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Teatro e verità, ovvero la possibilità di rappresentare il vero [parte 5]
Di don Matteo Graziola - 31/12/2010 - Cultura e società - 1886 visite - 0 commenti

 

(9) IL TEATRO GESUITICO


La grande opera dei Collegi

Fondato nel 1534 da S.Ignazio di Loyola, l’ordine dei Gesuiti (o Compagnia di Gesù) si dedicò a tre grandi compiti: la missione ad gentes, l’educazione della gioventù, lo sviluppo della cultura cristiana e la sua difesa dal protestantesimo. La straordinaria determinazione e dedizione di Ignazio nel seguire Cristo affascinò moltissimi giovani del suo tempo e delle generazioni successive, tanto che quella dei Gesuiti divenne in poco tempo e per più di due secoli la più importante e influente compagnia religiosa del mondo. Nel 1773, in un’epoca in cui la Chiesa cattolica era sotto un duro attacco da parte dei potentati politici e culturali europei, il Papa Clemente XIV fu costretto a decretare la soppressione della Società fondata da S.Ignazio, in un momento in cui essa, con 23 mila membri, gestiva 650 collegi in altrettante città non del solo del Vecchio ma anche del Nuovo continente e di quello asiatico. In totale i Gesuiti dal 1534 al 1773 sono stati 85 mila. Al momento della morte del loro fondatore, avvenuta nel 1556, questi religiosi gestivano già 74 collegi in tre continenti. Ogni collegio offriva a centinaia di studenti la possibilità di effettuare gli studi liceali, con una particolare cura della conoscenza delle lingue latina e greca e delle scienze naturali. Gran parte degli esponenti della cultura europea del Seicento e del Settecento, in particolare i grandi dell’Illuminismo, hanno avuto la loro formazione in queste istituzione gesuitiche. A titolo di esempio, il collegio di una piccola città di 7000 abitanti come Trento contava a metà del Settecento una popolazione di 500 studenti.

Il teatro come strumento educativo
Ed è proprio in queste scuole gesuitiche che la storia del teatro ha conosciuto una tappa di grande importanza, nonostante il fatto che oggi siano pochi gli storici che dedicano attenzione a questo importante anello della cultura europea. In esse infatti non solo la seria istruzione classica permetteva di accedere al grande patrimonio antico, medievale e rinascimentale, e dava gli strumenti per svilupparlo, ma l’esperienza diretta del teatro era uno degli elementi formativi decisivi. Lo testimonia anzitutto il fatto che molti dei grandi drammaturghi di quel periodo, compresi quelli divenuti decisamente avversi al cristianesimo, sono stati allievi dei Collegi gesuitici dove per la prima volta sono venuti in contatto con il palco. In Francia: Moliere, Pierre e Thomas Corneille, Lesage, Diderot e Voltaire, il quale ha lasciato detto che l’elemento migliore della sua educazione liceale ricevuta nel Collegio gesuitico parigino erano stati i drammi teatrali in esso realizzati. In Spagna: l’opera di Calderon de La Barca mostra numerose analogie con i metodi e le tecniche del teatro gesuitico. In Austria, considerata una roccaforte dei Gesuiti, il teatro fiabesco viennese risentì moltissimo l’influsso di quello dei Collegi, come visibile nelle celebre opera Il flauto magico di Mozart.
Ogni anno ogni Collegio si impegnava a realizzare una laboriosa rappresentazione teatrale da offrire alla cittadinanza alla fine dei calendario scolastico o in occasione di alcune significative ricorrenze. La prima di queste rappresentazioni è avvenuta nel 1551. Fino alla fine del XVI secolo esse erano per lo più usate al di fuori delle scuole come strumento efficace per contrastare la Riforma Protestante e mostrare al popolo le ragioni del Cattolicesimo, come ad esempio la grande realizzazione scenica svolta nel 1574 sulla piazza di Monaco con 185 attori per la durata di due giorni. Era proverbiale il coraggio dei discepoli di S.Ignazio nel presentare apertamente la loro fede, sostenendone in modo ben documentato i contenuti e le motivazioni, come nel caso del santo martire Edmond Campion - seguito da altri 25 martiri gesuiti in Inghilterra - torturato e ghigliottinato nel 1581 a Londra dopo aver sfidato pubblicamente i sostenitori dello scisma anglicano.
Terminata verso l’inizio del XVII secolo la fase più accesa del dibattito con i protestanti, i drammi teatrali rimasero all’interno delle scuole gesuitiche come parte integrante del cammino formativo sia culturale che spirituale. Ogni Collegio fu dotato di un teatro e a volte anche di due. Gli attori erano studenti, mentre gli autori dei testi erano alcuni tra gli insegnanti di letteratura. La lingua era quella latina, come stabilito dalla ratio studio rum, anche se talvolta veniva usata la lingua volgare, soprattutto negli interludi comici, che erano una caratteristica del teatro gesuitico.

La necessità di fare un’esperienza
Uno degli aspetti più singolari di queste impegnative realizzazioni sceniche era il fatto che si trattava quasi sempre di un unicum, perchè non venivano mai replicati e fatti girare spettacoli prodotti da altri collegi. Ciò da una parte era dovuto al fatto che tutti comunque seguivano un soggetto base elaborato centralmente e sviluppato poi nelle singole scuole; ma dall’altra la ragione fondamentale era che si voleva che si trattasse di una esperienza vissuta direttamente dalle persone, evitando il rischio che essere diventassero semplici spettatori. La passività infatti è uno dei nemici più rilevanti dell’educazione e lo spirito ignaziano consisteva invece nel totale impegno di sé con la proposta ideale per verificarne l’autenticità. Invero uno delle scoperte più considerevoli fatta da S. Ignazio durante la sua conversione fu che mentre i falsi beni procurano una gioia immediata e sono seguiti da una grande amarezza, quelli veri lasciano una gioia profonda che cresce nel tempo. Dunque è necessario impegnarsi in prima persona con un’esperienza buona per rendersi conto che ne vale la pena. Ed è necessario che si comprenda il significato di quello che si sta esperimentando: da qui la preoccupazione costante dei Gesuiti che si capisca bene il senso di ciò che viene rappresentato e il suo scopo.
Per questa ragione anche gli autori dei testi teatrali gesuitici non miravano affatto a realizzare opere che procurassero loro una gloria letteraria, non solo perché solo pochi di essi evidentemente potevano avere le doti eccezionali necessarie per questo scopo – e in alcuni casi in effetti ci fu qualche loro drammaturgo degno di essere inserito nella storia letteraria -, ma soprattutto perché il fine era quello di servire l’opera educativa perseguita dall’intera Compagnia, come prescriveva il carisma ignaziano che chiedeva di combattere l’amor proprio e l’orgoglio. Lo conferma il fatto che i Gesuiti non si preoccuparono di stampare queste opere, se non per dare in mano al pubblico il testo latino altrimenti difficilmente comprensibile (ed è grazie a questi fogli volanti conservati da qualche spettatore che alcune di queste opere sono giunte fino a noi).
Questi spettacoli comunque non avevano nel testo la loro esclusiva o principale forza: essi puntavano molto sull’effetto scenico, che era sempre altamente spettacolare e destava forte impressione sugli spettatori. Ciò da una parte era dovuto al gusto dell’epoca barocca in cui il teatro gesuitico conobbe la sua fase migliore; dall’altra però la ragione si radicava nell’antropologia ignaziana, che considerava importante non solo l’intelletto, ma anche l’emozione e l’affezione, conformemente alla storia personale del santo fondatore che, secondo la sua forte indole ispanica, desiderava farsi ‘cavaliere di Cristo’ e non semplice teologo. Questo metodo tra l’altro ebbe successo anche in terre di missione, dove pure era necessario non fermarsi agli aspetti intellettuali della fede.

L’unico scopo e i molteplici strumenti
Lo scopo degli spettacoli, conformemente a quello della Compagnia di Gesù, era diffondere la cultura e la vita cristiana, rendendole sperimentabili sia nello spettacolo in sé che nella bellezza del lavoro comune di preparazione dell’evento. Si contrastava pertanto l’idea che il senso della vita fosse il successo mondano, mostrando, nella scelta dei soggetti da sviluppare nel testo, quanto fosse ingannevole e vana la ricerca della fama e della fortuna e quanto fossero forti le tentazioni del mondo. Il messaggio del dramma era sintetizzato nel finale, in cui si assisteva o alla conversione del protagonista, premiata con la beatitudine celeste, o il suo testardo rifiuto di aprirsi alla parola di Dio, con la conseguente perdita di se stesso nell’inferno.
Questo invito alla conversione era dunque il tema costante dei drammi gesuitici. Esso tuttavia non era mai presentato in modo scontato e oppressivo, ma sempre dall’interno di una forma artistica emozionante e coinvolgente. La varietà di questo teatro era assicurata dalla grande molteplicità di soggetti: storie bibliche, anzitutto, e poi cronache o leggende di santi e di martiri, o narrazioni di eventi eroici della vita della Compagnia.
Era frequente l’uso di figure allegoriche, come nelle cosiddette Morali: personificazioni di idee, attitudini, desideri. Non mancavano all’occorrenza rappresentazioni di angeli, diavoli, spiriti dei morti, maghi, o visioni dell’inferno e del Paradiso. In certi casi era usato anche un coro di figure allegoriche, incaricate di commentare le scene.
Come si è detto sopra era costante la preoccupazione che il pubblico comprendesse il significato di quanto stava accadendo sulla scena. Per ottenere questo scopo venivano utilizzati i cosiddetti interludi: alcune figure allegoriche spiegavano al pubblico quello che era realmente in gioco nelle storie rappresentate sul palco; a tal fine veniva usata anche la scena muta, cioè il mimo attraverso il quale la figura allegorica sintetizzava il significato del fatto scenico o prediceva quello che sarebbe accaduto di lì a poco.
Nel complesso i drammi gesuitici si servirono di tutti i generi teatrali possibili: tragedie, commedie, pantomime, drammi pastorali, farse, opere, balletti. L’uso sorprendente di questi ultimi era stato sviluppato a partire dal Collegio Parigino ed era stato poi raccomandato anche agli altri collegi, purchè se ne mantenesse lo scopo religioso. Si poteva così assistere al balletto di santi e di martiri e di imperatori oltre che di alcune figure allegoriche.
C’era tuttavia una differenza evidente rispetto al teatro barocco delle corti dei nobili: mentre infatti in esso l’effetto estetico era fine a se stesso e non veicolava significati religiosi, nel teatro gesuitico tutto era in funzione dello scopo totale dell’Ordine, sintetizzato nel celebre motto Omnia ad majorem dei gloriam (spesso compendiato con la sigla O.A.M.D.G.).
Per tutto questo i Gesuiti non esitarono a creare grandiose scenografie, con effetti scenici elaborati, utilizzando macchine volanti, tuoni, lampi, e altri espedienti tipici del teatro barocco. I drammi dei Collegi divennero famosi per i cambi di scena, ma anche per i loro costumi e per le loro musiche. Talvolta furono musicisti famosi a scrivere delle partiture apposite per questi drammi, come nel caso di Orlando di Lasso e Johann Caspar Kerll.
Infine i Gesuiti si distinsero anche per la riflessione teorica sull’arte drammaturgica, componendo manuali su di essa e sulla modalità di scrittura dei testi. Fu proprio un gesuita a scrivere la prima storia e teoria della danza al mondo, Des Ballets ancien set modernes, pubblicato a Parigi nel 1682, del francese P. Claude Francois Menestrier. E per l’arte scenica fu il gesuita Andrea Pozzo a scrivere nel 1700 il Perspectiva Pictorum et Architectorum dedicato all’Imperatore d’Austria Leopoldo II.

Jakob Bidermann e il “Cenodoxus”
Nato a Ebingen, in Germania, nel 1578 e morto a Roma nel 1639 è stato uno dei più importanti scrittori dei testi teatrali del dramma gesuitico. Letterato e poeta latinista, fu professore di filosofia e teologia e autore di numerosi testi teologici. A Roma fu chiamato a ricoprire la carica di censore dell’Ordine. Una delle caratteristiche del suo stile, tipica di tutto il teatro gesuitico, era la capacità di unire la commedia comica con la tragedia.
Il suo testo teatrale più famoso è Cenodoxus (1602): narra la storia di un dottore di Parigi, stimato da tutti, che dopo la sua morte viene a sorpresa condannato per il peccato di amore di sé e orgoglio.
Si tratta di un adattamento della leggenda di San Bruno, il fondatore dell’ordine dei Cistercensi, il quale sarebbe stato testimone di un evento miracoloso accaduto nel 1082: quando un famoso dottore di Parigi, notoriamente virtuoso, stava morendo, si sarebbe improvvisamente sollevato col busto sul letto di morte gridando “Sono accusato dal giudizio di Dio”; questo incidente avrebbe convinto Bruno della vanità della fama in questo mondo e così egli si ritirò con sei compagni in un territorio deserto. Il testo di Bidermann si sofferma sulla figura di Cenodoxus, il cui nome, come osserva Stefan Tigl, è una latinizzazione del termine greco κενüδοξος che significa ‘vanglorioso’. Scrive il Tigl:

Molto dell’effetto psicologico del dramma è dovuto alla sua schietta analisi dell’orgoglio spirituale, dell’amore di sé, e della (inconsapevole) ipocrisia. E’ stato spesso osservato che Bidermann attacca precisamente l’attitudine neo-stoica che era stata insegnata da Justus Lipsius (1547-1606), specialmente nel suo de Constantia (1584), e che era stata fatta propria dagli studiosi del tempo.

Il combattimento contro l’amore di sé, l’orgoglio, la mancanza di umiltà, era ed è una delle caratteristiche del carisma ignaziano: non si trattava solo di una scesi personale, ma anche di una battaglia culturale dentro un mondo che stava facendo dell’orgoglio una regola di vita. Il neo-stoicismo era espressione di una concezione autosufficiente dell’uomo, come se ciascuno bastasse a salvare se stesso. In questo senso l’opera del Bidermann mantiene una grande attualità.

Una strada da riprendere
In centinaia di collegi per più di due secoli i gesuiti hanno prodotto un grande spettacolo ogni anno: una produzione monumentale, un lavoro educativo enorme su generazioni e generazioni di giovani. Un’epopea che ancora attende di essere riconosciuta nel suo valore da parte degli storici della civiltà e della cultura occidentale e non solo occidentale.
Rosmini ha osservato che l’insistenza eccessiva sul prestigio della formazione intellettuale che veniva fornita nei collegi ha favorito la sostituzione graduale dello scopo perseguito dall’Ordine con l’amor proprio coltivato da molta utenza, con il risultato che molti allievi delle scuole gesuitiche hanno usato la grande cultura ricevuta per ripagare poi il cattolicesimo con il disprezzo e l’odio senza ragioni, fino alla stessa soppressione della Compagnia di Gesù. E’ quello che è successo per esempio con i citati Diderot e Voltaire. Un’amara lezione che deve fare riflettere. Essa tuttavia non toglie nulla alla grandezza dell’opera educativa svolto da molti Gesuiti e, nel caso specifico, di quella realizzata con il teatro. Anzi, la constatazione di Rosmini può aiutare a comprendere che l’immenso lavoro svolto dalla Compagnia di Gesù avrebbe dato frutti ancora maggiori se la loro sincera preoccupazione educativa cristiana fosse stata prevalente su quella dell’efficienza intellettuale che la società continuamente richiedeva da loro. Lo straordinario impegno educativo dei compagni di Sant Ignazio dovrebbe dunque essere ripreso, anche nel teatro, con questa maggiore libertà.

Estratto dal libro La notizia dell'Essere - La comunicazione e il cristianesimo

 
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