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Lorenzetto, l'orgoglio di essere veneto
Di Giuliano Guzzo - 31/12/2010 - Segnalazioni librarie - 1052 visite - 0 commenti
Fosse vissuto ai tempi del boom del Nord-est, Max Weber – massimo teorico del capitalismo – avrebbe avuto il suo bel daffare con lo studio del Veneto, terra cattolicissima e in prevalenza agricola divenuta, nel giro di pochi anni, locomotiva della piccola media industria italiana. Una trasformazione radicale resa possibile - ironia della sorte - proprio dal fatto che i veneti, al cambiamento, non c’hanno mai pensato.
Da sempre allergiche alla pigrizia, sono difatti persone che non inseguono l’arricchimento, bensì il lavoro: non sgobbano, come pensano in tanti, per il gusto d’ammucchiare schei, ma per il fatto che non potrebbero fare altrimenti. Perché senza il sudore quotidiano si sentirebbero perse e inutili, da rottamare.
Una mentalità, questa, che però non impedisce al Veneto d’essere una terra dal cuore tenero, dove prosperano beneficenza e solidarietà e dove gli immigrati - con buona pace di chi crede i veneti razzisti - trovano lavoro e accoglienza come in pochissime altre parti d’Italia. L’apparente complessità di questo stile di vita, sospeso tra laboriosità e altruismo, fa sì che ci sia un solo modo per capire fino in fondo questa regione: farsela spiegare da chi ci è nato e cresciuto.
Stefano Lorenzetto, già vicedirettore e firma di punta de Il Giornale, è un veneto doc e non ha paura di dirlo, tanto che s’è cimentato proprio in questo: nel tentativo di raccontare la sua regione a chi la conosce poco e a chi, credendo di conoscerla, inciampa in pregiudizi che l’ex Serenessima - non foss’altro per il suo glorioso passato – proprio non si merita. Il risultato di questo tentativo sono le 302 pagine di Cuor di Veneto (Marsilio, 2010), una sorta di vademecum dell’antropologia veneta, un libro polifonico nel quale, al patriottismo dichiarato dell’autore, si affiancano le voci di altri venticinque protagonisti. Tutti veneti ovviamente, e ciascuno con una propria storia da raccontare. Una storia che Lorenzetto, col suo incedere brillante, riproduce in interviste che diventano ritratti delicati e ironici, veri e propri affreschi dell’anima.
 Le pagine scorrono così una via l’altra e la sensazione che resta, intervista dopo intervista, è che la peculiarità dei veneti risieda, molto banalmente, nel loro essere gente normale. Gente che ha capito che l’unico modo per assicurarsi un futuro è fare tesoro della memoria; ricordarsi delle proprie origini umili e dei prudenti consigli di chi è venuto prima. Di chi ha cercato, senza troppa retorica, di lasciare in eredità ai posteri la sola cosa che conti davvero: l’esempio. Tutte le malevole dicerie sul Veneto sono dunque da considerarsi frutto dell’invidia di chi, di questa terra, non ha ancora capito nulla o quasi. E farebbe bene, prima di parlare, a leggersi il bel libro di Lorenzetto.
 
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