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La tragedia del commissario Calabresi
Di Marco Luscia - 17/05/2007 - Attualità - 1037 visite - 0 commenti
Luigi Calabresi. Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte del commissario Luigi Calabresi, proditoriamente “giustiziato” da un commando composto da tre aderenti di Lotta Continua la mattina del 17 maggio 1972. Gli hanno sparato sotto casa mentre stava per salire in macchina e in quel preciso istante, nel grembo di Gemma Capra, la ventitreenne moglie di Calabresi sussultava una nuova vita, quella del piccolo Luigi, quel terzo figlio che non avrebbe mai conosciuto suo padre. Luigi Calabresi era un solerte servitore dello stato il cui nome per mesi era stato fatto oggetto di una campagna di stampa infamante da parte del quotidiano Lotta Continua; Calabresi era stato giudicato responsabile della morte di un anarchico, Giuseppe Pinelli, fermato e interrogato dalla polizia in relazione alla strage di “piazza Fontana” del 12 dicembre 1969 - 16 morti-. Pinelli, dopo un fermo tre giorni, era precipitato da una finestra del commissariato perdendo la vita. Forse, in quel momento Luigi Calabresi cominciava a morire; tutto questo fu infatti sufficiente per orchestrare un violento atto di accusa nei confronti di un uomo che verrà definito “il commissario finestra”. Quest’ultimo conosceva Pinelli, gli dava del tu e il 12 dicembre recatosi alla sede anarchica di via Scaldasole gli disse: “ Vieni in questura è una formalità”. Calabresi soffrì per la morte dell’anarchico, ma questo poco interessava ad una sinistra che aveva in cuore di trovare un colpevole dentro le istituzioni. Ma Calabresi non centrava nulla; quando Pinelli precipitò non era in quella stanza, il fermato cadde per una malaugurata disgrazia. Poi, cominciò la demolizione dell’uomo, del commissario, del padre, del marito. La campagna diffamatoria contro il commissario vide protagonista Lotta Continua ma fu promossa dagli avvocati della signora Pinelli, dal quotidiano del P.S.I. Avanti!, il quotidiano del P.C.I. l’Unità e il suo settimanale Vie Nuove. Si disse che Pinelli fosse stato interrogato per 77 ore consecutive, che avesse ricevuto un colpo di karatè sul collo, che Calabresi era un collaboratore della Cia, un torturatore. Follie smentite una per una dall’inchiesta del giudice D’Ambrosio che scagionò totalmente il commissario; ma questi purtroppo era già morto. Ecco, per ricreare il clima di quei giorni un breve assaggio di cosa scrissero ripetutamente -e impuniti- i redattori di Lotta Continua: “ Siamo stati troppo teneri con il commissario di P.S. Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato ad odiarlo; la sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse che hanno cominciato a conoscere i propri nemici di persona, con nome, cognome e indirizzo.”(…) “Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più”(…). “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma questo è sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino.” Calabresi querelò il giornale che ricevette sostegno e solidarietà da una variegata schiera di intellettuali che oggi ricoprono ruoli chiave sui quotidiani, nelle case editrici, in televisione. Quarantaquattro redazioni di riviste politiche e culturali- tra cui alcune cattoliche- espressero solidarietà al quotidiano dell’estrema sinistra. Dario Fo scrisse una piece teatrale dal titolo Morte accidentale di un anarchico in cui Calabresi era il dottor cavalcioni, che faceva mettere gli interrogati a cavalcioni di una finestra. Così l’incolpevole commissario fu condannato a morte e ai suoi funerali e sui giornali comparvero soltanto quattro “necrologi di privati”. Per il resto, a parte i ricordi dovuti dalle istituzioni, nulla: stampa e cultura ebbero paura; per viltà e “colpevole connivenza” mantennero un basso profilo. In fondo quel commissario manesco se l’era cercata. L’epoca, il clima sociale, la speranza nella mente di molti d’ essere prossimi ad una sorta di rivoluzione contro lo stato borghese e i suoi sgherri, impedirono di vedere. Quella di Calabresi, lasciato solo, fu una morte annunciata, una sorta di angosciante caduta libera in cui lui e la sua famiglia precipitarono dal giorno della morte di Pinelli sino al tragico epilogo. Scritte sui muri, telefonate, minacce, vignette, articoli, simposi, dipinsero l’uomo Calabresi come un cancro che andava espunto dal tessuto della vita. I fatti e il tempo hanno chiarito ogni cosa. Il commissario è stato una vittima innocente e la sua famiglia ha pagato per decenni la perdita di un padre e di un marito. Alla vedova Gemma, va però detto un grande grazie per come ha saputo coltivare il rispetto e lo spirito di giustizia nel cuore dei propri figli. La testimonianza più vibrante di questo sentire la cogliamo nel bel libro del secondogenito, Mario Calabresi, “Spingendo la notte più in là,” edito da Mondatori e uscito nelle librerie da poco. Questo testo racconta la storia di una famiglia raccordandola al percorso di altre vittime del terrorismo e dei difficili anni di chi è sopravvissuto alla tragedia. Rivivono in queste pagine le vicende dell’agente Antonio Custra, ammazzato per strada da terroristi rossi, di Emilio Alessandrini, medico anch’esso trucidato. Un comune filo lega le vicende dei parenti delle vittime. Calabresi ha cercato in questo equilibrato e meditato lavoro di evidenziarlo. Mi pare di poter dire che come il monotono scandire di un basso, lo sfondo di queste vicende sia il dolore, un dolore sordo, prolungato, estenuante, spesso dimenticato. E ciò risulta sconcertante se lo paragoniamo, per converso, all’ostentata presenza, “all’ubiqua” frequentazione di tv, case editrici, giornali, da parte dei protagonisti in negativo di quella nefasta stagione; uomini e donne, che sopravvissuti al carcere, oggi rivendicano una verginità inaccettabile, quasi il pudore non esistesse. Pinelli e Calabresi si conoscevano; un giorno l’anarchico regalò al commissario l’antologia di Spoon River. Pinelli e Calabresi accomunati dal destino, tanto che Gemma Calabresi ricordava ai propri piccoli come anche i figlioletti di Pinelli fossero senza Papà. Vittime innocenti di una stagione di irrazionalità ed odio calcolato.
 
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