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In Gran Bretagna i medici dicono NO ad eutanasia e suicidio assistito
Di Lorenzo Schoepflin - 19/03/2011 - Eutanasia - 837 visite - 0 commenti
Molte cose interessanti emergono da uno studio che si basa su una revisione della letteratura scientifica sulla propensione dei medici britannici in tema di eutanasia e suicidio assistito. Una su tutte: la maggioranza dice no alla legalizzazione. Intanto, ovviamente, continuano le pressioni di politica e dintorni. La maggioranza dei medici del Regno Unito è contraria alla legalizzazione di eutanasia attiva e suicidio assistito. E’ questo il risultato ottenuto da un team del dipartimento di Medicina palliativa del Milford Care Centre, un hospice con sede in Irlanda. Il lavoro, dal titolo “Gli atteggiamenti dei medici britannici verso l'eutanasia e il suicidio assistito: una revisione sistematica della letteratura”, è stato da poco pubblicato sul Palliative Medicine Journal. In esso si riporta un’analisi dei risultati di alcuni articoli risalenti al periodo che va dal 1990 al 2010 e riguardanti proprio la sensibilità dei medici in tema di morte procurata. Da dieci degli undici articoli esaminati a proposito di eutanasia attiva emerge una maggioranza che si oppone alla legalizzazione, così come maggioritaria è, in otto articoli su dieci, l’opinione dei medici che dichiarano la loro contrarietà al suicidio assistito. Tra i fattori che determinano l’atteggiamento dei medici, oltre alla loro religiosità, vi sono anche questioni più strettamente mediche: lo sviluppo delle cure palliative e la necessità delle adeguate garanzie una volta che si introducano pratiche eutanasiche, ad esempio, sono motivi che inducono i medici a negare il loro supporto alla “buona morte”. Secondo gli autori dell’articolo, inoltre, sarebbe opportuno condurre un’ indagine più dettagliata su altri aspetti che influenzano le opinioni dei medici, quali ad esempio la preoccupazione che la legalizzazione dell’eutanasia costituisca un primo passo verso un’apertura indiscriminata al “diritto a morire” e quella in merito a casi di depressione e demenza. Dai risultati emerge anche che, anche qualora eutanasia o suicidio assistito fossero legalizzati, meno di un quarto dei medici si dice disposto a collaborare attivamente a questo tipo di pratiche. Da uno degli articoli analizzati, inoltre, si evidenzia come l’opposizione alla morte procurata venga manifestata dalla maggioranza degli interpellati anche quando si ha a che fare con pazienti malati terminali. In Gran Bretagna, il dibattito su eutanasia e suicidio assistito è stato sempre molto acceso. Nel 1993 Anthony Bland muore a nove giorni dalla sospensione di alimentazione e idratazione artificiale, dopo quattro anni di stato vegetativo, grazie al parere favorevole dell’Alta Corte che accolse le istanze dei parenti del ragazzo. Nel 2006, la Camera dei Lord boccia una legge che avrebbe aperto al suicidio assistito per i malati terminali. Dopo sette ore di accese discussioni, 148 dei 248 votanti respingono il testo: i sostenitori della legge parlarono di inutile “allarmismo” su un provvedimento che “avrebbe risolto il problema delle sofferenze dei pazienti”. Risalgono al 2009 le linee guida del direttore della Procura generale, Keir Starmer, secondo le quali l’aiuto a morire costituisce reato solo nel caso in cui chi assiste il suicida trae beneficio dal decesso dello stesso. Sono due i casi in cui tali linee guida hanno trovato applicazione: i genitori di Daniel James, che hanno accompagnato il figlio a suicidarsi in Svizzera nel 2009, e Michael Bateman, che ha aiutato la moglie a togliersi la vita, non sono stati incriminati e per essi non è stato avviato alcun procedimento penale. Anche in Scozia il tentativo di legalizzare l’eutanasia si è scontrato con la volontà parlamentare il primo dicembre scorso: con 85 voti contrari – solo 16 quelli a favore – fu respinto l’“End of life assistance bill”, la legge che avrebbe depenalizzato eutanasia e suicidio assistito. Il “diritto a morire” dignitosamente sarebbe stato garantito ai malati terminali e a tutti i soggetti affetti da gravi malattie degenerative senza speranza di miglioramento. (da Avvenire del 17-03-2011)
 
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