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Il PCI ai giovani!
Di David Ressegotti - 30/12/2010 - Attualità - 1534 visite - 0 commenti
L'altro giorno, ragionando sulle proteste studentesche a Roma (violente o non-violente che fossero), mi è capitata in mano la celeberrima poesia di Pasolini su Valle Giulia; si tratta di una poesia molto lunga e “brutta, cioè non chiara”, a detta dell'autore, pubblicata sulla rivista Nuovi Argomenti e proditoriamente pubblicata sull'Espresso (con pesanti tagli ed un titolo arbitrario) nelle settimane successive agli scontri di Valle Giulia del 1° marzo 1968. Questa poesia (“Il PCI ai giovani!”) è rimasta nella storia soprattutto per la presa di posizione del suo autore a favore dei celerini, perché “figli dei poveri”: essi, secondo il poeta, rappresentavano infatti in quello 'scontro di classe' del marzo '68 i veri proletari. Si tratta di un componimento davvero affascinante, certamente perfetto per offrire una base di ragionamento sugli ultimi fatti di cronaca.
Va detto che questa poesia, a detta dello stesso Pasolini, è scritta su un registro ironico, anche auto-ironico, ed è quindi da intendere in senso paradossale: e in questo luogo non intendo io stravolgerne tanto le parole al punto da farle diventare una critica “da destra” ai movimenti studenteschi, in una lettura che certamente farebbe rabbrividire l'autore. Tuttavia, va detto che la critica mossa da Pasolini a quei ragazzi, pur se certamente “da sinistra”, non solo era perfettamente ragionevole, ma ancor oggi attualissima; a mio avviso, quella critica vale molto di più della estemporanea presa di posizione a favore dei celerini nell'occasione degli scontri di Valle Giulia (una mossa retorica che Pasolini stesso definisce una ironica “captatio malevolentiae”). Voi, ragazzi, dice l'autore, “siete paurosi, incerti, disperati, / (benissimo) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori e sicuri: / prerogative piccoloborghesi, amici.” Sempre di Pasolini sono le urtanti definizioni di “fascismo di sinistra” e soprattutto di “cifrata rivolta della borghesia contro sé stessa”. Simili provocatorie definizioni non hanno certo lasciato indifferenti i contestatori di allora, e certamente possono far riflettere anche quelli di oggi.

La poesia di Pasolini suscitò infatti all'epoca una decisa reazione di condanna da parte di studenti, di intellettuali e di politici. In una tavola rotonda tenuta nella redazione dell'Espresso qualche settimana più tardi, infatti, si alternano e si spalleggiano due diversi condannatori (Foà e Petruccioli, capo dei giovani comunisti italiani) contro un Pasolini laconico e un poco intimidito, ma non disposto a cedere sulle parti fondamentali della sua riflessione. L'accusa è quella di non aver capito la lezione del marxismo, di essere rimasto attaccato ad una concezione del proletariato mitica e mai esistita, mentre le forze del proletariato -secondo la lezione di Lenin- sono tutte quelle che, acquistando coscienza rivoluzionaria, muovono lo storia: dunque, esse sono anche la rivolta dei figli dei borghesi contro lo stato capitalista.

In realtà, a detta di Sansonetti (L'Unità, giugno 2003), in quegli anni attivissimo contestatore, leggendo oggi quelle pagine dell'Espresso bisogna per forza di cose ammettere che “in quella discussione Pasolini disse cose che, se fosse vivo, potrebbe più o meno ripetere oggi, senza grandi modifiche. Gli interventi di Foa e Petruccioli invece sembrano vecchi di un secolo. Fa un effetto stranissimo. Sembra che Pasolini fosse l'unico ad avere avvertito l'importanza del '68 e avere deciso di impegnare tutte le sue capacità di analisi nello studio di quel fenomeno (allora noi dicevamo: «analisi di classe»). Gli altri non compivano nessuno sforzo di comprensione, si limitavano ad applicare alla cronaca di quei giorni i classici e un po' burocratici strumenti interpretativi di sempre.” Il fatto è che Pasolini soltanto aveva compreso il carattere non proletario, ma borghese della rivolta studentesca.

Borghese perché arrogante, perché auto-referenziale, e perché frutto di una lotta non rivoluzionaria, ma soltanto civile, intestina: è il poeta stesso a riflettere in questo senso. “Fino alla mia generazione i giovani avevano davanti a sé la borghesia come un oggetto, come un mondo separato. Potevamo guardare la borghesia così, oggettivamente, dal di fuori: il modo per guardarla oggettivamente ci era offerto dallo sguardo posato su di essa da ciò che non era borghese. Per un giovane di oggi questo è molto più difficile. Perché? Perché la borghesia sta trionfando; attraverso il neocapitalismo la borghesia sta per diventare la società stessa, sta per coincidere con la storia.” La critica principale, dunque, non era mossa “contro gli studenti”, con cui anzi si sperava di aprire un “dibattito franco e fraterno”, ma contro chi falsamente li incensava (i giornali che “vi baciano […] il culo”) come propri eredi.
Sansonetti, infatti, conclude la sua riflessione dicendo che oggi la poesia di Pasolini potrebbe piacere paradossalmente di più a chi ancora difende il proprio passato sessantottino, che a chi lo rifiuta come una pazzia giovanile: e questa analisi, secondo me correttissima, spiega perfettamente quale sia stato il frutto (marcio) di quelle lotte studentesche, e anche di quelle ad esse successive fino ai giorni nostri. A mio avviso, il fatto che quei ragazzini di Valle Giulia oggi si siano sostituiti ai propri oppositori, ed oggi siano loro stessi i magistrati, i professori universitari, gli editorialisti, dimostra la natura essenzialmente utilitaria di quelle sommosse: non si tentava, infatti, di sovvertire il sistema, ma di prendere posto in esso, sfruttando una dinamica sì riformista, ma ancora essenzialmente borghese (anzi, piccolo-borghese).

Ecco il motivo dell'odio, della violenza di molti di quei “cuccioli” miei coetanei: i loro metodi spocchiosi e prevaricatori nascono da una furiosa dichiarazione di superiorità rispetto ai padri (un moto psicologico, se vogliamo, ma certo non rivoluzionario in senso comunista) lanciati con la sola intenzione di prendere il loro posto. L'arroganza arriva al punto tale da sfilare sotto striscioni auto-inneggianti, in cui i 'cervelli' del paese sono tutti e soli coloro che si trovano in corteo in quel momento; arriva al punto da utilizzare i book blocks, grosse copertine di libri dall'anima in ferro, per rispondere alla pari alle cariche della polizia dopo averle provocate. L'arroganza di costoro arriva a dare degli ignoranti ai poliziotti, a pretendere che la loro violenza sia garantita dalla propria pretesa superiorità culturale (e che Pirandello o Manzoni siano usati per menare colpi è una cosa sinceramente agghiacciante, molto più che le “banali” vetrine sfondate o le camionette bruciate), ma non da una critica al Sistema nei suoi fondamenti. Anzi, fin quanto possibile oggi si urla e si grida in favore di telecamera, si cercano "la visibilità" ed il plauso dei cronisti. I canali democratici ed elettivi di rappresentanza studentesca (locali e nazionali) sono snobbati semplicemente perché silenziosi, poco visibili, difficili da utilizzare per fare notizia.
Ancora oggi, la massima aspirazione di questi ragazzi sembra essere quella di avere la propria occasione peri salire la scala sociale: poter entrare nell'università e nel lavoro, poter avere un posto sicuro e la propria leva di comando in mano. Casomai, in questi quarant'anni la cosa è diventata semplicemente più esplicita, ormai pacifica, e si combatte dichiaratamente per ottenere il proprio posticino. Gli slogan rimangono intrisi della medesima retorica degli anni '60 (solo sostituendo il proletariato, entità mitica ormai senza più presa, con il precariato, nuovo oggetto di mitologizzazione), ma c'è molta più faccia tosta nelle rivendicazioni: ormai non si combatte più per cambiare le cose, ma per mantenerle come stanno. A pensarci bene, infatti, in questi ultimi mesi (e anche negli ultimi anni) non si è combattuto per partecipare a un progetto di riforma, anzi! La necessità di una riforma dell'università (al di là della questione inerente a questa riforma) è quasi sempre rifiutata, o rimandata indietro a contorni e obbiettivi fumosi o irrealistici, del tutto irrealizzabili: per la maggior parte si chiede, anzi si pretende, che le cose restino come stanno, che la scuola e l'università rimanga così com'è. Il dialogo per un progetto di riforma, quando viene aperto, dà sempre frutti fumosi e vaghissimi, senza contatto alcuno con la situazione contingente: lavoro per tutti, soldi per tutti, università per tutti (ribaltando l'articolo della costituzione sul diritto allo studio: ormai si lotta perché lauree e posti di lavoro siano garantiti a tutti, seppur incapaci e immeritevoli). Il frutto di questo è che, ad aspettare l'attuazione di tali progetti, intenzionalmente inapplicabili, le cose rimarranno sempre come stanno da dopo il "trionfo" “culturale” del '68: ed è proprio questo ciò che molti dei cosiddetti “rivoltosi” si augurano, con l'intenzione di prendere in futuro il proprio posto nel collaudato Sistema.

Ormai, anche la classe politica (persino quella più a sinistra) ormai dà per scontato che la causa degli scontri non sia più la rivoluzione proletaria, il sovvertimento del sistema: è pacifico che la questione sia semplicemente la pretesa di un avvicendamento al potere, un mero “mettere in pensione” i “vecchi dirigenti” per prenderne il posto (il PCI ai giovani!). Nessuna eversione, solo un rinnovamento nella continuità. Visto da sinistra, questo è il definitivo trionfo dell'attuale sistema borghese, non c'è dubbio. Quello che Pasolini aveva genialmente intuito 40 anni fa oggi è lampante: quelle proteste sono intestine alla tanto esecrata borghesia, nessuna rivoluzione nascerà mai dagli sforzi di quegli arrabbiati cuccioli piccolo-borghesi. E allora come oggi i giornali, compreso spessissimo anche quello di Sansonetti, entusiasti “leccano i culi” (come peraltro sono ormai diventati bravissimi a fare).

Quello che è cambiato, da quarant'anni a questa parte, è solo la definitiva sconfitta degli ideali sessantottini più autentici, quelli per un rinnovamento sostanziale del Sistema. Perché in fin dei conti il '68 non è stato solo male, anche se ha finito per portare al potere la peggiore delle sue corruzioni.
Per questo io, da coetaneo di quei ragazzi, consiglio loro -se davvero la loro aspirazione è quella di cambiare le cose, e non solo di mantenerle come stanno- di ripensare alla parte più autentica dell'esperienza dei loro predecessori, quella che è morta quando essi, crescendo, hanno avuto accesso alla stanza dei bottoni, o che nel peggiore dei casi è impazzita nel sangue degli Anni di Piombo. Quella che trovo splendidamente riassunta in un grande capolavoro, eredità di quegli anni difficili: la Storia di un impiegato di Fabrizio de André, in cui il movimento studentesco non è affatto rifiutato, ma ricondotto alla sua natura più vera. E qual è questa natura? Si tratta dalla condivisione, della riscoperta della fratellanza e dall'amore tra gli uomini che il sistema economico moderno, post-sessantottino, borghese e senz'anima, rifiuta alla radice. È quella parte dell'esperienza sessantottina che io stesso, che non sono né di sinistra né attivista politico, trovo sinceramente affascinante.
La chiave del cambiamento non sta nella mera violenza sovvertitrice, nella “bomba” che serve solamente a prendere il posto dei propri padri; la novità sta nel nuovo modo di stare insieme, al di là dei ricatti economici e politici, scoperto paradossalmente (nell'album di de André) nel momento dell'apparente sconfitta, cioè del processo e dalla carcerazione finale del protagonista. In quel carcere l'Impiegato scopre la novità del vivere come fratelli, di “entrare soli, e andare insieme verso l'uscita”. Allora si può dare anche “un senso alla violenza”, secondo l'espressione del cantautore; non certamente (almeno a mio avviso) nella lotta armata, ma in una protesta decisa e radicale contro un mondo senz'anima e privo di ideali.


Ai miei colleghi “sovversivi”, allora, pur non avendo né la poesia né l'autorità di un Pasolini o di un de André, vorrei dire questo. Io, da studente e da ventenne, non intendo entrare nei vostri cortei semplicemente per pretendere il mio posto nel Sistema; sarebbe una guerra generazionale sciocca, semplicemente patetica, che si ripete uguale da quarant'anni e di cui non saremmo altro che l'ennesimo ingranaggio.
Ma se l'intenzione di quelle proteste (lo volesse il Cielo) fosse davvero quello di chiedere che alla vita civile sia restituita un'anima, bé, con voi scenderei in strada anch'io. Solo per la strada passa la Salvezza: lo diceva Gaber, lo racconta da secoli il Vangelo. Basta con l'individualismo moderno, consumista e sentimentaloide, che gode della protesta dei propri figli come parte integrante del proprio meccanismo di Sistema. Dobbiamo invertire il cammino di chi nasce rivoluzionario e muore borghese: siamo ormai tutti nati borghesi, è vero, ma non siamo costretti a morire così. E non è questione di sinistra o destra, è questione di umanità. Su quelle barricate ci salirei anch'io.
 
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