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Tettamanzi e Allam
Di Francesco Mario Agnoli - 13/06/2011 - Attualitą - 1342 visite - 0 commenti

Non sempre condivido le opinioni di Magdi Cristiano Allam (tutt'altro), tuttavia condivido molto (quasi tutto) dell'articolo (pubblicato sul Giornale del 6 giugno) nel quale critica l'appoggio dato dall'arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi al programma e all'elezione del neo sindaco Pisapia, le idee di entrambi, nonché il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, che vorrebbe imporre il silenzio a chi critica gli uomini di Chiesa, che invece, se hanno diritto (Allam si guarda bene dal metterlo in dubbio) di dire la loro anche sulle vicende politiche, debbono accettare di buon grado le critiche dei dissenzienti.

Chi vi ha interesse cerchi l'articolo nel quotidiano che l'ha pubblicato, qui si riportano le righe finali, che riassumono la contrarietà dell'autore, che ne individua anche le radici storico-culturali, alle politiche e alle idee immigrazioniste del sindaco e del prelato, che ambiscono a fare di Milano un centro di massima accoglienza. “Rivendichiamo – scrive Magdi Allam - il diritto-dovere di sostenere a viva voce che è arrivato il momento di rifondare l'Italia affrancandola dalla strategia massonica che ha ispirato l'unità d'Italia attraverso la guerra e la sottomissione dei popoli, riuscendo a scardinare la nostra anima al punto da farci immaginare oggi che sia addirittura positivo concepirci come una landa deserta per trasformarci in terra di occupazione dell'immigrazionismo, dell'europeismo dei banchieri e del mondialismo capital comunista. È arrivato il momento di far primeggiare l'Italia degli italiani occupandoci di noi italiani prima di preoccuparci degli immigrati; di privilegiare l'Europa dell'anima anziché dell'euro; di scegliere il mondo dell'essere, non dell'avere e dell'apparire!”.

Lasciando un attimo da parte il neo-sindaco, a me interessa il cardinale (anche se fortunatamente sul piede di partenza per raggiunti limiti di età), e non tanto (ma anche) per l'immigrazione, ma perché trovo incredibile che un cattolico con gravissime responsabilità pastorali abbia favorito l'elezione, e continui ad appoggiarne il programma, di un uomo “espressione della sinistra radicale favorevole all'aborto, all'eugenetica, all'eutanasia, ai matrimoni omosessuali, alla droga di Stato, ai centri sociali, alla mega-moschea, ai privilegi ai rom e agli immigrati rispetto alle istanze dei cittadini milanesi”. Se nulla può giustificare la deriva del cardinale a favore del relativismo etico (e qui Tettamanzi, per quanta antipatia potesse nutrire nei confronti della Moratti, non ha scuse), anche l'immigrazione ha il suo peso, pur se va considerata la particolare posizione della Chiesa, che, immigrati o non immigrati, ha nei confronti di tutti gli uomini un dovere di carità.

Tuttavia una carità bene intesa deve curarsi anzitutto del prossimo più prossimo, cioè, a Milano e in Italia, di quei milanesi e di quegli italiani per i quali l'immigrazione non è un argomento da talk-show televisivo, ma una disgrazia da vivere sulla propria pelle. Per il momento (ma forse solo per il momento) il problema non riguarda gli appartenenti ai ceti più ricchi, che possono difendersi da sé, cambiando quartiere o città. Riguarda però moltissimi altri. la moltitudine dei cosiddetti “meno abbienti”, termine che oggi non include solo i poveri dichiarati, ma anche molti modesti benestanti di ieri e ieri l'altro, larghe e crescenti fette di “tute blu”, “colletti bianchi” e “partite Iva”.

Tutte persone che, senza potere difendersi, si vedono sottrarre beni essenziali sui quali credevano di potere sempre contare per il semplice fatto di vivere nella loro terra. A volte persino la casa e il lavoro, ma più spesso (sempre?) le abitudini esistenziali, l'ambiente del vicinato, la cultura, la piccola patria, il quartiere, luogo deputato a tranquille passeggiate nelle calde serate estive, a piacevoli soste fra volti noti e amici al bar o in gelateria, e trasformato all'improvviso in una landa estranea, battuta da gruppi di stranieri spesso violenti (il 5 giugno un intero quartiere di Milano è stato sconvolto da una battaglia fra bande di immigrati sud-americani) Sentirsi padroni in casa propria può sembrare una frase egoistica, ma è solo l' espressione di un umanissimo desiderio di sicurezza.

 E' vero, il mondo cambia e occorre adeguarsi, ma per tutti (per i più deboli in grado maggiore) l'adeguamento non è facile (non lo sarebbe nemmeno per i ricchi se non potessero ritirarsi in protette oasi di pace) e, di conseguenza, deve avvenire gradualmente. Garantirlo è un obbligo preciso di chi esercita l'autorità e questo vale, nei limiti in cui possono influire, per i vescovi e, a tanto maggior ragione, per sindaci e governanti di ogni genere e grado, sicché, dopo Tettamanzi, torna in ballo anche Pisapia. Creda, signor sindaco, l'internazionalismo proletario è roba da signori.

 
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