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Rinnovamento nella continuitą. Operazione "bottom up"
Di Lorenzo Bertocchi - 29/12/2010 - Cultura e religione - 1244 visite - 0 commenti

Il tema dell'interpretazione del Concilio Vaticano II ha aperto un vivace dibattito, segno che si tratta di tema cruciale. Oltre all’importante Convegno organizzato dai Francescani dell’Immacolata (dal 16 al 18 dicembre 2010, Roma) si sono susseguiti vari interventi come quello di Introvigne sul libro di de Mattei (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta – Lindau 2010), poi ancora Introvigne sui lavori di Mons. Gherardini, quindi Tornielli sul suo blog rispetto alle derive del mondo cosiddetto “tradizionalista”.

Si può – e si deve – discutere a livello accademico di questo tema importantissimo, si può anche essere in disaccordo con l'ultimo libro scritto, o con il tal teologo, ma in merito al problema credo si debba e si possa fare innanzitutto un'opera di carità.

Penso a tutti fedeli che non sono specialisti, ma ancor più lo si deve a tutti coloro (e sono tanti, purtroppo) che hanno perso la fede o non l’hanno mai avuta.

 

L'opera di carità a cui mi riferisco è quella di chiarire con fermezza che rispetto al Concilio Vaticano II purtroppo “qualcosa è andato storto”: prima, durante e dopo.

 

Questo non significa affatto essere “anti-conciliaristi”, ma tentare di cogliere il suggerimento del Santo Padre per realizzare veramente il benedetto “rinnovamento nella continuità”. Dal servo di Dio Paolo VI, al venerabile Giovanni Paolo II, fino al regnante pontefice, tutti i successori di Pietro hanno evidenziato che la “giornata di sole” che ci si attendeva dopo il Concilio è stata seguita da un periodo buio e tempestoso (Paolo VI) che ha condotto ad una vera e propria “apostasia silenziosa” (Giovanni Paolo II) e, oggi, la tendenza generale del mondo è di “ostilità alla Chiesa” (Benedetto XVI, Luce del mondo, LEV, pag. 183).

 

Ostilità dice Benedetto XVI, qui non c'è bisogno di molte “ermeneutiche”, la parola “ostilità” significa esattamente “ostilità”. Si dirà che il trovare ostilità è normale, infatti, è proprio ciò che promette il Signore Gesù ai suoi discepoli che sono incaricati di annunciare il Vangelo, ma – e questo “ma” è grande come una casa – proprio il Vaticano II si proponeva nella sua finalità pastorale di “aprirsi al mondo” per essere “un potente e amichevole invito all’umanità di oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio dal quale allontanarsi è cadere…” (Paolo VI – discorso alla IX sessione pubblica del Concilio – 7/12/1965).

 

Invece – dice Benedetto XVI - “la tendenza generale del nostro tempo è di ostilità alla Chiesa”. E sono passati 45 anni, probabilmente pochi per capire quale importanza avrà nella storia della Chiesa il Vaticano II, ma abbastanza per dire che qualcosa deve essere andato storto. Ed è giusto capire se e dove, e in questa ricerca credo non si debba rimuovere nulla, compresa l’esperienza di Mons. Marcel Lefevbre.

 

Certo, come ricorda Tornielli nel suo intervento sul blog Sacri Palazzi, è vero che “molti tradizionalisti non amano l’ermeneutica della continuità di Benedetto XVI, perché, in fondo, ritengono che vada abolito il Concilio”. In questo Tornielli ha indubbiamente ragione, ma non sposta il problema di una virgola.

 

E’ anche vero che in questi 45 anni più volte (ad esempio l’enciclica Veritatis Splendor o la nota della Congregazione della Dottrina della Fede Dominus Iesus) il magistero è intervenuto per chiarire singoli problemi, ma già questo fatto è sintomatico della oggettiva presenza di un’ambiguità diffusa. Resta poi da dimostrare in che misura questi interventi abbiano cominciato a dare i loro frutti, o se, invece, siano ancora schiacciati dal “mito” dell’evento-concilio.

 

Per tornare a quell’opera di carità di cui sopra credo anche che vada evidenziato un altro fatto. Spesso nell’immaginario comune si confonde il mondo della tradizione con “quelli che vanno alla Messa in Latino”, oppure si confonde “tradizionalista” con “conservatore”, in altri casi con ancora più facilità si fa di tutta l’erba un fascio e si dice “lefevriani” (spesso senza neanche sapere di cosa si parla). Indubbiamente la galassia tradizionalista potrà peccare di eccessivi personalismi, di chiusure e durezze, ma certamente si deve anche a questa variegata realtà se oggi certi temi possono essere finalmente affrontati. Va detto anche che l’emarginazione attuata nei confronti di questo mondo non ha avuto pari, moltissimi teologi ed anche prelati hanno più volte sconfinato nell’eterodossia senza quasi mai ricevere il benché minimo richiamo.

 

Benedetto XVI – come ricorda anche Tornelli – si è certamente mostrato particolarmente sensibile ad alcune istanze legate al mondo della “tradizione” e penso che per stare vicini al Santo Padre sarebbe bene trovare unità fra tutte quelle persone che danno della realtà ecclesiale una lettura simile: fare rete per far emergere dal basso una “riforma della riforma” a 360°. Per la liturgia e per una sana dottrina, per un ritorno a quella ragione “autenticamente metafisica” (Giovanni Paolo II, Fides et Ratio) che in radice è il problema fondamentale (Cfr. discorso di Regensburg 2006, Benedetto XVI)

 

Forse semplifico un po’ troppo, ma penso che si possa dire che il mondo ecclesiale appartenente alla cosiddetta “tradizione”, pur nella varietà di posizioni, si possa ritrovare unita individuando nella confusione dottrinale il problema da cui derivano tutte le ambiguità che “squagliano” la fede come neve al sole. Allora l’indagine sulla natura del Vaticano II e la sua interpretazione, fermo restando il fatto che è a tutti gli effetti il XXI Concilio Ecumenico della Chiesa Cattolica, è lo strumento più importante per comprendere l’origine profonda di questa confusione. Con coraggio. Questo è il punto nevralgico su cui purtroppo sta appeso il problema. Invece, è tutto un gioco un po’ esoterico di “partiti” e “appartenenze ecclesiali”.

 

Come fa notare giustamente Francesco Colafemmina sul suo blog “Fides et Forma” gli amanti della tradizione il più delle volte  sono silenziosi e devoti cattolici. Cattolici che ignorano anche la stessa esistenza di Introvigne o De Mattei, di Plinio Correa di Oliveira come di Alleanza Cattolica. Cattolici che l'esoterismo tradizionalista di questa o di quella corrente non lo conoscono nemmeno e, cosa forse ancor più grave, non lo sospettano!

 

E ancora: “Cattolici che se leggono il libro di De Mattei, non vanno comunque a rivangare chi egli sia o non sia, ma si attengono a ciò che in quel libro è scritto, alla ricostruzione storica e alle prove portate dallo storico. E se è evidente che ci furono chiari intenti "di rottura" in numerosi conciliaboli ai margini del Concilio, cionondimeno nulla vieta che oggi si possa attuare una "ermeneutica della continuità".

 

Non credo che il punto di vista di Colafemmina sia ingenuo, anzi mi trovo d’accordo con il coraggioso Francesco che quasi in solitaria si è lanciato in una sincera espressione del suo pensiero. Penso che per attuare il “rinnovamento nella continuità” ci sia bisogno di questo coraggio, nell’obbedienza al Santo Padre, ma senza ipocrisie.

 

C’è la volontà di “fare rete”? Di superare i personalismi per far nascere dal basso questo movimento che sappia attuare il “rinnovamento nella continuità”?

 

In definitiva credo che occorra prendere atto dell’unico vero e grave problema: la divisione profonda in seno al mondo cattolico. Molti sostengono che c’è in atto uno “scisma sommerso”, se c’è si è indubbiamente sviluppato sulle ali di una “dottrina della fede” che si è sciolta come neve al sole di fronte alla “dittatura del relativismo” che, come “fumo di satana”, purtroppo è penetrata fin nel tempio di Dio.

 

Siamo tutti chiamati a resistere a quel “fumo” che divide.

 
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