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Sentinella, quanto resta della notte (Is 21,11)? Pensieri sul libro di Lorenzo Bertocchi e Francesco Agnoli
Di don Massimo Vacchetti - 30/09/2011 - Cultura e religione - 1344 visite - 0 commenti

Ho atteso l’uscita di questo libro per quasi cinquant’anni. Conosco gli autori e so l’amore per la verità che li anima. Eppure non è per loro che ho desiderato avere tra le mani questo agile scritto. “Sentinelle nel post-concilio” (p. 156, ed. Cantagalli) raccoglie, per le mani di diversi autori, il profilo di “dieci testimoni controcorrente” come recita il sottotitolo, dieci protagonisti della vita e del pensiero cattolico negli anni post conciliari.

 Il "ritardo della pubblicazione" si deve tra l’altro ad un’ infelice espressione del beato Giovanni XXIII quando nell’indizione del Concilio proclamò che “non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. (…) A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza (…) e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa” (discorso inaugurale al Concilio 11 ottobre 1962).

 Di fatto, è cominciata un’opera di espulsione e alcuni uomini di fede sono stati, via via, sostanzialmente silenziati e congedati dal potere dominante, dal pensiero unico del politically correct e appunto, dall’ingenua ideologia dell’ottimismo. Ho aspettato queste pagine e sfogliandone i ritratti mi è come parso di sentire una voce nuova, diversa da quelle ascoltate fino ad ora negli anni degli studi di teologia o nelle tavole rotonde: inedita eppure già udita, sommessamente sussurrata, da chi la fede me l’ha comunicata. Il lavoro di Bertocchi e Agnoli è prezioso perché ci restituisce il grido di quelle sentinelle a cui per troppo tempo non solo non si è voluto prestare credito, ma neppure le si è ammesse a dire la propria.

Ora pare che qualcosa sia cambiato. “Quanti dopo aver imperversato al Concilio e nel post-concilio beandosi della loro originalità, cadono pian piano nell’oblio e le loro novità si rivelano sempre più figlie del loro tempo, effimeri tributi allo spirito di un’epoca, incapaci di resistere alla prova della storia. (…) Chi era considerato un “residuo del passato” da archiviare per sempre, viene oggi pian piano riscoperto” (p. 114).

 Lo hanno atteso anche loro, questi dieci testimoni alcuni dei quali ancora viventi e per lo più sconosciuti persino “agli addetti ai lavori” perché “a lungo neppure degni di una recensione, confutazione o di una citazione”, come Eugenio Conti o Padre Thomas Tyn, Romano Amerio o Brunero Gherardini. Gli autori li hanno chiamati “sentinelle”. Questa, infatti, non solo lancia il grido di allarme perché tutti si sveglino e pongano mani alle armi…ma perché guardando le prime luci all’orizzonte sappia dire “quanto manca della notte”.

Paradossalmente, proprio il successore di Giovanni XXIII, Paolo VI ha vestito i panni del “profeta di sventura” quando nel giugno del 1972, a soli pochi anni dal termine dell’assise conciliare, constatò con amarezza che “da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. [..] Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza”. A questa constatazione, seguirà quella di Giovanni Paolo II che denuncerà “un’apostasia silenziosa”. Le sentinelle, in fondo, assomigliano molto ai “profeti di sventura”.

Eppure, per quanto antipatico sia il loro monito quello cioè di avvisare, a partire dal più tenue dei segnali, l’avvicinarsi del pericolo, esse sono figure amiche. Sono collocate là sulla torretta, destinate alla solitudine e, forse, ad essere considerate delle scocciatrici quasi fossero come quegli allarmi che suonano ad ogni piè sospinto… Eppure, sono per prime amanti del fortino e dei tesori in esso custoditi. I testimoni scelti dai curatori, riproposteci nel contesto di una lettura più autentica dell’evento conciliare e al suo dispiegarsi negli anni successivi, sono indubitabilmente amici della carità nella verità, profondamente fedeli alla Chiesa e difensori della fede e, ancor più, della ragione. Come non ritenere tali il Card. Siri, Padre Pio, don Divo Barsotti, Giovannino Guareschi, Padre Cornelio Fabro? Il loro contributo di intelligenza, di realismo e di fede ci ha per molto tempo disturbato.

Avevano intuito che se non si sta “con la Chiesa di sempre, con la Chiesa del Concilio di Trento, con la Chiesa di Francesco, Tommaso, Bernardo e Agostino, la Chiesa è morta. La Chiesa è viva soltanto se, senza soluzione di continuità, si è nella Chiesa uno con gli apostoli per essere uno con Cristo” (pag.86). Pur imbavagliati e resi innocui, han seguitato a “dire la loro” per il dopo diluvio, per quelli che dovranno pur accingersi a ricostruire” (p. 19). “Non piove più” – riprende la metafora Eugenio Corti, uno tra gli scrittori italiani più affermati– “ma le acque ricoprono ancora molta terra”. Dunque, il libro riproponendo all’attualità del pensiero teologico, filosofico, liturgico il contributo di questi autori è come se riconoscesse che l’alba stia sorgendo e le acque si stanno pian piano riassorbendo. E’ un libro che segnala una speranza in atto.

E,’ tuttavia, urtante questa piccola e accessibile raccolta. Costringe tutti a ripensare al grande avvenimento del Concilio Vaticano II non come ad un evento che sancisce un nuovo inizio della Chiesa, ma come un’opera dello Spirito che spinge la “Barca di Pietro” senza dimenticare il tragitto compiuto, i porti a cui ha fatto sosta e soprattutto senza tralasciare la rotta.

Stupisce senz’altro la presenza tra le dieci, di Mons. Lefevbre, protagonista del Concilio e poi successivamente del post fino addirittura a ricevere una scomunica per aver ordinato dei Vescovi senza l’autorizzazione del Papa. La Fraternità di San Pio X da lui fondata risulta, senz’altro, la più agguerrita formazione nella salvaguardia del rito liturgico antico, da qualche anno riammesso da Papa Benedetto XVI. Schedato come integralista di destra, si è finiti per non verificare con sguardo sereno la sua critica e la sua posizione. Si pensi solo che la prima biografia su questo vescovo di contraddizione è uscita l’anno scorso dopo vent’anni dalla sua morte. La scelta di collocarlo in questo contesto è sicuramente provocatrice, ma allo stesso tempo invita a riconsiderarne la realtà e alcune sue valutazioni.

Non è più il tempo, infatti, di letture politiche secondo la stanca contrapposizione destra-sinistra o conservatori-progressisti. Ciò che preme agli autori è restituire, in primo luogo, al giudizio della storia quelle voci silenziate e, per certi versi umiliate, da un’intollerante cultura teologica e mondana che, negli anni del post Concilio, si sono incrociate sulla strada della modernità. In secondo luogo, ma per alcuni versi più importante ancora, riappropriarci di alcune grida perché, ascoltandole, possiamo uscire dalla crisi in cui è entrata il pensiero cattolico e, di conseguenza, la fede.

Alla vigilia dei cinquant’anni della convocazione conciliare occorre superare la stagione ideologica che ne ha caratterizzato la recezione, ricomporre le ferite inferte in questi anni e restituire al popolo cattolico quelle certezze di pensiero e di fede su cui, solo, è possibile camminare lieti di ciò che ci attende, grati per ciò che ci ha preceduto.
 
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