa? dove sono i maestri che hanno il coraggio di esporsi, di tentare una visione d'insieme? Ci siamo ridotti a commentare frammenti di principi enunciati da altri. L'uomo contemporaneo sembra un pavido e smarrito esploratore di un mondo sconosciuto.Questo perchè abbiamo negato la tradizione in nome del nuovo, perchè abbiamo negato la massima "noi siamo dei nani che poggiano sulle spalle dei giganti". "Siamo rimasti soli sulla terra,i nostri morti moriranno definitivamente e non potranno più aiutarci" scriveva Ortega y Gasset. Dove si tace dei principi e delle esigenze della responsabilità, germina la pulsione individualista e la solitudine. La Chiesa alza la voce, ma chi la ascolta?Mi chiedo se i cattolici hanno il coraggio di proporre, di insegnare su quali principi si regge il vivere del credente. Abbiamo il coraggio di tornare a dire che questa vita è una realtà penultima? Con i miei giovani alunni spesso commentiamo passi di san Tommaso, passi del catechismo; si discute, si pensa, "si litiga", ci si confronta. L'etica di Aristotele li affascina, la riflessione sulla virtù anche,così come la discussione sul concetto di libertà, peccato, responsabilità, coscienza. I giovani amano le vite dei santi, inseguono modelli. Io li ringrazio, tutti ,per gli stimoli costanti e i suggerimenti che mi danno.Se ai giovani si propone qualcosa essi ti ascoltano, magari ti criticano, ma ti ascoltano. Temo che la crisi morale che preoccupa la politica, possa nascere anche da questo, dai troppi silenzi sui principi. Agostino diceva:"...che uno stato che si riferisse solo agli interessi comuni propri e non alla giustizia vera non sarebbe strutturalmente differente da una ben ordinata banda di predoni, peculiare di quest'ultima non sarebbe il bene comune, ma il bene della banda." Don Farina, giustamente richiamando Ricoeur, solleva l'importanza che fra l'io e il tu sia sempre tenuto presente un terzo; questi è colui che non partecipa direttamente alle nostre scelte ma può comunque esserne indirettamante influenzato. Nella sostanza, l'individualismo, l'interesse di parte,conduce alla rovina il costume di un popolo, quindi trascina con sè i singoli. Ecco perchè, l'inquisito che faccia parte di un sistema, non è mai una mela marcia.Questa espressione lava le nostre coscienze allontanando da sè la reale natura dei problemi, oltre ad essere di un cinismo senza fine. Se esiste un dato di verità etico difficilmente confutabile è che ciascuno di noi, viene da una madre, si relaziona con persone significative, vive per qualcuno. L'uomo porta inscritta nel proprio essere la responsabilità, rispetto alla quale la libertà deve fare un passo indietro. Se manca il senso dell'altro e della nostra comune dipendenza la libertà diventa una dannazione come direbbe Sartre. E allora vorrei fare un invito affinchè soprattutto i giovani possano costruire un futuro più sereno e sensato: si insegni loro ad "amare l'inutile", a fare cose non in vista di un tornaconto, ad agire senza calcolo, amare la poesia, suonare, ascoltare musica, leggere, passeggiare, contemplare, innamorarsi e perdere tempo per amore, ritardare un esame perchè rapiti da una passione politica, o da un sogno di giustizia, ascoltare un anziano, ritrovare negli occhi di chi lavora e a fatica mantiene la famiglia la dignità dell'impegno, della rinuncia , dell'amore. Troppo spesso i ragazzi ragionano in termini di risultato, studiano per un voto, per primeggiare, si ammalano per questo. Ci si affida agli esperti, il consumo di psicofarmaci aumenta. L'elogio dell'inutilità è l'amore, per il gratuito, per l'inatteso, è il valore dell'umiltà e del silenzio: esso paga prima o poi la nostra anima. Forse per questo ho sempre diffidato delle scuole di formazione politica partitiche dove i ragazzi apprendevano le scaltre logiche degli adulti. Magari,muovendoci sulle tracce della bellezza, potremo riprendere a tracciare un destino comune fatto di valori prima di tutto vissuti.
 
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