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Darwinismo e razzismo: Italia 1864
Di Enzo Pennetta - 07/11/2011 - Darwinismo - 1284 visite - 0 commenti


"Fu l’oscurantismo della Chiesa ad attribuire ingiustamente alla teoria di Darwin delle implicazioni razziste".
Questo è quanto si vuol far credere. E così, mentre su un portale evoluzionista si evita l’argomento, noi lo affrontiamo senza timori.

L’11 gennaio 1864, in un discorso a Torino, il professore di Zoologia Filippo de Filippi, introduceva il dibattito sulla teoria di Darwin in Italia. L’evento è ricordato con enfasi dal darwinista Telmo Pievani, sia riportando sul sito Pikaia una scheda redatta all’Università di Torino, che in un suo articolo su Le Scienze, ma quello che Pievani curiosamente non nota è che l’intervento di De Filippi non apriva solamente le porte alla teoria di Darwin, ma anche al razzismo.
Potrebbe essere questo uno dei punti critici dell'intervento di De Lauri fatto sparire dal sito Pikaia, infatti nella sua conferenza il professore di antropologia della Bicocca, riprendendo un'affermazione di Benedetto Croce, afferma che è un grave errore ricavare delle implicazioni antropologiche e sociologiche da una teoria naturalistica come quella dell'evoluzione, citando al riguardo anche l'esempio di Cesare Lombroso, che intendeva ricavare caratteristiche "dell'animo" da quelle craniometriche.
Ma invece è proprio un connubio tra antropologia-sociologia e scienze naturali che avvenne sin dall'inizio del dibattito, e la confusione avvenne ad opera di chi voleva proporre la teoria di Darwin.

Fu un’apertura inconsapevole quella dello zoologo, perché De Filippi non era razzista, era anzi un fervente cattolico (cosa di cui l’autore della scheda su De Filippi redatta all’Università di Torino sembra non capacitarsi, infatti riferendo questo fatto usa una formula dubitativa “lo scienziato si professava credente e alla religione parve convintamente aderire fino alla fine dei suoi giorni”).
Ma se non era De Filippi ad essere razzista, era evidentemente la teoria che egli andava ad enunciare ad esserlo intrinsecamente, i riferimenti agli stadi intermedi tra le scimmie e l’uomo sono infatti tutti relativi alla “razza nera”, e del resto anche lo stesso Darwin userà il medesimo riferimento sette anni dopo, in L’origine dell’uomo e la selezione sessuale del 1871:
 «Darwin afferma che lo sterminio delle “razze selvagge” ad opera delle “razze umane civilizzate” sarà solo questione di tempo, e infine che la “frattura” tra l’uomo, che sarà più civilizzato del caucasico, e i suoi più prossimi affini sarà in futuro maggiore perché sarà più grande di quella tra il “negro australiano e il gorilla”.»
Inchiesta sul Darwinismo - Cantagalli, 2011- pag.108


Per mostrare che in fondo la differenza tra gli esseri umani e gli scimpanzé (chimpansè nel testo) non è poi così grande, de Filippi suggerisce infatti di fare il confronto non con la razza bianca ma con quelle nere:
«La diversità grandissima della faccia si presenta qui per la prima. Quella del chimpansé è la meno lontana dall'aspetto umano; quella del gorilla invece spaventosamente bestiale. Ma non mettiamo a confronto con queste scimie la testa di Napoleone o dell'imperatore Nicolò, prendiamo quella di un Papou, di un nero dell'Australia, ed allora la distanza fra i due soggetti di confronto scema d'assai.»

E poi:
«Nell'uomo e nelle scimie di rango più elevato, la lunghezza del braccio oltrepassa quella dell'antibraccio, nelle scimie americane incomincia la proporzione inversa, cioè la prevalenza dell'antibraccio sul braccio; anche la lunghezza relativa della mano è in proporzione crescente, partendo dalla specie umana. Sono due caratteri combinati di degradazione, che si pronunciano però sempre più evidenti, e con grande costanza, scendendo nella serie dei mammali; ma incominciano già a palesarsi nella specie umana, nella razza nera

E ancora:
«Lo sviluppo dei glutei e dei muscoli gemelli che formano il polpaccio, danno alla statua umana rilievi e rotondità che si cercano invano nella scimia, ma notate bene, parlo della statua umana tipica realizzata nell'europeo: che la razza nera invece, anche per questo carattere, fa passaggio ai quadrumani

E infine:
«Ma indipendentemente dal trattarsi qui ancora di semplici differenze di quantità e di proporzione, si deve osservare che la enorme distanza fra due estremi, quali sarebbero per esempio un cranio della razza umana caucasica ed un cranio di babbuino, scema mettendo a confronto da un lato un cranio di un nero dell'Australia, o meglio ancora un cranio della primitiva razza dell'epoca della pietra, dall'altro lato un cranio di chimpansé nella prima età

Anche nelle parole del famoso intervento di De Filippi affiora, in tutto il suo ingenuo candore, il razzismo intrinsecamente contenuto nella teoria dell’evoluzione per selezione naturale, la negazione di questo aspetto del darwinismo può essere fatta solo ignorando documenti come questo.
L’articolo di Telmo Pievani su Le Scienze del 27 gennaio 2009 termina ricordando una considerazione che fu apposta alla traduzione intaliana de L’origine dell’uomo:
«L'auspicio è che il bicentenario smentisca, ma non ne siamo sicuri, un'ironica considerazione che Michele Lessona introdusse nella prefazione all'edizione italiana di L'origine dell'uomo del 1875: «Un gentiluomo napoletano, dicesi, ebbe quattordici duelli per sostenere la preminenza del Tasso sull'Ariosto. Al quattordicesimo duello, ferito a morte, esclamò: e dire che non ho mai letto né l'Ariosto né il Tasso! Questa è un po' la storia degli Italiani rispetto a Darwin: molti che ne dicono male, ed anche taluni che ne dicono bene, non lo hanno mai letto».

Dobbiamo proprio essere d’accordo con Michele Lessona: molti che "parlano bene di Darwin", affermando che la sua teoria non fornì un supporto scientifico al razzismo, sembra proprio che non lo abbiano mai letto.

E con l'evitamento della questione, molti continueranno a non leggere i documenti scomodi.

( da Critica Scientifica)




 
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