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Due resistenze per una veritą - Recensione di un libro vero
Di don Massimo Vacchetti - 13/12/2010 - Segnalazioni librarie - 1200 visite - 0 commenti

 

Laico è una parola curiosa. Etimologicamente vuol dire “del popolo”. Ad un certo punto, è entrata nel vocabolario cristiano per indicare chi, appunto, facente parte del popolo, non appartiene al clero. La Chiesa – stavo per usare il passato – è così suddivisa: chi è sacerdote, secondo l’ordine Sacro e chi, in quanto battezzato, vive la propria fede nel mondo. Questa parola – laico - ha subito, negli ultimi anni, un inversione di significato piuttosto considerevole. Essa non sta più ad indicare chi, cristiano vive la sua fede battesimale nel secolo, piuttosto andrebbe a individuare quanti vivono la propria ragione al di fuori di ogni logica dogmatica. Un cristiano, per il fatto che, in qualche modo, deve obbedienza alla Chiesa e al suo Magistero che viene dall’alto, non può dirsi, fino in fondo, laico. La sua ragione è troppo affetta da dogmatismo. A meno che non si emancipi. Da qui, l’uso recente di “laico adulto”, emancipato appunto.

Ho appena finito di leggere un libro vecchio di trent’anni e ristampato perché, ad oggi, costituisce ancora una novità editoriale. E’ scritto da un Monsignore. Quindi un non laico, nel senso cristiano del termine. Eppure molto laico, secondo il significato che il mondo vi attribuisce. Un uomo cioè che confida nella sua capacità critica al di fuori di ogni schema prefissato e dogmatico. Il dogma a cui, in questo caso, mi riferisco, è il dogma storico della memoria della Resistenza e dei suoi gendarmi. E’ curioso che a distanza di quasi trent’anni si senta la necessità di ristampare un libro vecchio perché, sorprendentemente nuovo, se non addirittura inedito. Con tutti i laici che ci sono, doveva accadere ad un Monsignore di Santa Madre Chiesa infrangere il tabù della Resistenza! Certo, oggi c’è Pansa. Per fortuna. Eppure questo libro è del 1977!

“Nonostante il silenzio o il timido bisbiglio della grande stampa laicoradicalmarxista rintanatasi, par te, dentro il borsello di Giuda Iscariota, parte sotto il becco del gallo di Pietro, parte nel catino a mezz’acqua di Ponzio Pilato, il libro è arrivato in appena un anno alla sua terza edizione. Dimostrazione che non è la propaganda a far genuino il prodotto, ma è il prodotto a far propaganda”.

Così nella prefazione alla terza edizione, don Mino Martelli, sacerdote della Diocesi di Imola, autore di questo impegnativo libro, deceduto ormai vent’anni fa. “Una guerra e due resistenze 1940 – 1946” è un opera fondamentale per chi vuole capire anni decisivi della nostra storia. Specie, in particolar modo, in questo anno, il 2011, in cui si celebra l’anniversario dell’unità d’Italia. Risorgimento e Resistenza sono grandi avvenimenti di un popolo la cui vulgata storica e culturale è come avvolta dal più clericale dei dogmi: quello che non ammette interpretazioni diverse di chi le ha divulgate. Il libro di Martelli non nasce con un intento polemico. Nasce dalla meticolosa ricerca di uno storico, dalla curiosa ricerca di verità di un testimone di quegli anni, dall’amore per la sua Chiesa ed in particolare per i suoi sacerdoti.

“Il clero italiano fu l’unico ceto omogeneo della società nazionale ad essere bersagliato d’incomprensione e di piombo da destra e da sinistra, da neri e da rossi, idolatri diversi, ma della medesima dea, la violenza”, scrive Martelli.

Martelli è consapevole di scrivere un resoconto dei fatti, appuntati di indagini, testimonianze e documenti incontrovertibili e eppure dimenticati da chi della verità storica dovrebbe averne fatto il proprio ideale e la propria passione. La Chiesa, fino a Pansa, è stata l’unica realtà, a desiderare, al di fuori schemi ideologici, di scrivere e tramandare una versione e una visione delle cose più adeguate alla realtà.

La fatica di Martelli - ricompensata dal gradimento di allora e da questa attuale ristampa, frutto della tenacia e l’ardimento dell’amico don Fabio Arlati, e dal coraggio della casa editrice Il Cerchio – mi sembra significativa per due ragioni.

La prima risiede nell’aver, per primo, avanzato l’idea (molto più che un’interpretazione dei fatti) che la Resistenza in Italia ha avuto due momenti. Una è quella su cui l’analisi storica si è soffermata lungamente, compiendo un’opera di tale retorica mitizzante, da averla resa, in alcuni suoi passaggi, insopportabile. L’altra – ed è la prima nota originale del Martelli – è quella che dal ’44 sino al ’46 (azzarderei fino al ’48 se si pensa che il giovane Giuseppe Fanin viene ucciso massacrato a San Giovanni in Persiceto nel novembre di quell’anno). In quegli anni, infatti, chiunque si opponesse ad un progetto ben preciso e preparato, veniva falciato con la menzogna e il disonore, prima, e poi con la sua stessa vita. Come non pensare questo se si pensa che agli oltre 130 sacerdoti uccisi in Italia, soprattutto nell’Emilia Rossa di sangue?

La Chiesa che ha patito durante l’occupazione tedesca un altissimo numero di vittime solo perché sorpresi nel dare ospitalità a qualche partigiano o angloamericano in fuga, ha dovuto opporsi anche ad una seconda avanzata ideologica altrettanto, se non peggiore, aggressiva e pericolosa. La Resistenza è stato un fenomeno complesso. Sicuramente un’ opera straordinaria di uomini e donne che hanno amato la propria terra restituendo ai propri figli un suolo libero dallo straniero, e più ancora lo hanno dissodato perché le generazioni successivi e loro stessi, potessero mangiare il pane della pace. E’ vero, tuttavia, che la Resistenza è fatta di volti diversi. E’ resistenza quella dei partigiani sulle colline, sull’Appennino e sulle Alpi. E’ resistenza quella delle donne che hanno aiutato i propri figli a coltivare sentimenti di vita più che di morte. E’ resistenza quella dei tanti internati nei campi di concentramento nazisti solo per essersi rifiutati ad arruolarsi nella Repubblica di Salò…Sono tante le Resistenze e riduttivo rilevarne un solo aspetto di questa comune volontà di pace e di convivenza. Eppure c’è da ricordare – e il lavoro di Martelli ne costituisce il primo tentativo significativo – che c’è stata una seconda resistenza che si è cominciata a placare con la costituzione di un governo di pacificazione nazionale e poi con le elezioni del 18 aprile del 1948. Una resistenza, la seconda, che ha visto in prima linea la Chiesa, con i suoi laici impegnati nei sindacati, nei partiti, nella forme rappresentative di democrazia incipiente e soprattutto con i suoi sacerdoti, difensori della convivenza, della libertà, della dignità, della verità come nessun altro. Nonostante le intimidazioni, le deportazioni in comuni e banali luoghi di sterminio come i fienili o case diroccate di campagna, rimasti per anni nella memoria della gente comune, ma non sui libri, la Chiesa ci ha ottenuto una vera liberazione. Se alla prima liberazione, quella dal nazifascismo concorsero tante forze politiche, culturali, storiche, dalla seconda, ci ha liberato la Chiesa.

La seconda originalità del voluminoso lavoro di Martelli è il tentativo di leggere in maniera sinottica le due ideologie, così politicamente contrapposte. In realtà, nazismo e comunismo, oltre che apparentate nelle responsabilità del secondo conflitto mondiale, sono anche sorelle per quanto riguarda la base ideologica. Entrambe si muovono con una caratteristica fondamentale comune: l’ateismo ideologico. L’assenza di Dio o meglio il costituirsi esse stesse fondamento si sé, ha generato un’antipatia violenta nei confronti di chiunque creda di avere un Dio che non sia Hitler o Stalin. La persecuzione cattolica, in particolare, accomuna le due maestre nella violenza del secolo scorso. Un secolo che mai ha visto l’uomo umiliato nei camp di sterminio nazisti o nei gulag sovietici (o negli attuali laogai cinesi) come quello che si è autoproclamato senza Dio. Certo, il libro non approfondisce questo aspetto, ma sicuramente ne rappresenta una singolare valutazione che solo ora comincia ad affacciarsi nel pensiero di tanti intellettuali.

“Le due Resistenze” è, dunque, ben più che un libro ad alto tasso di scientificità storica, ma anche un’opera che fa riflettere sulla natura ideologica e violenta di queste due filosofie politiche e culturali che hanno dominato la scena del secolo scorso. Affrontare la lettura di questo libro non è subito facile. Bisogna abbattere gli schemi di pregiudizi che si sono eretti nel tempo e riconoscere che il male non ama farsi riconoscere subito, ma preferisce essere riconosciuto come vero bene. Un libro di questo genere è come quel famoso bambino che, con semplicità evangelica, riconosce ciò che è evidente, e grida “il Re è nudo”.

 
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