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Apocalypto: il giudizio di un sacerdote
Di don Massimo Vacchetti - 27/03/2007 - Religione - 1560 visite - 0 commenti
“Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno” Così inizia il film Una frase secca, a schermo scuro. Non importa neppure chi l’abbia detta, anche se poi risulta di W.Durant, uno storico dei primi secoli dopo Cristo e riferita alla fine dell’impero romano. Si capisce che sta parlando di te. Non W.Durant, ma Mel Gibson. Il suo non è un film storico, né d’avventura, né tantomeno uno squatter. Il suo è un grido, un avvertimento, una profezia. Mentre il film corre, come il suo protagonista, Zampa di Giaguaro, per sfuggire al sacrificio umano e alla barbaria dei predoni, ti accorgi che il film sta parlando di te, della tua vita, di ciò che ti circonda, del tuo mondo. Per questo è un film da vedere. Mi interessa della mia sorte, della mia felicità, della casa che ho costruito, del mondo in cui vivo e vivranno i miei figli, mi interessa del mio destino specie se chi mi parla non mi sta compiacendo. Anzi proprio perché dice qualcosa di ruvido e di amaro, è bene ascoltare. Quello di Mel Gibson è un film che ti ferisce per la durezza della sua denuncia (non tanto della violenza delle scene), ma poi non ti lascia, come tanti moralismi, preda dei rimorsi, dell’angoscia, dei sensi di colpa. In cosa consiste questo monito di Gibson? Il mondo è finito. Non, “è la fine del mondo”, ma “un certo mondo è finito”. Non è nelle sue intenzioni dirimere la questione nei dettagli, né fare un analisi della situazione. Per questo ci sono i documentari e le tavole rotonde. Gibson di mestiere fa il regista e adopera il linguaggio televisivo, con i suoi limiti e con la sua immediatezza, per comunicare qualcosa. “Il tuo mondo è finito” è l’espressione di una bambina che ha dinanzi a sé uno dei predoni più feroci. Una bambina affetta da un morbo e quindi totalmente inerme. Ha la sola forza della verità: “il tuo mondo è finito”, gli dice. Il sacerdote maya riprende questa convinzione, evidentemente diffusa, e rivolto al popolo raccolto per i sacrifici umani espiatori per ingraziarsi Dio, dice: “Dicono che siamo vuoti e marci, ma non è così. Noi siamo forti”. E per affermare questo, per alimentare l’illusione della forza, uccide e sacrifica. E’ convinto non solo di essere forte, ma di avere dalla propria Dio. Il vuoto genera rabbia. La debolezza diventa arroganza. L’inconsistenza diventa violenza. E così il sacerdote per affermare la propria forza, domina, uccide, rende schiavi. Come non vedere in questa descrizione il nostro mondo occidentale? Proprio sabato scorso il Santo Padre ha detto “L’Europa rischia il congedo dalla storia”. Come non vedere che ciò che si vuol caricaturale siamo noi? Siamo noi quel mondo che sta per finire. La paura ci ha riempito l’anima e la sta già divorando. Il nichilismo, il vuoto interiore, il marcio è ciò che lambisce ormai ogni riva del cuore. In questi giorni si parla di emergenza educativa. Qual è l’oggetto della questione? E’ che i nostri giovani non hanno consistenza, sono vuoti, non hanno ideali. Spenti dal troppo niente che hanno. Arresi dal cinismo e dall’indifferenza cui sono circondati quotidianamente. Derubati dalla possibilità che le cose, persino l’amore, la realtà più bella e desiderabile, abbiano una plausibile consistenza. E la conseguenza di questo è sotto l’occhio di tutti: violenza e rabbia, bullismo e rigurgiti di vecchie ideologie che pensavamo passate. E la questione dell’educazione, non è forse la questione degli educatori? I giovani privi di valori non sono, in fondo, una denuncia per un mondo di adulti non più capaci di comunicare la bellezza del vivere, il senso della vita, il valore della conquista e della costruzione del mondo? Non è che abbiamo sacrificato all’altare del denaro, dell’arrivismo, del potere e del piacere il nostro cuore? La questione religiosa non è emergente nel film se non per la strumentalizzazione che ne fa il sacerdote maya. Non è, tuttavia, lontano dal pensiero del regista che il nostro mondo mettendo da parte Dio, si prepara a mettere da parte se stesso. Anzi mettendo da parte Dio, relega negli scantinati la dignità dell’uomo e quindi ultimamente “si è distrutta dall’interno”. Ecco di cosa parla il film, al di là e attraverso la bellezza cinematografica delle riprese nella foresta amazzonica e il coinvolgimento emotivo per un inseguimento mozzafiato. Quale risposta abbozza il regista? Il regista lascia rispondere il protagonista Zampa di Giaguaro: “Dobbiamo andare nella foresta, per cercare un nuovo inizio”. Occorre ri-iniziare. Nella barbaria più dirompente, nella circostanza più disperata è possibile sempre ricominciare. E d’altra parte se una società – potremmo dire – se la Chiesa stessa non si ricostruisce, non si reiventa di nuovo, diventa stereotipo, ideologia, affermazione di sé e quindi, in definitiva, prepotente, violenta, arroccata e arrogante…come chi scalcia per difendersi! La Chiesa usa la parola “rievangelizzazione”, non per dire qualcosa di nuovo, per annunciare di “iniziare nuovamente” a credere nel medesimo Vangelo di sempre. I Santi, da San Benedetto (con i suoi monasteri nel mezzo delle macerie dell’impero romano) a San Francesco (“và e ripara la mia casa) hanno sempre ricostruito la Chiesa e il mondo. Un nuovo inizio è possibile, tornando a scoprire ciò da cui si viene. La foresta là dove il padre di Zampa di Giaguaro era cacciatore e prima di lui i suoi avi. La ricostruzione non avviene nella demolizione e nell’erezione di un edificio nuovo. No, il rinnovamento avviene sempre tornando alle radici di sé, riaderendo più compiutamente e più radicalmente alla propria storia.
 
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