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Il peccato
Di Marco Luscia - 21/10/2010 - Attualità - 943 visite - 0 commenti
Mentre assistiamo all’incrudelire della vita sociale, le notizie di delitti, aggressioni, gratuite violenze, tempestano i nostri giorni, solo si sfogli un giornale o si guardi un qualsiasi programma televisivo. Perché oggi, la notizia del male, del male inutile e banale è cercata, braccata, attesa e allestita secondo il copione di un mondo che specula su tutto. In nome dell’informazione e della libertà i dettagli atroci vengono selezionati e disposti sul tavolo della curiosità umana, come piatti fumanti pronti per l’uso. Il male rimbalza slegandosi dalle vittime e assume una propria autonomia, in quanto notizia, che comunque “ si deve dare”. E la notizia vola e rimbalza come una sfera pazza dentro le nostre vite. Vittime e carnefici sono esposti, commentati, giudicati, compatiti, odiati in una perenne discussione pubblica. “L’unica parola” adeguata sarebbe il silenzio o qualche “storta sillaba” per dirla con Montale, ma nessuno tace. I tribunali si improvvisano nelle piazze, si inscenano teatri come in un’arena in cui partiti avversi si contendono una presunta verità Colpevoli e innocenti, innocenti e colpevoli, mescolano le carte con abili sofismi o patetiche dichiarazioni. E spesso le vittima è dimenticata. Poi, quando un colpevole viene individuato accade che un primitivo senso di “innocenza” lo assalga, anche quando ogni prova sembra inchiodarlo, egli si sente vittima. Così dichiara la propria innocenza, l’assenza di prove, l’errore giudiziario, il complotto. Quasi nessuno sembra più volersi assumere una responsabilità; perché in fondo saremmo tutti vittime. E’ scomparso il rimorso di Teresa Raquin, di Raskolnikov, perché e scomparsa la coscienza ed è rimasto solo l’Io, con il suo smisurato delirio di onnipotenza. I luoghi del dolore diventano luoghi della morbosità pellegrina, vengono visitati e fotografati. E’ come se gli uomini attratti dall’abisso del male, non per compierlo, ma per annusarne l’acre profumo, si specchiassero in esso, quasi quel male un po’ fosse loro. E’ come se in tal modo gente di ogni estrazione sociale e cultura esorcizzasse la paura della morte e del niente che essa evoca. In questo grande circo accade che Amanda, l’omicida di Perugia, Amanda l’americana, rimirando il proprio bel visino mediatico, possa esclamare in un libro intervista al solito “giornalista amante della verità a costo della vita”; che rivuole la libertà e poi adottare un figlio. E l’io di Amanda tradisce in un dettaglio un fatto, vuole adottare un figlio. Eppure la ragazza non è sterile. Forse la giovane vuole adottarlo perché in casi come questi in essa si esprime una distanza, una scelta non d’amore, ma dell’io. Il figlio appare un bisogno, come la libertà che prescinde dal delitto commesso. E’ questo lo specchio di irresponsabilità e follia in cui scorre il nostro tempo. E’ questo forse, un altro modo per dire oggi una realtà di sempre: Il peccato.
 
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