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Il suicidio di Monicelli e i necrofili eutanasisti
Di Francesco Agnoli - 02/12/2010 - Attualitą - 1480 visite - 0 commenti

Un anziano signore di 95 anni, malato, piuttosto solo, si butta dal balcone, poco dopo che sua moglie è uscita dall’ospedale. Sino a ieri, chiunque fosse stato, tutti avrebbero capito cosa si doveva fare: ricordare l’uomo, la sua vita, le sue azioni, tacere sul fatto specifico.

Perché ovviamente buttarsi dal balcone è un gesto di disperazione, di solitudine… un gesto forse neppure premeditato, improvviso, chissà quanto consapevole.

 Invece no. Le avanguardie necrofile, intente a lavorare per il suicidio assistito, detto eutanasia, hanno sempre bisogno di cadaveri, come gli avvoltoi. Poco importa la pietas verso di loro.

E quindi, uccisosi Mario Monicelli, hanno subito trovato il modo per elogiare, non tanto la sua vita, quanto l’ultimo gesto. Prima la radicale Rita Bernardini, avanguardia necrofila in Parlamento, ha preso l’occasione per augurarsi l’eutanasia di Stato; poi il presidente Giorgio Napolitano, che ha parlato del suicidio come di “un’ultima manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà”. Monicelli, ha detto in sostanza Napolitano, aveva una “personalità” suicida, e il suo gesto disperato, la sua stanchezza di vivere, la sua volontà piegata, sono stati uno “scatto di volontà”.

Il radicale Paolo Villaggio ha definito la scelta di Monicelli nientemeno che “eroica, magnifica”. Walter Veltroni, il diplomato in cinematografia che voleva governare il paese, il giornalista dell’Unità che avrebbe dovuto andare in Africa, a suo dire, a salvare gli africani col condom, ha invece detto che Monicelli era un uomo “antiretorico e coerente” e che “l’ultimo atto della sua vita gli assomiglia” (quasi a dire che se non fosse morto in quel modo, sarebbe stato un poveretto, retorico e incoerente).

Stefania Sandrelli ha detto: “Questo per lui è stato un gesto estremo di libertà, di anticonformismo, di curiosità”. Capito bene? Di “curiosità”? Chi invece rimane in vita, magari accompagnato dai familiari, seguito, tirando avanti faticosamente, sarebbe dunque un conformista e un non curioso!

Il critico Mariano Sabatini, un altro di quegli amici per cui si può capire la solitudine del povero Monicelli, ci ha spiegato tramite l'Ansa che togliendosi la vita Monicelli ci “ha dato l’ennesima lezione di libertà”. Ha scritto inoltre Sabatini: "Una testimonianza di libertà, da parte di uno spirito profondamente laico. Non poteva certo consentire ai medici o ai familiari di dire l’ultima parola sulla sua vicenda personale"! E ha aggiunto che però se la morte non lo spaventava, "solo gli dispiaceva non sapere come sarebbe finito Berlusconi".

Per Carlo Vanzina è uscito di scena “in modo cinematografico” (che sensibilità!); per il regista Giovanni Veronesi: “ha deciso lui come e quando andarsene. E così facendo si è ringiovanito di cinquant’anni. Perché il suicidio non è un gesto da vecchi…”. Ha poi definito il suicidio un “un gesto di libertà, un rifiuto di abbandonarsi alla disperazione”.

Stenio Solinas, su Il Giornale, ha scritto un delirante pezzo per sostenere una posizione analoga a quest’ultima, mentre un altro giornalista, di cui non ricordo il nome, ha definito il suicidio l’ultimo “sberleffo di un laico”…

Eva Cantarella, altro monumento al laicismo becero, ha parlato della “fine di un uomo libero”, di “atto coerente con la vita di un uomo come lui”. Anche qui, se fosse morto diversamente, sai che incoerenza!

Necrofili necrofili, necrofili..

Un requiem per il povero Monicelli, una preghiera perché gli aspiranti suicidi citati ritrovino il gusto della via, e un po’ meno quello per il suicidio.

 
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