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Dalla parte del torto..conservatori e progressisti...
Di Francesco Agnoli - 12/03/2007 - Attualità - 1063 visite - 0 commenti
Ci sono dei pregiudizi enormi che dall'età delle rivoluzioni ci portiamo addosso: che la morale sia noiosa, che la logica ci ingabbi, che il bene sia banale e non appagante, che "conservare" significhi immobilità e staticità infelici. Questi pregiudizi si sono cristallizzati nella comoda classificazione che divide l'umanità in "conservatori" e "progressisti". I primi sarebbero vecchi di spirito, misoneisti, stanchi ripetitori di idee e di azioni senza splendore. I secondi, invece, creatori vitali, intraprendenti, al passo coi tempi, verso un futuro sempre migliore del presente e del passato. I primi crederebbero in valori troppo antichi, monotoni nella loro eternità, da Antigone ai pro life; i secondi sottoporrebbero tutto al vaglio della ragione, dubitando "allegramente" perfino delle tabelline o della legge di gravità. La realtà, a me, pare diversa. Mi sembra che i conservatori, se la definizione ha un senso, potrebbero difendersi: conservare può anche significare sorprendersi dell'esistente, approfondire un dato di fatto, riscoprirlo ogni volta, spolverare di continuo una realtà positiva, spesso coperta dalla polvere dell'abitudine, per riportarla alla luce, per renderla più luminosa e via via più comprensibile ed amabile. Per il conservatore la realtà è data, ma non per questo esaurita: si ammanta di luci e di ombre, di intelligenza e di mistero. A lui tocca starci, partendo da un atto di fede, verificabile nell'esperienza: che starci, appunto, sia più bello, sia più vero, più umano; che sia il compito dell'uomo, e, nello stesso tempo, la sua realizzazione e la sua felicità. Per il conservatore il dovere e il piacere non sono disgiunti, perché la realtà non è schizofrenica: divertirsi non è devertere, ma rimanere sulla strada, on the road, cogliendo meglio il piacere del sole che ci sta davanti e dei fiori che si trovano ai bordi del cammino. Per il progressista invece la realtà non basta. Occorre sempre sfuggire, viaggiare altrove, cosmopolita e non patriota, trasgressivo e non fedele. Progredire, in questo senso, è sbarazzarsi al più presto della realtà data, in nome dell'utopia. E' far tabula rasa, anche violentemente, per ricostruire, e, ricostruendo, cambiare il progetto, ogni momento, passando avanti. "Tutto ciò che esiste- scriveva il giovane Marx- merita di essere distrutto": perché nulla soddisfa e nulla è degno di essere come è, di avere una precisa conformazione, una identità, una essenza stabili. In religione il progressista crede nel materialismo, o nel deismo (illuminismo), poi nella dea Ragione, o nell'Ente supremo, poi di nuovo nell'ateismo marxista, e infine nel politeismo new age: crede a tutto perché non vuole credere a nulla, così come abbraccia tutte le utopie e ideologie, intercambiabili a tempi alterni. Riesce ad essere positivista e spiritista come Doyle o Lombroso; pacifista e poi interventista, socialista massimalista e poi fascista come Mussolini; fascista e poi comunista come Curzio Malaparte e il grosso degli intellettuali italiani del dopoguerra; comunista stalinista e poi liberal-radicale, come molti Ds… Riguardo all'amore il conservatore gode e soffre della grandezza misteriosa dell'incontro con l'altro: ritiene che nell'amore vi siano non solo istinti, o reazioni chimiche di simpatia, ma una disegno più grande, che spetta anche a lui realizzare, delineare, mantenere nel suo splendore, per approfondirlo. Non gli basta una vita per capire la moglie, o il figlio, il loro essere "suoi" e altro da lui, nel contempo dono e "conquista". Si stupisce di fronte alla nascita di un figlio, come dinanzi a qualcosa di cui è protagonista ma non l'autore, di cui è beneficiario, ma non padrone. Per questo prova un naturale senso di gratitudine nei confronti della vita. Il progressista invece crede nel "libero amore". Crede cioè che l'amore sia libero da se stesso, un libero scorrere, fluire di emozioni, soprattutto sensibili, che vengono, passano, e magari non tornano: crede che la fedeltà sia un vincolo opprimente, che assecondare sempre il proprio desiderio sia trovare la propria felicità. Soprattutto, per concludere, il progressista crede nel progresso dell'Umanità e delle masse: è quasi generoso, nel non credere o nel non lavorare per il proprio. Il conservatore confida meno in tutto questo, e nel bene promesso dalle gazzette ufficiali: dubita di se stesso, più che della realtà, e il suo progresso è prima da dentro che da fuori, prima personale che politico, prima spirituale che materiale. Analogamente il senso della vita, per lui, va ricercato, trovato e vissuto, piuttosto che inventato, ripudiato, e, di volta in volta, reiventato.
 
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