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Sacrosanto scompiglio
Di don Massimo Vacchetti - 17/12/2010 - Religione - 1437 visite - 0 commenti


“Liturgia creativa” (Edizioni Studio Domenicano, pp. 120, € 12,00) è il suggestivo titolo di un piccolo e grazioso libretto di don Riccardo Pane, sacerdote della Diocesi bolognese, nonché cerimoniere arcivescovile. Avrebbe anche potuto chiamarsi "Sacrosanto scompiglio", ma forse avrebbe deviato il lettore che viene, invece, subitaneamente avvisato.

Questo non è un libro per nostalgici. L’audacia dell’autore sta nel porre a confronto, in un modo accessibile e sagace, gli articoli più significativi del testo conciliare sulla liturgia, la Sacrosanctum Concilium, la prima delle quattro Costituzioni, con l’attuale recezione. L’analisi è impietosa anche se fatta con gentilezza e senza il livore di certe posizioni.

 La lettura scorre piacevole, ma pensierosa. Il libretto si rivela agile e fruibile anche per piccole catechesi formative con i gruppi liturgici. Passa in rassegna tutti i campi della celebrazione liturgica dall’arte sacra, al canto, alla lingua latina, alla preghiera dei fedeli…sempre con l’intento di denunciare e ricostruire. Mi pare duplice la natura provocatoria di questa singolare pubblicazione. In primo luogo, restituire al popolo credente l’abc dell’arte liturgica così come esce dal Concilio cui non si possono imputare le colpe dell’amnesie e delle abdicazioni degli anni successivi. La Liturgia è un affare serio e riguarda il modo in cui un popolo onora Dio e gli rende culto. Non può essere il luogo della creatività e della libera interpretazione.

Le conseguenze – dice Pane – “sono molte e gli effetti sulla fede delle persone tangibili qui in occidente. Ancora una volta si è dimenticato che lex orandi, lex credendi”. La Costituzione sulla Liturgia, alla lettera e non allo spirito, si rivela, a tratti, “preconciliare” secondo la vulgata ormai invalsa nel mondo cattolico che ritiene frutti del Concilio l’abolizione del latino e la modifica verso il popolo dell’orientamento dell’altare. Alla prova della lettura del testo, queste due percezioni si rivelano totalmente errate.

 La lingua latina rimane la lingua portante della liturgia latina, l’altra neppure menzionata nel documento. Il secondo aspetto a cui mira questo lavoro è la presa di coscienza di un ritardo grave nel vigilare sugli abusi e le storture che l’autore denuncia con una certa dose di ironia. Nel 2002, ad esempio, viene ricordato che l’ultima edizione del messale “specifica che l’altare al popolo è da costruirsi solo laddove è possibile. Specificazione tardiva, dopo tanti scempi…”.

O come quando, l’autore ricorda il costituirsi di un repertorio nazionale dei canti dopo che per cinquant’anni di riforma liturgica si è consentito non solo lo smarrimento del gregoriano, ma l’introduzione delle più melliflue canzonette. Mi sembra tuttavia che il libro non colga ancora, fino in fondo, il bersaglio. O forse è demandato ad un secondo lavoro. Non si può esigere sempre la completezza dell’analisi e la brevità e la sagacia dello scritto incoraggiano una lettura che altrimenti diverrebbe affaticante. L’accusa delle scempiaggini liturgiche è, benevolmente, rivolta ai confratelli che spesso in nome della pastorale giustificano ogni abuso “come se liturgia e pastorale fossero due categorie incompatibili e concorrenziali”.

 Eppure mi sembrano necessarie due ultime considerazioni e provocazioni. La prima riguarda coloro che hanno il compito nella Chiesa di difendere la verità non solo del dettato conciliare e delle rubriche liturgiche, ma della fede dei piccoli. Se è vero, come ribadisce più volte l’autore, che la fede dipende dalla liturgia, allora ogni modifica arbitraria della liturgia è una sostanziale adulterazione della vera fede. Qui non è in gioco solo la fedeltà obbediente a ciò che la Chiesa mi consegna. Qui, in quel grande mistero che è la Liturgia, è in gioco la sopravvivenza della fede.

 “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa” così dice quello straordinario liturgo che è l’attuale Papa Benedetto XVI. Chi doveva e poteva vigilare, ammonire e non ha voluto e non ha fatto ne è il principale responsabile. La seconda osservazione, se possibile, è ancor più provocatoria e grave. Se il testo conciliare, nella letteralità dei suoi enunciati, dice alcune cose e ne omette delle altre (vedi la questione dell’altare) da dove nasce la Riforma liturgica? Se il Concilio, come dettagliatamente ci ha ricordato don Pane, non è l’origine di questo scompiglio a chi, se non alla riforma liturgica concreta, lo si deve? Da dove nasce la riforma se non attinge dal testo conciliare che ne esige un’attuazione il più possibilmente corrispondente?

C’è un testo a cui guardare e una riforma che prende le mosse, ma poi devìa, da quel documento. La creatività è il suo peccato originale. Ci ha consegnato una liturgia come realizzata a tavolino dai più grandi esperti e dotti di patristica e prassi liturgica. Una liturgia che “disobbedendo” dal testo conciliare ha indotto chiunque a sentirsi, individualmente, riformatore. Il problema non è più il Concilio, ma chi, avendo trascurato di leggere (e di vigilare) la Costituzione dogmatica sulla liturgia, ne ha fatto qualcosa d’altro. Il finale è rivelatore in questo senso. “La liturgia è prima di tutto mistero che ci è stato consegnato perché lo custodiamo con fedeltà”. I riformatori, chiusi nella loro stanza, han preteso di modificare ciò che solo si può ricevere e tramandare. Se l’hanno modificata loro, come pretendere che altri, parroci di campagna o della cattedrale, non la modifichino a loro volta?
 
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