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Corea del Nord, un vero inferno terrestre
Di Rassegna Stampa - 15/03/2011 - Attualitą - 984 visite - 0 commenti

di Danilo Quinto

ex tesoriere partito radicale 

L'Annuario Pontificio continua a dare come "disperso" il vescovo di Pyongyang, capitale della Corea del Nord, Monsignor Francis Hong Yong-ho, che oggi avrebbe cent’anni. La Santa Sede fa questo per segnalare la situazione drammatica che ha vissuto e che continua a vivere la Chiesa cattolica in quel Paese, che la “United States Commission on International Religious Freedom” fa rientrare nella lista degli otto Stati che destano particolare preoccupazione per l’affermazione della libertà religiosa. Dato confermato nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite diffuso del novembre dello scorso anno, nel quale si afferma che in Corea del Nord si vivono sul piano politico «restrizioni estese nel campo dei diritti civili e politici», fra cui la «libertà di pensiero, coscienza, religione, opinione ed espressione».

Il cristianesimo arriva in terra coreana dalla Cina nel 1600, attraverso il libro del missionario gesuita Matteo Ricci La vera dottrina di Dio. L’inizio dell’evangelizzazione risale al 1784, quando il primo coreano - Lee Seung Hun, un laico e uomo colto - fu battezzato a Pechino con il nome di Pietro. Tornato in Corea, Lee battezzò a sua volta i suoi compagni e diede inizio alla prima comunità cristiana. Si formò così una forte comunità: «Una comunità unica nella storia della Chiesa - affermò Giovanni Paolo II a Seoul nel 1984 - perché fondata unicamente da laici». Pur senza sacerdoti - i primi missionari provenienti dalla Francia si introdussero segretamente nella regione solo dopo il 1836 - la comunità coreana era piena di coraggio, pronta a fronteggiare le persecuzioni, giustificate dal nazionalismo nordcoreano, che fa riferimento al “Chondogyo”, una forma di sincretismo religioso tra buddhismo, taoismo, confucianesimo, sciamanesimo e cristianesimo. Del numero globale di martiri coreani, che viene calcolato intorno a diecimila mila nell’arco di un secolo, segnato da durissime persecuzioni che si susseguirono alternandosi a periodi di tolleranza, a seconda del prevalere delle forze tradizionaliste o riformiste al potere, è conosciuto e documentato il martirio di 103 persone, canonizzate da Giovanni Paolo II a Seoul, in piazza Yoido, il 6 maggio 1984. «Dal trentenne Pietro Yu Tae-chol al settantaduenne Mark Cong - disse il Santo Padre in quell’occasione. - Maschi e femmine; sacerdoti e laici; ricchi e poveri; persone ordinarie e nobili; tutti sono stati felici di morire per testimoniare Cristo».

Tra loro, vi fu Andrea Kim Taegon, il primo sacerdote martire coreano. Arrestato, venne portato davanti al re e rifiutò ogni lusinga di fronte alle richieste di abiura. Torturato, venne decapitato il 16 settembre 1846 a Seoul. Aveva 25 anni. Poco prima di morire inviò ai compagni di fede una lettera dal carcere in cui diceva che i cristiani portano un “nome glorioso”. «Ma a che cosa gioverebbe - si chiedeva - avere un così grande nome senza la coerenza della vita?». Andrea Kim era convinto che «la Chiesa cresce in mezzo alle tribolazione», «ma sebbene le potenze del mondo la opprimano e la combattano, tuttavia non potranno mai prevalere». Il martire coreano incoraggiava con queste ultime parole i suoi fratelli: «Abbracciate la volontà di Dio e con tutto il cuore sostenete il combattimento per Gesù, re del cielo … vi prego di camminare nella fedeltà; e alla fine entrati nel cielo, ci rallegreremo insieme».

La persecuzione dei cristiani iniziò a decrescere a seguito dei trattati stipulati con i paesi occidentali, intorno al 1880, per poi riprendere dopo il 1910 – anno in cui la Corea fu invasa dal Giappone - quando fu vietato l’uso dell’Antico Testamento e solo una versione del Nuovo Testamento, severamente censurata, poteva essere predicata.

Con l’indipendenza ottenuta nel 1945, la penisola coreana fu divisa in due parti: il Nord e il Sud. In quegli anni, nel Sud vi erano centomila cattolici in circa cento parrocchie, nel Nord circa cinquantacinquemila, in circa cinquanta parrocchie. I missionari si trasferirono nella Corea del Sud e nessun missionario, viste le durissime restrizioni imposte ai cristiani, riuscì a ritornare nel nord della Corea.

Durante la Guerra di Corea (1950-1953), le truppe nord-coreane penetrarono nel Sud e rastrellarono missionari, religiosi stranieri e cristiani coreani. Al Nord furono rasi al suolo i Monasteri e le Chiese; i monaci e i sacerdoti furono arrestati e condannati a morte. La persecuzione religiosa portò nei lager centosessantasei tra sacerdoti e religiosi presenti nel territorio, di cui oggi non si hanno più notizie. I cattolici presenti nel paese, nel corso degli anni, sparirono nel nulla. Nicholas Cheong Jin-suk, arcivescovo di Seoul, nominato cardinale da Benedetto XVI il 24 marzo 2006, ha definito la Chiesa coreana una “Chiesa del silenzio”.

Oggi – secondo i dati di uno Stato che si proclama ufficialmente ateo - i cristiani-cattolici nordcoreani sono circa quattromila, oltre a circa undicimila protestanti. Testimonianze raccolte da “AsiaNews” sostengono che i “veri” cattolici nel paese non sarebbero più di duecento, per la maggior parte molto anziani. Piu’ fonti sostengono cha dal 1948 – anno di nascita del regime nordcoreano - ispirato ai principi dell’ideologia politica della “juche”, dell’auto-realizzazione, un sincretismo di neo-confucianesimo, nazi-maoismo e stalinismo – i cattolici “spariti” siano stati almeno trecentomila.

Attualmente, il numero dei luoghi di culto varia a seconda dei visitatori che riescono a entrare nel Paese. Si conoscono solo i dati che riguardano Pyongyang, dove, oltre a quattro templi buddisti, esistono solo tre luoghi di culto autorizzati per la fede cristiana: due protestanti e uno cattolico, la Chiesa di Changchung, costruita nel 1988. Molti analisti internazionali la considerano una “vetrina” al servizio del regime.

Nel libro intitolato Eyes of the Tailless Animals, la scrittrice coreana Soon Ok Lee descrive i terrori da lei sperimentati in un campo di rieducazione nord-coreano, a Kae-Chon, nella provincia meridionale di Pyung-Yang, «dove i cristiani - scrive - se si rifiutavano di negare Dio venivano bruciati fino a morire con metallo fuso» e «dove - aggiunge - venivano fatti molti esperimenti su esseri umani. Essi dicevano che era superfluo testare armi e prodotti chimici sugli animali, perché loro erano stati generati per colpire i loro nemici, altri esseri umani». Esistono testimonianze - ne ha dato notizia la Missione Evangelica “Porte Aperte”, che alla Corea del Nord dà il primo posto nella “World Watch List”, che compila ogni anno - che confermano come in alcuni casi i cristiani siano stati usati come cavie per provare l’efficacia di armi biologiche e chimiche.

Nell’ottobre scorso, il responsabile del lavoro in Corea del Nord di “Porte Aperte”, ha affermato che supera il milione - su una popolazione che attualmente conta circa 24 milioni di persone - il numero dei prigionieri politici chiusi nei campi gestiti dal regime e che un quarto dei cristiani presenti nel paese, che più fonti stimano in 200mila, ma che potrebbero essere addirittura 500mila, si trovano in questi campi. Dai quali difficilmente si esce vivi. L'Associazione di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre” riporta che molti esuli nord-coreani hanno testimoniato nel corso del 2009 l’esistenza di campi di internamento o rieducazione, la cui presenza è confermata anche da immagini satellitari, come nel caso del campo di Yodok. Al momento, nei campi - un centro di rieducazione e cinque campi di concentramento sparsi per il Paese, secondo il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, che ha ripreso fonti del governo della Corea del Sud - sarebbero rinchiusi dai 150mila ai 200mila prigionieri, che subiscono torture, stupri, esperimenti medici, lavori e aborti forzati, esecuzioni capitali “segrete”. Con maggiore violenza sembra siano puniti coloro che vengono imprigionati per motivi religiosi, anche solo per aver messo in circolazione copie della Bibbia. Com’è accaduto, il 16 giugno 2009, a Ryongchon, città del nord-ovest, poco distante dal confine con la Cina, a Ri Hyon-ok, una cristiana di 33 anni, condannata a morte e giustiziata in pubblico.

Dopo la sua esecuzione, i suoi genitori, il marito e i tre figli sono stati rinchiusi in un campo per prigionieri politici nella cittadina nord-orientale di Hoeryong. Analoga la sorte di Son Jong-nam, il quale – secondo la testimonianza del fratello raccolta da fonti di “Asia News” nel 2010 - «sognava di aprire una Chiesa libera a Pyongyang, dove poter insegnare il Vangelo». Era nato a Pyongyang nel 1958. Trascorsi dieci anni nei servizi di sicurezza presidenziali, fu nominato sergente maggiore nel 1983. Nel 1997, la moglie, incinta di otto mesi, fu arrestata con l’accusa di aver attribuito al leader nord-coreano la carestia che stava affamando il paese. Per cercare di ottenere una confessione scritta, le guardie la picchiarono sulla pancia e le causarono un aborto. Son e la sua famiglia fuggirono in Cina nel 1998. Dopo la morte della moglie - colpita dalla leucemia - Son incontrò una comunità di cristiani protestanti. Si convertì e decise di dedicare la propria vita al Vangelo e all’evangelizzazione della Corea del Nord. Scoperto in possesso di venti copie della Bibbia e di materiale religioso, le autorità lo chiusero in un lager. Dopo la tortura, “confessò” le sue colpe e fu messo a morte nel novembre 2008.

Il 2 maggio dello scorso anno, “Porte Aperte” ha diffuso il resoconto di un’intervista realizzata dalla “United States Commission on International Religious Freedom, USCIRF, nel corso della quale sei tra poliziotti ed agenti di sicurezza hanno ammesso di essere stati specificatamente formati ed istruiti dai loro superiori per infiltrarsi, fingendosi cristiani, nelle riunioni di preghiera, al fine di incriminare, arrestare e, a volte, giustiziare i credenti in Corea del Nord. È quanto, per esempio, accaduto nel maggio del 2010 – la notizia fu diffusa dal “North Korea Intellectuals Solidarity”, network di esuli dal Nord - quando furono scoperti fedeli cristiani riuniti in una chiesa domestica nella contea di Pyungsung, provincia di Pyongan, dove erano riuniti per celebrare una funzione clandestina. In ventitre furono arrestati. Dopo un lunghissimo interrogatorio, tre di loro, considerati leader del gruppo, furono condannati a morte e immediatamente fucilati. Gli altri furono inviati al lager numero 15, il Kwanliso di Yoduk.

“Aiuto alla Chiesa che Soffre” riferisce che la Chiesa della Corea del Sud organizza seminari e gruppi d’azione per aiutare i fratelli del nord. L’ultimo di questi incontri della Rete episcopale per la Riconciliazione del popolo coreano, di cui è presidente il Vescovo ausiliare di Seul, Monsignor Lucas Kim Woon-hoe – che si è svolto a Seul il 22 novembre dello scorso anno – ha avuto come tema “I saeteomin, agenti di Vangelo”. Saeteomin in coreano significa “rifugiati, coloni”, ed è il termine con cui i sudcoreani chiamano coloro che riescono a scappare dal regime di Pyongyang per stabilirsi dall’altra parte del confine. Col tempo, dato il bassissimo livello di integrazione degli esuli, è divenuto un termine dispregiativo. Considerati traditori in Corea del Nord, i Saeteomin – è stimata in 20 mila la loro presenza in Corea del Sud – vivono in sud Corea come eterni mendicanti. «Dobbiamo essere veri testimoni di quello che accade nel Nord - ha affermato mons. Lucas Kim Woon-hoe - e niente può aiutarci di più, in questo compito, dei nostri fratelli saeteomin, che hanno la nostra identica dignità e sono agenti di evangelizzazione, membri a tutti gli effetti della nostra società e amici con cui costruire insieme il futuro. Pregherò Dio, affinché giunga presto il giorno in cui tutti noi potremo vivere, con un cuore solo, la riconciliazione delle due Coree».

La Bussola Quotidiana, 13 marzo 2011

 
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