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L'insostenibile leggerezza del relativismo
Di Marco Luscia - 25/03/2007 - Filosofia - 1387 visite - 0 commenti
Qualche tempo fa si stava a discutere in classe sul valore della verità. A dirla tutta, sono stato io ad ardire di pronunciare la parola “vietata”. Il nostro infatti, si presenta come il tempo delle molteplici prospettive e chi si azzardi a parlare di verità è subito tacciato di integralismo. Ma le cose stanno proprio così? E’ vero che l’uomo moderno deve rinunciare per sempre alla pretesa di qualsiasi verità? Non solo, siamo convinti che egli farebbe bene a preoccuparsi dei problemi concreti evitando persino di cercarla la verità ? Ma cosa resta della ricerca se essa è destinata al fallimento? Ha ancora senso cercare in questo caso? Queste ed altre domande hanno assillato la mia mente dopo quella discussione. Con questo breve scritto non ho alcuna pretesa di formulare una risposta; su di un punto però vorrei soffermarmi: quando con gli studenti si è parlato di “verità” inconsapevolmente, si sono formati due schieramenti che esprimevano prospettive filosofiche e antropologiche diversissime, uno spartiacque stimolante e provocatorio. Da una parte stavano i sostenitori della verità, essi riconoscevano all’intelligenza umana la possibilità di identificare alcuni principi, alcuni valori come assoluti, non negoziabili. Questo gruppo lo potremmo chiamare, il gruppo dei credenti, cioè di coloro che vedono nella natura un disegno e attraverso di esso la volontà di un creatore che nel creato avrebbe posto dei valori riconoscibili da parte di una ragione ben orientata. Questo significa che non basta la semplice ragione per garantire la bontà di un atto; anche una legge iniqua può essere frutto della ragione. Ciò che fa di un’azione o di una legge qualcosa di desiderabile è il dettato della retta ragione; questo intendo per ragione ben orientata. In tale sede non ho lo spazio di approfondire come si determini la recta ratio, basti qui solo ricordare il fecondo apporto in tale ambito promosso da Tommaso D’Aquino. Il secondo gruppo sosteneva – come osservato - una tesi totalmente diversa dal primo. I ragazzi asserivano che ogni valore morale non è altro che il prodotto di una determinata cultura e di un determinato tempo. In tal modo veniva espressa l’impossibilità di affermare l’assolutezza di qualsivoglia valore, mentre si riconosceva la transitorietà dei principi e persino dei concetti di bene e di male. A questo punto mi è parso opportuno porre un interrogativo: esiste un “dover essere” per l’uomo? Detto in altre parole mi chiedevo se fosse possibile riconoscere nella persona umana una serie di dati originari che la qualificano rispetto ad ogni altro essere vivente. Se esiste questa natura, la domanda che successivamente andrebbe posta è come l’uomo possa corrispondere nel corso della propria vita a questa “legge” inscritta dentro di lui. Gli inconsapevoli sostenitori di quella che ho chiamato visione materialistica della vita, i sostenitori convinti del relativismo dell’uomo e delle culture, ovviamente rigettavano la mia ipotesi, sostenendo al contrario come ogni verità fosse soltanto espressione di convenzioni, abitudini, idee consolidate, compromessi raggiunti. Questo ragionamento però, mi avvidi subito che portava in un vicolo cieco. Gli assertori del relativismo etico infatti dovevano concludere che collocate nel loro tempo pratiche come la tortura, la schiavitù, l’infanticidio, il cannibalismo, la discriminazione in base al sesso ecc…andavano valutate come eticamente vere e perciò, non solo tollerabili ma anche comprensibili, in quanto espressione di un dato sentire. Essi, nel precludere alla ragione umana la possibilità di riconoscere valori assoluti e atemporali, dovevano necessariamente esimersi da ogni giudizio sulla storia. Non solo, persino il presente visto attraverso questo angolo di visuale, se ci pensiamo, si rivela incomprensibile e gravido di contraddizioni. Chiediamoci infatti perché dovremmo censurare oggi, pratiche come la poligamia, l’infibulazione, la discriminazione della donna, la pena di morte, se esse sono vissute come valori culturali, come elementi di civiltà da popoli diversi da noi occidentali. A questi popoli cosa contrapponiamo? Le nostre convenzioni, i nostri usi e costumi, la nostra democrazia, anche laddove quest’ultima non appartenga minimamente alla cultura di una data civiltà? Se tutto è opinabile, se ogni cosa è semplicemente il frutto di rapporti di forza o votazioni di maggioranze, se tutto è frutto della cultura di riferimento, allora tutto è possibile e si equivale. E la prova di questa mia ultima osservazione è data da un fatto, che oggi, nel mondo ci si preoccupa della democrazia e dei diritti umani solo laddove vi sono interessi che esulano da motivi semplicemente umanitari. Il mondo è pieno di dittature, di atroci sperequazioni, di popoli che si scannano a vicenda nel disinteresse generale. Questo perché la stessa vita umana non è avvertita come un valore assoluto. Diritti umani e democrazia infatti, dove manchi un radicamento di questi principi in qualcosa di assoluto, risultano semplici convenzioni. Con che autorità infatti potrei proporre una convenzione ad un'altra ergendomi a giudice della stessa? Cosa accade insomma, se seguiamo il filo di questi ragionamenti? Vogliamo riconoscerlo?Semplicemente si verifica che i valori senza fondamento diventano tutti relativi. Il paradosso, percorrendo tale traiettoria concettuale è che persino le crociate e la caccia alle streghe, noti cavalli di battaglia della propaganda anticlericale e anticattolica, possono essere serenamente “giudicate”soltanto dai cattolici stessi, in quanto solo loro riconoscono la dignità assoluta di ogni essere umano, dignità che può essere tale, in quanto sottratta ad ogni discussione e radicata in DIO. Così, per converso, i relativisti dovrebbe comprendere molte vicende storiche senza giudicarle in quanto maturate in epoche dove i valori erano diversi. Un’ulteriore prova delle incoerenze cui porta la negazione della possibilità di riconoscere una verità sull’uomo si manifesta nell’attuale dibattito relativo allo statuto dell’embrione. Il prof. Boncinelli, intervistato in merito, osservò come fosse impossibile dire con certezza quando l’embrione umano potesse essere qualificato come persona. Detto ciò aggiunse, come per uscire da tale impasse, l’unica via praticabile fosse quella di stabilire convenzionalmente il momento del trapasso dell’embrione da anonimo grumo di cellule a persona. Questo significa che in paesi diversi, in culture diverse,tale momento può variare; insomma per alcuni la persona emerge con l’embrione stesso, per altri neppure dopo la nascita. Da tutto ciò conseguirebbe che la dignità umana e il diritto alla vita varierebbero in base alla logica di un accordo. La rinuncia dei principi suggeriti dal diritto naturale porta per tale via alla barbarie, all’affermazione del diritto del più forte. Accade sempre più quello che i buoni assicuratori sanno: la vita di un affermato avvocato di 40 anni vale infinitamente di più di quella di un modesto impiegato postale. Mai ci capiti di investire ed uccidere un affermato professionista! Ci accorgeremmo sulla nostra pelle di come va il mondo. Un’ultima osservazione: spesso abbiamo sentito affermare che un feto non può essere detto una persona perché lo è solo in potenza. Anche in questo caso vorrei servirmi di un esempio tratto dalla realtà. Supponete che un vostro vicino pianti cento alberi di mele, cento tenere pianticelle che fra qualche anno una volta cresciute daranno dei frutti. Nessuno si sognerebbe mai di dire che quelle pianticelle non solo degli alberi di mela, tanto che se io una notte decidessi di tagliarli tutti per fare un dispetto al mio vicino, se visto, andrei incontro ad un processo e ad una grave sanzione. A poco varrebbe affermassi che quegli alberi erano capaci di produrre mele solo in potenza. Sta tutta qui l’insostenibile leggerezza del relativismo.
 
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