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Il Coraggio
Di Lorenza Perfori - 07/09/2011 - Cultura e religione - 1035 visite - 0 commenti



Coraggio come forza d’animo nel sopportare ostacoli e situazioni difficili, nel fronteggiare le avversità senza abbattersi o lasciarsi andare. Coraggio nel ritrovare il gusto di tentare, di ricominciare, lì dove non restano altro che macerie, o là dove le asperità hanno lasciato profonde cicatrici anche nel corpo.

 

Scoprire che quel che la croce toglie è, in realtà, una potatura affinché il tralcio non rinsecchisca ma, saldamente radicato alla Vite, possa dare frutti più buoni, migliori, come accade in un racconto popolare cinese all’albero Bambù:

 

Bambù era l’albero più bello

di tutti gli alberi del giardino

e il Signore lo amava

più di tutte le altre piante.

Un bel giorno il Signore gli disse:

“Bambù, ho bisogno di te,

ma… per usarti devo abbatterti”.

L’albero fu scosso da un fremito.

Egli, però, sapeva che il Signore lo amava.

“O Signore”, disse, “fa’ di me ciò che tu vuoi”.

Così il Signore del giardino abbatté Bambù:

tagliò i rami, levò le foglie,

lo spaccò in due e ne estirpò il cuore.

Poi portò Bambù alla fonte di acqua fresca

Vicino ai campi inariditi,

lo depose delicatamente a terra

con un’estremità del tronco collegata alla fonte

e l’altra diretta verso il suo campo arido.

Ora l’acqua saltellava su Bambù

E scendeva giù giù ad irrigare l’erba,

le piante e i fiori di mille colori.

Nell’azzurro del cielo il sole sorrise

e Bambù, divenuto canale, strumento di vita,

si sentiva ora ricco di gioia e di felicità.

 

Il dolore, la disgrazia, la croce, possono diventare sofferenza insormontabile, ripiegamento su se stessi, rancore sordo, afflizione, asprezza, fino a giungere al disprezzo della vita - nostra o di chi ci sta accanto - e al desiderio di farla finita. Oppure possono trasformarsi in occasione di apprendimento, di maturazione e… di redenzione.

In questo caso, dal “nulla sarà più come prima”, potrebbe nascere qualcosa di inedito, un bene inaspettato, schiudersi un nuovo orizzonte: “A fuoco è andato il granaio” – dice un proverbio zen – “ora posso ammirare la luna”.

 

Kirk Kilgour nasce a Los Angeles il 28 dicembre 1947. La sua carriera sportiva inizia durante gli anni di scuola e continua al College dove pratica atletica, baseball e basket. Più di tutto, però, riesce nella pallavolo, dove le sue capacità gli valgono, qualche anno più tardi, il soprannome di “Angelo biondo”, sia perché ha, sì, i capelli chiari, ma anche la capacità di saltare altissimo e di effettuare una battuta in salto davvero micidiale.

Un ragazzone alto quasi due metri, giovane, con una carriera sportiva in rapida ascesa. Per sette anni è titolare della Nazionale Usa, con la quale nel 1972 partecipa alle Olimpiadi di Monaco. Nel 1973 arriva in Italia, ingaggiato dall’Ariccia Volley, che aveva da poco fatto il suo ingresso in serie A. Giusto un anno più tardi vince, con la sua formazione, lo scudetto del campionato italiano battendo la Panini di Modena, che all’epoca era la squadra favorita e, nell’autunno dello stesso anno, porta a casa l’incarico di assistente allenatore della Nazionale Italiana.





Le cose non potrebbero andare meglio: successo, notorietà, ed un ruolo importante appena conquistato, se non fosse che, durante l’esecuzione di un esercizio al “cavallo”, gli capita di cadere malamente incastrando la testa tra due materassini. La diagnosi medica è delle peggiori, di quelle che lasciano senza fiato: lussazione cervicale con lesione al midollo spinale, ovvero: tetraplegia.  

È l’8 gennaio 1976 e, all’età di 29 anni appena compiuti, Kirk si ritrova totalmente e irreversibilmente paralizzato a braccia e gambe. Perduta per sempre la capacità di battere altissimo, di schiacciare con potenza grazie allo slancio delle sue gambe agili e forti, addio ai sogni di gloria e, quel che è peggio, alla libertà. L’“angelo” non volerà più, le “ali” sono andate per sempre, al loro posto quattro rotelle, quelle della carrozzella, che, se non inchiodano al suolo, conducono, comunque, definitivamente in basso, in uno stato di dipendenza, di bisogno d’aiuto in tutto.

 

Kilgour non si scoraggia e riesce a trasformare quella carrozzella – una particolare sedia a rotelle che si muove con un congegno ad impulsi vocali, che lui chiamerà scherzosamente “macchina dei campi da golf” sulla quale “non pago neanche la tessera del Golf Club” – in una preziosa compagna di viaggio quando inizierà a girare il mondo, instancabile, nel nuovo ruolo di consulente sull’handicap e docente per corsi di motivazione (del resto è laureato in psicologia, quale occasione migliore per mettere a frutto gli anni di studio!). Una dedizione al mondo della disabilità preziosa, testimoniata, efficace proprio perché vissuta in prima persona che, anni dopo, gli varrà la consegna della Lettera Presidenziale di Merito per il servizio alla comunità.

Poi c’è il volontariato negli ospedali, il ruolo di allenatore alla Pepperdine University (dal ’79 all’81), di vice-allenatore (nell’85) quando il College conquista il titolo Ncaa, di scrittore, di produttore e quello di commentatore sportivo, che gli consente di far carriera e di rivivere, nuovamente, l’emozione delle olimpiadi (Los Angeles, 1984), seppur in una veste diversa.





Non ci è dato sapere dei momenti di scoraggiamento, della fatica quotidiana, del processo lento di accettazione, dei “perché”, anche della rabbia, che sicuramente ci saranno stati, quello che sappiamo è che Kirk Kilgour su quella sedia a rotelle ci è rimasto per 26 lunghissimi anni, fino al giorno della sua morte, avvenuta quando aveva 54 anni, per complicanze dovute a una polmonite.

Non ha pensato, Kirk, che un uomo nelle sue condizioni potesse vivere un’esistenza indegna. Non ha usato energie e capacità (quelle che l’incidente gli ha lasciato) nella lotta per la legalizzazione di una “morte dolce” a cui accedere, ma le ha interamente spese a testimoniare l’inestimabile valore della vita anche quando diventa amara, perché gravemente compromessa nelle sue funzioni.

Non ha creduto, Kirk, che “coraggioso” sarebbe stato un lancio nel vuoto per farla finita - l’aggettivo che i rovesciatori della verità hanno usato, ad esempio, l’anno scorso per definire il suicidio del regista Monicelli -, ma ha mostrato al mondo, con la credibilità del testimone, qual è il significato di questa parola.

Questo ci ha lasciato, Kirk, un’inestimabile testimonianza di che cos’è il coraggio… e una preghiera:

 

Chiesi a Dio d’essere forte per eseguire progetti grandiosi:

Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà!

Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese:

Egli ha permesso il dolore per comprenderla meglio!

Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:

mi ha fatto sperimentare la povertà perché non diventassi egoista.

Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:

Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro!

Domandai a Dio tutto per godere la vita:

mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto!

Signore, non ho ricevuto niente di ciò che chiedevo:

però mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno, e quasi contro la mia volontà!

Le preghiere, in cui non chiesi nulla, furono esaudite!

Sii lodato, o mio Signore!

Fra tutti gli uomini nessuno possiede più di quello che io ho!

 

che ha letto davanti a Giovanni Paolo II, in Piazza San Pietro, l’11 febbraio 2000 durante il Giubileo dell’Ammalato… e che ci fa capire qual è la fonte dalla quale Kirk ha attinto in tutti quegli anni… e non si tratta della psicologia che, presa da sola, rimane pur sempre insufficiente.





Scrive Neal A. Maxwell: “Il vento della tempesta, che spegne la fiacca fede dei deboli, dubbiosi, incerti, attizza però il fuoco della fede di coloro che cercano con costanza e umiltà”. È il caso, allora, di chiedere a Dio di rafforzare la nostra fede e di conservarci nell’umiltà, affinché la tempesta che dovesse sopraggiungere non ci colga impreparati.

 

In questo scritto sul coraggio, non potevano non esserci anche le parole di Alessandro Pronzato che alle virtù smarrite, e da riscoprire, ha dedicato un libro:

 

“Il coraggio più grande non è quello necessario a portare a termine un’impresa sensazionale, ma quello che ci vuole per tentare. […] Siamo abituati a tributare grandi onori ed elogi sperticati a chi torna vittorioso da un’impresa. Bisognerebbe, invece, festeggiare colui che, dopo essere tornato sconfitto una cinquantina di volte, decide di ripartire.

C’è una grandezza anche nei perdenti, in coloro che vengono ricacciati indietro senza aver tagliato il traguardo, avendolo solo intravisto da lontano.

Molti non arriveranno mai in cima alla scalinata. Ciò non toglie che abbia un considerevole valore il gradino che oggi sono riusciti a superare a prezzo di notevoli sforzi e sofferenze.

In certi casi, i ruzzoloni – da cui ci si rialza, un po’ ammaccati ma non rassegnati – sono più gloriosi delle medaglie.

Nella vita non bisogna ritenersi dei falliti se non si è degli ‘arrivati’. Quello che importa è essere in cammino, disposti a pagare il prezzo imposto per ogni passo in termini di sforzo, fatica e… incespicamenti. […]

 

Occorre scoprire la gioia nel fatto di essere dei perdenti, ma non dei perduti. Intendiamoci. Non mi piacciono i velleitari, gli indecisi a tutto, né sopporto i compiacimenti vittimistici. Bisogna essere determinati ad arrivare in fondo a qualsiasi cosa uno intraprenda, senza fermarsi a metà. Ma il fondo di un’impresa può essere il non desistere, tener duro, non arrendersi di fronte all’ennesima sconfitta”.

 

Pronzato elenca, quindi, alcuni esempi concreti, ne riporto solo uno:

 

“In Giobbe di J. Roth c’è la figura indimenticabile di Menuchim, figlio di Mendel Singer e Deborah. Deforme, epilettico, murato nella propria “assenza”. Qualcuno lo definirebbe un mostro, un errore di Dio.

Ma Deborah si rivela capace di aspettare, desiderare. Intuisce che in quella muraglia di incomunicabilità un giorno potrà aprirsi almeno uno spiraglio.

Di fatto, dopo molto tempo, il bambino farfuglia una parola: ‘mamma’.

Per anni non riuscirà a spiccicarne un’altra. Dirà ‘mamma’ per esprimere la fame, la sete, il dolore, la gioia, tutto… Ma ‘Deborah capiva ogni parola che si celava in quell’unica’.

 

Siamo noi che abbiamo bisogno di lunghi, interminabili discorsi per capire qualcosa (talvolta… quasi nulla). A chi ama, può bastare una sola parola, balbettata, smozzicata. Quella parola, interpretata dal cuore, dice tutto, contiene tutta la verità, tutto ciò che è necessario sapere, quanto basta per vivere.

Per chi ama, anche il silenzio è linguaggio, un sorriso comunicazione, un lampo negli occhi messaggio completo.

Il guaio è che sovente siamo incontentabili. Pretendiamo la totalità. Abbiamo bisogno di un orizzonte spalancato. Trascuriamo lo spiraglio.

Non sappiamo apprezzare il frammento. La scheggia di verità che può illuminare la notte. La minuscola gioia che è in grado di riempire una giornata… Il gesto di bontà di uno sconosciuto che ti riconcilia col prossimo. […]

Bisogna imparare ad attendere, a desiderare. Ma il frammento arriva sicuramente. Domani un altro. E un altro ancora.

È coi frammenti, raccattati quasi fossero tesori, che dobbiamo costruire la nostra vita e la gioia di vivere”. (Alessandro Pronzato, Alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi, Milano, 3° ed. sett. 2000, pp. 130-134).

 
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