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Un morbo chiamato amore
Di don Massimo Vacchetti - 27/11/2010 - Africa - 1267 visite - 0 commenti

Ebola. Il nome mi ricorda qualcosa. Quindici anni fa, giornali e televisioni ne parlarono. Non ricordavo le suore. E’ incredibile come il male prevalga anche sulla memoria. Il male attecchisce meglio. Le suore che poi erano la ragione per cui nei telegiornali si parlava di questi fatti e per cui, di fatto, ci si è adoperati per contenere l’epidemia, le avevo trascurate. Rilasciate. Ebola e le suore Poverelle di Bergamo. Sei suore italiane uccise in meno di un mese da questo misterioso virus che colpisce, svanisce per poi tornare quando non si sa.

La storia di queste donne è commovente e il lavoro di Paolo Aresi (L’ultimo dono, ed. Queriniana) rende ragione della memoria del bene. E’ di questo che abbiamo bisogno. E’ della possibilità di essere veri anche nel male. Dio sa quanto ne ho bisogno. Ho bisogno di sapere che è possibile vivere in un modo diverso. Nuovo. Non altra ragione ha la lettura di un libro come questo. Certo anche a ricordare. Non a fare cronaca della memoria, ma memoria, attraverso la cronaca, di una fedeltà, di un coraggio, di una dedizione, di una comunione, di un servizio, di un amore esagerato. Ho bisogno perché porto anch’io, in una condizione di vita estremamente diversa, di affermare che la vita è più bella, decisamente più affascinante, se vissuta così.

Per Cristo e per gli altri. Per l’Amabile Infinito, come lo chiamano tra loro, e i più poveri tra i poveri. La vicenda di quei drammatici giorni, ricostruita attraverso i fax, ha come protagoniste sei donne. Prima ancora che sei suore, sono sei donne. Aresi è molto bravo a ricordarcelo tratteggiandoci la vita di queste donne, i loro desideri di ragazze, l’ostilità di alcune famiglie, il lavoro precedente al loro ingresso in convento. Poi la vocazione e la missione. Tutte molto giovani. Oggi così giovani non si prende nessuna decisione. Donne e suore. Anni di missione in mezzo agli ospedali, alle case dei diseredati, ad accogliere chiunque bussi alla porta. Per la gente di quel posto quelle suore sono più che donne. La loro femminilità non è censurata dal velo. Una è chiamata “donna della vita” per via del suo essere ostetrica, un'altra è chiamata “mamma anziana”, un'altra “Nkaka”, cioè nonna. E poi, Ebola. La lotta, la speranza, la preghiera, l’afflizione, la cura, la malattia, l’isolamento, la morte. Una, due, tre…fino alla sesta. Una contagiava l’altra. L’una malata e l’altra a servizio dell’amica e dei malati. Migliaia di malati. E di morti. Non sono morte di Ebola. Sono morte per amore. In pochi giorni. Si poteva scappare, ma quella volta hanno esagerato nell’amore. Fino all’ultimo, dono per gli altri. E per Dio.

 
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