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Un Papa rimasto laico
Di don Massimo Vacchetti - 26/05/2011 - Religione - 1213 visite - 0 commenti

“Un uomo venuto di lontano” così Giovanni Paolo II in quel 16 ottobre del 1978, affacciandosi dal balcone della Chiesa di San Pietro, presenta se stesso. Non si tratta solo di una novità geografica che da secoli vede un italiano al soglio pontificio. No, non solo questo. La Polonia diviene protagonista del pontificato. Giovanni Paolo II è incomprensibile senza la sua Patria.

Nato nel 1920, Karol Woytila è diciannovenne quando il nazismo occupa militarmente la sua terra, da pochi anni soltanto indipendente. E’ dunque, sufficientemente, maturo per accorgersi del male che si perpetua attorno a lui. Ha venticinque anni, da poco sacerdote, quando l’Unione Sovietica vi impone il proprio dominio e il suo annichilimento di ogni prospettiva soprannaturale. Ciò che ha vissuto Woytila è significativamente quanto di più drammatico un uomo del secolo scorso abbia potuto sperimentare. Il male cambia nome, ma non sostanza. E tuttavia, nelle tenebre dei totalitarismi più ideologici, riconosce l’indomabile resistenza del bene, del vero e dell’amore che emergono impetuosamente nel cuore dell’uomo. Il suo connazionale e contemporaneo Massimiliano Kolbe, nel campo di concentramento di Auschwitz, è capace di offrire la propria vita in risposta al male più atroce. Similmente Sr.Faustina Kowalska, presso il cui Santuario, il giovane Karol, si reca e prega, propaga la Divina Misericordia che poi costituirà uno dei temi cari del suo magistero pontificio. Il male e il bene si intrecciano. Il confine è sottile.

 Nell’oscurità, la luce è sempre possibile. Questo giovane vede, conosce, domanda, offre, ama. E’ dalla realtà che desume la sua teologia e l’idea della dignità inviolabile della vita e della sua disposizione al bene. Non si stupisce del male perché ha visto l’abisso del cuore dell’uomo, ma ne sollecita sempre la conversione, fiducioso nella natura umana a cui Dio imprime il desiderio del bene, del riscatto. “Aprite le porte a Cristo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo Lui lo sa!”, dirà nel suo primo memorabile discorso del Suo Pontificato. Woytila è stato primariamente un uomo che ha vissuto. Questo suo vivere, aperto alla realtà, cordialmente attento a tutte le diversità culturali che aveva dinanzi, prodigamente fiducioso nelle risorse di bene dell’uomo, condividendo la sorte faticosa del lavoro nelle cave di pietra e dello studio serale, diviene come il suo maestro interiore. D’altra parte, val la pena ricordarlo, Karol entra in Seminario in piena occupazione nazista e frequenta il Seminario clandestino intrecciando la sua vita di seminarista a quella di operaio. Non poteva che essere l’esperienza, e non qualche insegnante, la sua autentica maestra di vita.

 E’ come se la realtà, perfino quella più degradata e umiliante, da lui incontrata, abbracciata, dolorosamente accettata, abbia costituito la cattedra dove Woytila ha appreso il gusto della verità. Non di meno si può dire della realtà creaturale – dalle bellezze e dall’ordine della natura a quella del suo stesso corpo (attraverso lo sport) che Lolek, questo era il suo soprannome, ha interpretato come un segno che rimanda al mistero che la sorpassa e in essa si manifesta. Il profilo di Cristina Siccardi nel suo “Giovanni Paolo II, l’uomo e il Papa” edito dalle Paoline, ha il merito di valorizzare questa lettura. Il suo lavoro non si attarda in una dettagliata biografia di cui pure fornisce un lungo e accurato elenco, né si avvicina ad un’agiografia. Piuttosto, il suo libro si può accompagnare ad una biografia del Papa (lei stessa se ne avvale specie della biografia di Accattoli) perché, in realtà, ne offre una chiave di lettura preziosa, singolare, perfino salace in alcuni passaggi e mai del tutto prona ad una visione mitica del persona. La Siccardi, non nuova a questo genere letterario, interpreta la vita e ne offre una chiave di lettura originale che si evince dal sottotitolo “l’uomo e il papa”. L’uomo Woytila non viene schiacciato dal Papa. Anzi, si può dire che “Karol Woytila non è mai diventato del tutto Giovanni Paolo II” (pag. 8). O forse, la chiave di lettura di uno dei Pontificati più lunghi della storia e di uno dei Papi più amati sta proprio nella sua umanità polacca. Giovanni Paolo II, in effetti, è uomo in tutti i suoi fattori. E’ un uomo che conosce la sofferenza prima attraverso la perdita, in breve tempo, di tutta la sua famiglia e poi dalle comuni infermità non nascoste, ma condivise senza paura. E’ uomo sportivo e di comunicazione, due aspetti che lo rendono moderno.

E’ uomo che sa stare sulla scena piuttosto che in luogo riservato e pudico, interprete del suo tempo così bisognoso di affetti e di gesti appariscenti ed emotivi. E’ un uomo che ha viaggiato fino a contribuire a rendere il mondo un villaggio, partecipi gli uni delle sorte degli altri. E’ l’uomo del grande ideale del Concilio Vaticano II che ha realizzato prima ancora che venisse convocato, divenendone uno dei più giovani protagonisti e il massimo compitore.

Prima che Giovanni Paolo II, è stato innanzitutto Karol Woytila. La sua storia personale, intrecciata con quella della sua Polonia, costituisce l’orditura del suo magistero pontificio. Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, trova un’analogia significativa nella sua storia precedente. L’uomo precede il Papa e il Papa rispecchia la realtà vissuta dall’uomo.

 E’ la sua esperienza nel mondo a dettare l’agenda del Pontificato. E’ come se, pur rivestito dell’abito e di una nuova missione, in fondo Papa Giovanni abbia continuato a riproporre l’esperienza del giovane Lolek e del Vescovo Karol. Si legge nella prefazione: "Egli non ha reagito all'elezione con mente ecclesiastica, ponendo davanti a sé i problemi dell'istituzione Chiesa, ma si è comportato come un cristiano chiamato a fare il Papa e che accetta di farlo interagendo con il mondo e con i fratelli, mettendo a frutto le straordinarie esperienze umane attraverso le quali era passato". Traspare lungo le pagine di questo bel libro, una riserva.

Una velatura coraggiosa. Una perplessità che si scorge leggera e tenue tra le righe di quest’ammirata e possente figura di uomo e di Papa. Nel suo pontificato, frutto evidente della sua esperienza e della sua prorompente umanità, la teologia del Concilio ha preso carne. Una inedita teologia dei Vescovi e dei laici, del mondo contemporaneo e dell’uomo prende vigore e con questo Papa ha nella sua stessa persona e magistero una riproposizione eminentemente concreta. L’accento posto alla dignità dell’uomo, la fiducia nella disposizione buona dell’uomo e la conseguente contrazione dell’attenzione al peccato, la valorizzazione di tutto ciò che l’uomo può compiere e delle strutture di partecipazione conduce ad una teologia primariamente laica. Paradossalmente – sembra chiosare l’autrice - il suo Pontificato propone una figura di Papa meno vicina a Pietro e più a Paolo, riducendo la dimensione sacrale e sacerdotale e a configurare una Chiesa i cui confini col mondo sono drammaticamente ridotti.

 
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