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Monti e la sovranitą popolare
Di Francesco Mario Agnoli - 14/11/2011 - Politica - 1209 visite - 0 commenti

La fase preparatoria è stata relativamente lenta. Molto relativamente se si considera che si trattava di screditare completamente presso il popolo italiano la maggioranza parlamentare trionfalmente uscita dalle elezioni del 2008 e il governo che ne era espressione.

 A furia di bene assestati colpi della speculazione finanziaria sulla Borsa di Milano e soprattutto sui Buoni del Tesoro (il famoso “spread” rispetto ai bonds tedeschi), ci si è riusciti in pochi mesi, Del resto Berlusconi, per incapacità, incompetenza, obnubilamento senile, priapismo o altro ci ha messo del suo. Esaurita la fase preparatoria, con la promessa dell'ormai ex Berlusca di dimettersi entro sabato 12, l'operazione è scattata con l'efficiente rapidità di una ben oliata macchina finanziaria: mercoledì 9 novembre, nomina a senatore a vita del grande economista Mario Monti, già Commissario Ue, presidente europeo della Trilaterale, membro del Comitato direttivo del Gruppo Bilderberg (una sorta di super-massoneria internazionale), “international advisor” per la banca d'affari Goldman Sachs; giovedì 10, veloce rientro in patria da Berlino del nominato; venerdì 11, intronizzazione del neo senatore fra gli applausi dei colleghi e gli abbracci della Bonino; sabato 12 , il neo senatore già al lavoro nel suo nuovo ufficio di Palazzo Giustiniani (lungo colloquio con Mario Draghi; da poco installatosi a Francoforte alla presidenza della Banca Centrale Europea, pranzo di lavoro e successivo colloquio con un Berlusconi con le valige in mano).

Intanto da tutto il mondo della finanza, delle banche e dell'economia piovono gli elogi per il predestinato a ricevere dalle mani del presidente della Repubblica l'incarico di formare il nuovo governo. I mass-media concordi lasciano intendere che il presidente Napolitano non vuole nemmeno sentire parlare di altre candidature ( e difatti fra i partiti presenti in parlamento anche Di Pietro si è piegato, il Pdl si appresta a farlo, solo i buzzurri della Lega fermi nel rifiuto). Il gran capo dell'opposizione parlamentare on. Bersani (dimentico che i suoi antenati del Pci definivano David Rockefeller, fondatore della Trilaterale, “il nuovo Hitler”) annuncia addirittura che a lui e al Pd va bene qualunque governo Mario Monti metta in piedi senza discutere né i nomi dei ministri né i programmi. Insomma una fiducia pronta, cieca ed assoluta. Più autorevole di tutti, se non altro perché l'Italia ha appena accettato (forse in quel momento Berlusca sperava ancora di salvare, piegando la schiena, la poltrona) di sottoporsi al controllo del Fondo Monetario Internazionale, la francese Christine Lagarde, succeduta al suo intemperante connazionale Strauss-Khan nel ruolo di direttore generale del Fondo, ha solennemente rivelato di conoscere bene Mario Monti e di avere per lui “molta stima e rispetto”.

Insomma tutto il mondo economico-finanziario globale all'opera per confondere le idee agli italiani, già adeguatamente rintronati dal brusco passaggio nel giro di pochi mesi da nazione quasi in buona salute nonostante la crisi mondiale a disgraziati colleghi della sventurata Grecia (a sua volta costretta a mettere a capo del governo Lucas Papademos, già vice-presidente a Francoforte della Bce). Si tratta (e l'operazione sta perfettamente riuscendo) di fare passare l'approvazione dei poteri forti come un valido sostituto di quella legittimazione democratica che Mario Monti non ha e non potrà mai avere e addirittura è bene che non abbia, perché, come qualcuno ha scritto pappale papale, la caratteristica essenziale di un governo tecnico e, quindi, anzitutto di chi lo presiede è che non deve rendere conto agli elettori. E pazienza se l'art. 1 della Costituzione attribuisce al popolo la sovranità e il suo esercizio. Certamente, dato che lo scopo è stato raggiunto e non vi è ragione di continuare a picchiare, almeno per qualche tempo gli italiani saranno (forse) compensati per questa loro (forzata) rinuncia alla sovranità con un migliore andamento della Borsa e un'ulteriore riduzione del famigerato “spread”.

 Tuttavia è abbastanza singolare che nell'anno in cui celebra il 150° della sua unità, che, per chi ricorda la storia del Risorgimento, ha poi significato sopratutto l'indipendenza da Vienna, l'Italia abbia accettato il controllo del Fondo Monetario Internazionale, di solito riservato ai poveri paesi africani, e di essere, di fatto, governata non da Roma, ma da Francoforte. Ancora più singolare che avvenga con la benedizione del maggiore promotore e più autorevole protagonista delle celebrazioni centocinquantenarie, l'on. Giorgio Napolitano.

 
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