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Onestà e Responsabilità
Di Lorenza Perfori - 13/11/2011 - Cultura e religione - 1317 visite - 0 commenti



Onestà e Responsabilità: due virtù che amano camminare insieme, ben unite l’una all’altra, tuttavia, questo loro modo di procedere non è molto gradito, infatti c’è sempre chi, costantemente e con tenacia, s’ingegna affinché marcino divise.

 

L’onestà è un abito che piace, trova sempre una vasta schiera di persone pronte ad ammantarsene, a giurare di averla senz’altro nel proprio guardaroba. Lo stesso non accade con la responsabilità, che si preferisce generosamente regalare al prossimo, lasciare ad altri. Pesante e sgradita, non c’è nessuno che la voglia, non uno che si faccia largo tra la gente e dica: “È mia! È mia!”. Tutti se ne sbarazzano il prima possibile, scaraventandola via lontano, preferibilmente sul groppone altrui.

 

Così, di fronte a scelte politiche sbagliate, la colpa è sempre della precedente Amministrazione dalla quale si sono ereditati tutti gli sbagli, ma il fatto che a dirlo sia chi siede al Parlamento da almeno quattro legislature, durante le quali ha dimostrato pure eccellenti doti funambolesche, non significa che ci si trovi di fronte a un’autoaccusa.

Invece quando c’è la crisi, la colpa va certamente attribuita all’Apparato in sé che non funziona, al Sistema che è corrotto… ma soprattutto al Governo, lo vogliamo forse escludere il Governo? Certo che no, aggiungiamolo senz’altro: “Piove, governo ladro!”.

 

Ma quale Governo, la Chiesa! La Chiesa! E’ lei la causa di tutti i mali! La crisi? Colpa della Chiesa che si accaparra tutti i soldi con l’otto per mille! E l’ICI, ne vogliamo parlare? Se la Chiesa S.p.a. pagasse le tasse sui capitelli, le arcate e i campanili che possiede, non ci sarebbero né disavanzo di bilancio, né debito pubblico! Il terremoto ha distrutto una città? Colpa della Chiesa che ha inventato il male! E se non ci fosse stata la Chiesa, è da un po’ che l’uomo avrebbe costruito il paradiso in terra, e invece no, quella ha escogitato l’Aldilà, e adesso qui agli atei gli tocca soffrire, e poi essere destinati alla dannazione eterna!

 

E che dire dei giovani? Così maleducati, così irrispettosi, la responsabilità è certamente della società degradata e della scuola disastrata. Ma no, amico mio, guardi che lei s’inganna, la colpa è solo dei genitori assenti e delle famiglie sfasciate.

 

No, no, signori - esordisce la Scienza – permettetemi di farvi notare che siete tutti in errore, la colpa, in verità, è della genetica, il male non esiste perché gli unici veri responsabili sono i “geni”. Quello studente non è che sia svogliato, è che, poverino, gli difetta giusto il gene dell’alacrità. E quel teppista che spacca le vetrine e lancia i sassi alle forze dell’ordine, lo vogliamo forse condannare? Giammai! Voi non sapete cosa vuol dire convivere col gene della violenza ereditato dal trisavolo!

Ecco, allora, che la colpa è dei defunti i quali hanno tramandato ai contemporanei i loro peggior difetti. E quindi il caso è presto chiuso e lor signori son tutti assolti… del resto è poco probabile che l’antenato dal gene anomalo si presenti per confutare la sentenza.

 

Ma se le cose stanno così, e cioè se i geni sono gli unici responsabili di quello che siamo e facciamo, la parola “responsabilità” non ha più motivo di esistere, ed allora, signori e signore, è arrivato il momento di cancellarla dal vocabolario, perché se siamo tutti determinati dai geni, la nostra responsabilità è bell’e che morta e defunta. Ti piace trasgredire? Sì, ma non ci posso far niente, mi manca il gene della moralità. Bestemmi Dio e i santi, dileggi la religione e odi la Chiesa? Certo, sono nato con il gene dell’ateismo insolente. Ti droghi, ti ubriachi? I geni, i geni! Sei incline al sesso fine a se stesso e disimpegnato? Che vuoi, ho il gene della lussuria! E se ci dovesse scappare il bambino? Come? Scusa? Il bambino? Volevi dire l’ammasso cellulare, il non persona, l’appendice materna, il grumo di sangue, no? Ma tranquillo, nessun problema, per quel brufoletto c’è la pillolina dell’irresponsabilità, alias del giorno dopo, o giù di lì.

 

Sì, cancelliamolo questo vocabolo inutile, tanto ormai è obsoleto, a nessuno interessa più, però, assieme ad esso, ricordiamoci di depennare anche la parola libertà, perché se tutto dipende dai geni, allora l’uomo altro non è che un burattino inerme, manipolato da quel tiranno che è diventato il dna.

 

Il dizionario della lingua italiana ci dice che onesto è colui che “agisce con lealtà, rettitudine e sincerità”, che si “astiene da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo, specialmente per quanto riguarda la corretta gestione del denaro o della proprietà altrui”, possiede la “capacità di resistere alla corruzione” e “nel suo lavoro è scrupoloso, coscienzioso”. Mentre Responsabile è chi “risponde delle proprie azioni e dei propri comportamenti, ne prevede i rischi e gli effetti, rendendone ragione e subendone le conseguenze”.

Come si vede, non c’è scritto da nessuna parte che onesto voglia dire anche infallibile. Ed infatti può accadere che, benché si siano usate rettitudine, coscienziosità e scrupolosità, le cose poi non vadano come previsto e si incappi in un errore, che le decisioni prese non si rivelino come le migliori, che le azioni intraprese, a conti fatti, si dimostrino fallaci perché i calcoli non erano esatti.

 

E può succedere anche di sbagliare e basta, proprio perché quella volta non si è ponderato un bel niente, perché l’uomo è peccatore, pieno di limiti e difetti, libero e capace di scegliere il male, di prendere un abbaglio, di ingannarsi e illudersi, di commettere parecchie stupidaggini.

Ebbene, la persona onesta e responsabile, è colei che, in questo caso, battendosi il petto, sa dire: “ho sbagliato”, “è colpa mia”, “mi assumo la paternità dell’errore, pago il conto, faccio il possibile per rimediare”. In questo modo dimostra, non soltanto serietà e correttezza nell’affrontare le conseguenze delle sue azioni, ma anche capacità di misericordia, infatti, solo chi è in grado di riconoscersi fallibile e bisognoso di perdono è colui che, a propria volta, sa usare misericordia, comprensione e, all’occorrenza, sa perdonare.

 

Ma c’è dell’altro. L’individuo che sa confessare “in mezzo a questo guaio ci sono anch’io” mostra, altresì, di non essere uno schiavo impaurito e vigliacco, né un codardo dalle giustificazioni infinite, o un vile che, mentre scarica altrove le proprie responsabilità, si riveste di un’onestà artificiosa e di una lealtà che non gli appartiene. Ecco, chi sa pronunciare il “mea culpa” dimostra di essere una persona libera, la quale, proprio in virtù dell’ammissione dei propri torti, può permettersi di camminare a testa alta, nonostante tutto.

 

Si pensa, infatti, che la responsabilità sia un fardello opprimente che non rispetti la libertà degli individui e la loro spontaneità, un peso che schiacci, umili e colpevolizzi le persone ma, di fatto, così non è, perché “un uomo è libero soltanto se è pienamente responsabile, [per cui] quelli che tirano continuamente in ballo i condizionamenti di ogni genere, coloro che assolvono sempre o comunque i colpevoli perché ritenuti irresponsabili: in fondo, al di là delle apparenze di comprensione ipocrita, danno ai loro protetti una patente di idiota, di automa o di marionetta, a scelta. Sì, marionette abilissime nel compiere tutte le porcherie immaginabili, compresa quella più oscena che consiste nel premere un grilletto, perché mosse da fili invisibili che vanno a finire in mano a un burattinaio perverso, o a uno stuolo di burattinai scimuniti e criminali.” (A. Pronzato).

 

Una porcheria davvero oscena quella di premere un grilletto, al pari di quell’altra, altrettanto turpe, perpetrata sul più piccolo e innocente degli uomini: il senza voce, l’embrione, il feto, il proprio figlio, prima concepito, e poi buttato via come fosse un rifiuto, come se l’averlo generato non gli conferisse alcuna dignità propria, né comportasse alcuna seria responsabilità nei suoi confronti.

È il peccato che rende l’uomo schiavo, ma il fatto di riconoscerlo, di pentirsi e ripromettersi di non cascarci più è il mezzo per rompere quelle catene che imprigionano ed iniziare a riassaporare la libertà. Del resto Gesù lo ha ribadito più volte di non essere “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Lc 5,31) e che “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7).

 

Viktor E. Frankl ha detto: “Se sulla costa dell’oceano Atlantico, in arrivo al porto di New York, i passeggeri incontrano la statua della libertà, sarebbe meraviglioso poter edificare sulla costa opposta la statua della Responsabilità”…

In definitiva, onestà e responsabilità camminano sì insieme, ma nel vasto territorio delle libertà, tra le innumerevoli vie disponibili, quella che scelgono di percorrere è sempre la strada stretta.

 

Responsabilità, per il credente, è anche individuare i talenti ricevuti, e, sulla base di questi, cercare di scoprire e realizzare il progetto che Dio ha pensato per lui. Come ben spiega la parabola narrata da Cristo (Mt 25,14), i talenti ricevuti sono un’elargizione gratuita, ma da questo dono scaturisce un importante dovere per l’uomo, quello di far crescere e fruttificare le proprie qualità, altrimenti – Gesù non usa mezze misure – c’è il rischio concreto di finire tra “le tenebre” dove si troveranno “pianto e stridore di denti”.

I doni ricevuti sono semi e, come tali, vanno coltivati e fatti crescere affinché, a tempo debito, diano i frutti stabiliti, come è narrato nel breve racconto che segue:

 

Un giovane sognò di entrare in un grande negozio. A far da commesso, dietro il bancone c’era un angelo.

- “Che cosa vendete qui?” chiese il giovane.

- “Tutto ciò che desidera”, rispose cortesemente l’angelo.

Il giovane cominciò ad elencare:

- “Vorrei la fine di tutte le guerre nel mondo, più giustizia per gli sfruttati, tolleranza e generosità verso gli stranieri, più amore nelle famiglie, lavoro per i disoccupati, più comunione nella Chiesa e… e…”.

L’angelo lo interruppe:

- “Mi dispiace, signore. Lei mi ha frainteso. Noi non vendiamo frutti, noi vendiamo solo semi”.

(Bruno Ferrero, “L’importante è la rosa. Piccole storie per l’anima”, Editrice Elle Di Ci, 10096 Leumann (Torino), 1997, p. 14.)

 

Insomma, è compito dell’uomo occuparsi dei frutti, in vista della causa del Regno di Dio. Il Padreterno, infatti, non ama fare le cose da solo, non è un padre padrone che impartisce ordini a dei servi, ma il Padre della famiglia umana che desidera collaborazione con i propri figli - gli uomini e le donne di ogni tempo -, i quali sono liberi di accettare, oppure no, l’invito. I figli di Dio sono, pertanto, chiamati ad assumersi l’impegno di questa cooperazione, in totale libertà, affinché il Regno promesso, camminando lungo i secoli della Storia, giunga al suo compimento. Una responsabilità che non resterà senza ricompensa, poiché sarà quell’“abito nuziale” (Mt 22,12) che gli invitati al Banchetto eterno dovranno indossare, quali partecipanti alla gioia che non avrà mai fine.

 

Tuttavia, in questo genere di responsabilità può nascondersi, proprio per il credente, un’insidia pericolosa, che la seguente storia mette bene in luce:

 

Un maestro viaggiava con un discepolo incaricato di occuparsi del cammello. Una sera, arrivati a una locanda, il discepolo era talmente stanco che non legò l’animale.

- “Mio Dio – pregò coricandosi -, prenditi cura del cammello: te lo affido”.

Il mattino dopo il cammello era sparito.

- “Dov’è il cammello?”, chiese il maestro.

- “Non lo so”, rispose il discepolo. “Devi chiederlo a Dio! Ieri sera ero così sfinito che gli ho affidato il nostro cammello. Non è certo colpa mia se è scappato o è stato rubato. Ho esplicitamente domandato a Dio di sorvegliarlo. È Lui il responsabile. Tu mi esorti sempre ad avere la massima fiducia in Dio, no?”.

- “Abbi la più grande fiducia in Dio, ma prima lega il tuo cammello”, rispose il maestro. “Perché Dio non ha altre mani che le tue”.

(Bruno Ferrero, “Cerchi nell’acqua. Piccole storie per l’anima”, Editrice Elle Di Ci, 10096 Leumann (Torino), 1996, p. 74).

 

La storia racconta di quell’atteggiamento, che colpisce uomini e donne di fede, consistente nell’addossare le proprie responsabilità al cielo, a Dio in persona. Accade così che il Padreterno diventi il capro espiatorio delle proprie mancanze, l’alibi dei propri peccati, e delle croci causate dai propri peccati. Allora il pugno si alza in alto come a maledire, il dito indice diviene freccia scagliata alle nubi, e l’accusa diviene un grido arrogante, quasi una bestemmia: “Avevo esplicitamente chiesto (ordinato) questo e quello, ma non mi hai ascoltato (esaudito), e quindi non sono io ma Tu, Dio, l’unico responsabile di questo guaio!”.

 

Così, dopo aver dato la colpa all’apparato, al sistema, al Governo, alla società, alla scuola, alle famiglie, alla Chiesa, al Dna,… e a Dio, il perimetro del cerchio è chiuso, ma “Ognuno” si è chiamato fuori, all’interno di quell’oneroso confine non c’è “Nessuno” che ci voglia stare.

 

Esiste, in proposito, una nota parabola popolare che racconta la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno. C’era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare”.

Insomma, come ebbe modo di scrivere ironicamente Oscar Wilde, “il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri”. I diritti di solito gremiscono le piazze di manifestanti, di uno stuolo di “Ognuno” e “Ciascuno” urlanti e sbandieranti. I doveri, invece, diradano le folle, “Qualcuno” si dà alla macchia e i “Nessuno” presto si dileguano alla chetichella.

 

Il fatto è che gli apparati, i sistemi, lo stato, il governo, la società, la scuola, le famiglie, la Chiesa,…  non sono entità astratte, ma strutture costituite e governate da uomini e donne, dalle quali “Nessuno” può chiamarsi fuori, visto che “Ognuno” ne è inglobato, anche in più di una. Se “Ciascuno” iniziasse a prendere in considerazione che i diritti di cui vuole godere sono, inevitabilmente, bilanciati dai corrispondenti doveri  (sia individuali che collettivi) e, anziché distribuire responsabilità e accuse a destra e a manca, incominciasse, una buona volta, a fare la sua parte, le cose inizierebbero davvero a cambiare e migliorare; perché, è cosa risaputa, che la testimonianza personale vale più di mille parole, che l’esempio è contagioso, sia nel bene che nel male, e che - come scrisse Charles Spurgeon - “la politica migliore è l’onestà”.

Ed infine, noi che crediamo in Dio, affidiamoci senz’altro al suo sostegno, confidiamo  con fiducia nel suo aiuto, ma non dimentichiamo che legare il cammello è compito nostro, non del Padreterno.

 
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