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Come muore il progetto Gemma del MpV
Di Francesco Agnoli - 01/10/2011 - Bioetica - 1699 visite - 0 commenti

Gira da un po’ di tempo tra i Cav e i Mpv locali una mail di Erika Laura Palazzi, presidente della Fondazione Vita Nova, la fondazione creata da Migliori e deputata a gestire i progetti Gemma. Cosa si dice in questa mail? Quello che andavano predicando da tempo uno degli inventori del progetto, Silvio Ghielmi: “mi hanno tolto la gestione, quando tutto andava bene, ora si sa poco, e i soldi, per quanto ne so, arrivano sempre meno…”.

Scrive infatti la Palazzi che la Fondazione si trova in una “grave situazione” “per la mancanza di adottanti”. Mancano, cioè, le persone che adottano i nascituri. Mancano i soldi per salvare i bambini dall’aborto. Mancano a tal punto che la Fondazione cerca esperti in fund raising, che si fanno pagare profumatamente, per affidare loro l’incarico di cercare sponsor e liquidi.

E’ morto e sepolto, dunque, lo spirito delle origini, l’idea che si dovesse coinvolgere un popolo nell’aiuto spontaneo e sentito alle madri in difficoltà. Da tempo alcuni, tra cui il sottoscritto, denunciano la sempre più scarsa incisività, sul piano culturale, del Mpv nazionale, guidato dai Casini e dagli Anzani. Ma alla totale inadeguatezza su quel piano, ora si aggiunge anche un nuovo elemento di giudizio: dove non si fa cultura della vita, non arrivano neanche più gli aiuti economici ed anche il braccio operativo dei Cav, di conseguenza, entra in crisi.

Se infatti l’aborto diventa sempre più una scelta moralmente indifferente, inevitabilmente diminuiscono le persone sensibili a questo problema e quindi disposte a donare del loro per salvare figli altrui. Ma non è tutto.

Ci si chiede infatti: come mai mancano i soldi per salvare i bambini, mentre i bilanci del MpV centrale sono così cospicui?

Il bilancio del MpV nazionale del 2010 prevede infatti spese per 1.061.513!

Di questo milione di euro solo 28.000 sono andati ai Cav (solo pochi di meno, 25.000, alla mostra curata dal Boero a Torino sulla Sindone), il resto è speso per altro. Ben 500.000 euro vanno alla fantomatica Cooperativa La Pira, che gestisce “Sì alla vita”: un giornaletto fatto con carta di scarsa qualità, che non paga i diritti di autore, e che, secondo dichiarazioni ufficiali di Casini, si auto-mantiene con gli abbonamenti. Dove finiscono, allora, tutti quei soldi? Non certo per una cultura della vita un po’ incisiva; non per salvare i bambini, visto che il progetto Gemma è lasciato morire…

 

Per vedere cosa era, alle origini, il progetto Gemma, si veda qui:  

http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=2176

 
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