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Dio era un extraterrestre?
Di Gianluca Marletta - 28/09/2010 - religione - 2249 visite - 0 commenti

 


 

L’ultima frontiera della propaganda antireligiosa nel mondo contemporaneo sembra voler tirare in ballo gli alieni!

Non si tratta di una boutade o di uno scherzo: da anni, oramai, pullulano in libreria o in rete, libri, documentari e pubblicazioni sostenenti l’ipotesi di un’origine “aliena” del genere umano.  Siafferma cioè che l’apparente “miracolo” dell’apparizione dell’uomo sulla terra –giustamente ritenuto “inspiegabile” a partire dall’ipotesi casualista darwiniana- sarebbe il risultato di un intervento “esterno” da parte di esseri extraterrestri. Sarebbero gli extraterrestri, dunque, i nostri veri creatori -o meglio, manipolatori genetici, avendo, secondo tali ipotesi, mescolato il loro superiore DNA con quello delle scimmie terrestri- e gli stessi Testi Sacri, in primis la Bibbia, non sarebbero altro che narrazioni “ingenue” e  “primitive” di antiche visite da parte di esseri alieni sul nostro pianeta. Queste visioni, bizzarre quanto accattivanti, hanno conquistato negli anni un pubblico molto vasto, ma stanno solo negli ultimi tempi un esplosivo successo grazie all’opera di un curioso scrittore di origine ebraico-azera, Zacharia Sitchin, autore di una riuscitissima serie di saggi pubblicati in tutto il mondo.

 

 

-  “Come padre un alieno…”: cenni di eziologia “extraterrestre”.

 

In realtà, c’è da dire che le celebri tesi dello scrittore azero non sono così “nuove” come qualcuno sarebbe tentato di credere;  è da più di 50 anni, infatti, che queste ipotesi a metà tra religione, scienza e fantascienza conquistano, ogni tanto, la notorietà. Il primo ad ipotizzare un intervento alieno nella storia umana, infatti, fu, già nei primi anni ’50, il matematico sovietico Matest M. Agrest, che dalle pagine della rivista moscovita Literaturnaja Gazeta, con l’evidente appoggio dell’allora nomenclatura comunista che ne intuiva il potenziale in chiave di propaganda antireligiosa, affermava che molti degli eventi miracolosi presenti nei testi biblici potevano in realtà riferirsi ad ingenue testimonianze dei nostri “sprovveduti” antenati venuti a contatto con antichi visitatori extraterrestri.

 

Negli anni ’60, poi, è lo svizzero Eric Von Daniken a proporre al grande pubblico l’ipotesi, ancor più radicale, dell’origine aliena del genere umano. In verità, la tesi di Von Daniken era, in questa prospettiva, ancor più estrema: egli adombrava infatti l’ipotesi che la stessa vita sulla terra fosse il risultato di un esperimento (mediante inseminazione) da parte di creature extraterrestri: questo, al fine di spiegare il mistero dell’apparizione della vita, apparentemente insolubile a partire dal meccanismo caso/necessità proposto dal darwinismo dominante. E’ curioso, d’altronde, ricordare come il Von Daniken abbia trovato un’insperata sponda “ufficiale” nelle speculazioni dello scienziato Francis Crick, co-scopritore della funzione del DNA e ateo militante, che in un articolo del 1973[1], ipotizzava una versione radicale dell’ipotesi della Panspermia, da lui definita Directed Panspermia (Panspermia Controllata). Il Crick, in sostanza, pur di rimuovere certe imbarazzanti aporie nella visione materialistica dell’origine della vita –che potevano pericolosamente aprire la porta alla possibile esistenza di un Progetto Divino- era disposto a sostenere l’ipotesi che la vita venisse “inseminata” di pianeta in pianeta da intelligenze extraterrestri in una sorte di “creazione programmata”: ipotesi questa che avrebbe permesso di fare a meno -o perlomeno di rimandare alle proverbiali calende greche- la sgradita domanda inerente l’esistenza di un Dio creatore…

 

 

- Nibiru, Annunaki e Nephilìm: la “saga” extraterrestre di Zacharia Sitchin.

 

Zakaria Sitchin, ultima “star” in ordine di tempo della letteratura alienofila, non arriva, bontà sua, a tanto. Senza voler appaltare ad un “seminatore extraterrestre” il merito della presenza della vita nell’universo, egli si limita prudentemente a tirarlo in ballo solo per quanto riguarda l’origine dell’Homo Sapiens. Studioso autodidatta di lingue e mitologie mesopotamiche, Sitchin si distingue dai suoi predecessori anche per una certa erudizione che conferisce ai suoi saggi un aspetto a prima vista più “credibile” rispetto ad altre opere del settore. Questa erudizione, intelligentemente esibita, maschera con grande abilità le aporie e gli improbabili voli pindarici contenuti nelle tesi dello scrittore azero, permettendogli di vendere al pubblico un’appetibile contro-storia dell’umanità, al tempo stesso dotta come una tesi di laurea e intrigante come un romanzo di fantascienza.

 

            L’ipotesi di Sitchin è essenzialmente basata su un’interpretazione sui generis degli antichi testi mesopotamici e biblici, i cui punti cardine sono:

 

1)      L’interpretazione in chiave “astronomica” dell’epopea babilonese della creazione (Enuma Elish);

 

2)      L’idea che le antiche popolazioni della Mesopotamia fossero a conoscenza, dell’esistenza di Dodici corpi celesti del nostro sistema solare, tra i quali figurerebbe un pianeta di nome Nibiru caratterizzato, secondo Sitchin, da un’orbita eccentrica che lo porterebbe periodicamente nelle vicinanze della Terra;

 

3)      L’idea che gli abitanti di Nibiru, che Sitchin chiama Annunaki dal nome delle divinità mesopotamiche, o col termine biblico Nephilim, abbiano generato l’homo sapiens mescolando i propri geni a quelli degli esseri primitivi già esistenti sulla Terra.

 

Il primo testo antico a cui Sitchin afferma di rifarsi è, come detto, il poema babilonese della creazione, in cui è presente il mito di Marduk e Tiamat. Il leif motiv della storia di Marduk e Tiamat, peraltro, ha numerose analogie con altri miti antichi: Marduk, divinità guerriera e maschile, uccide il mostro Tiamat rappresentante le acque del l’oceano primordiale e dal suo corpo “forma” la terra e il cielo. Alla luce della scienza delle religioni, d’altronde, il mostro delle acque, Tiamat, rappresenta evidentemente la “materia indifferenziata”, la realtà ancora oscura e indivisa precedente alla Creazione dove sono contenuti “in potenza” i germi del futuro universo; Marduk, principo maschile, è colui che differenzia questa materia inerte, liberando “le forme” del creato in un processo che, anche presso altre tradizioni, è spesso rappresentato come un “combattimento” [2].

 

Zacharia Sitchin, al contrario, afferma che i nomi di queste divinità dovrebbero essere identificati con quelli dei pianeti orbitanti intorno al Sole: in particolar modo, Marduk il guerriero altro non sarebbe che un pianeta dall’orbita eccentrica non ancora scoperto dagli astronomi moderni e Tiamat sarebbe invece il ricordo mitico di un grande corpo celeste esistito miliardi di anni fa. Dallo scontro di Marduk con Tiamat (simboleggiato secondo Sitchin dal “combattimento”), quest’ultimo corpo celeste avrebbe dato origine da una parte alla nostra Terra, dall’altra alla Fascia degli Asteroidi, mentre Marduk, catturato nell’orbita del sole sarebbe divenuto Nibiru, il Dodicesimo Pianeta dall’orbita eccentrica che solo a intervalli di millenni sarebbe visibile dalla Terra.

 

A dispetto d’ogni inverosimiglianza, è solo dopo questo improbabile preludio astronomico che lo scrittore azero giunge al cuore della sua epopea fantarcheologica.  Il pianeta Nibiru, infatti, altro non sarebbe che l’astro da dove sarebbero giunti sulla Terra gli Annunaki –i “figli del cielo: parola con cui i Sumeri indicavano i loro dei. Queste creature, che Sitchin immagina alla ricerca di metalli nobili come l’oro, avrebbero sfruttato le risorse della Terra servendosi, pur a fronte della loro tecnologia straordinaria, di altri Annunaki utilizzati come servitori. Ed è qui, che Sitchin introduce la sua personalissima interpretazione di un altro monumento della letteratura mesopotamica, l’epopea dell’Atrahasis, che narra tra l’altro una versione del mito della creazione.  Nell’Atrahasìs, infatti, si narra di come gli Annunaki utilizzassero per i lavori umili delle divinità minori dette Igigi. Proprio a causa di una rivolta degli Igigi, stanchi di faticare per nutrire i loro superiori, gli Annunaki avrebbero deciso di creare un essere che potesse lavorare al posto loro: l’uomo. Per crearlo, tuttavia, gli Annunaki avrebbero sacrificato una divinità minore -il demone Kingu- allo scopo di mescolarne il sangue con l’argilla tratta dalla terra.

 

Questo mito, che se da una parte è fondamento archetipico del rapporto angoscioso e terrificante che le popolazioni della Mesopotamia mantenevano con il mondo del sovrannaturale –l’uomo è visto come schiavo degli dei- d’altro, tuttavia, mette anche in luce la natura al tempo stesso terrestre e celeste che differenzia l’essere umano da tutte le altre creature, viene naturalmente interpretato da Sitchin in chiave tecnologico-aliena: l’uomo, infatti, null’altro sarebbe (come avrete già capito…) che il frutto di una mescolanza genetica fra il DNA dell’homo erectus e quello degli Annunaki (leggi extraterrestri) allo scopo di generare uno schiavo da poter utilizzare nelle estrazioni minerarie. Naturalmente, Sitchin non si sofferma punto a spiegare per quali motivi i presunti Annunaki, capaci di viaggiare nello spazio e di inventare nuove specie, avessero bisogno di umili schiavi per estrarre minerali dalle miniere, né perché avessero scelto questa complicata soluzione piuttosto che ripiegare su più semplici e servili robot privi d’intelligenza, ma in compenso indica con precisione la zona del mondo dove questo evento fatale sarebbe avvenuto, ovvero l’Africa Australe, nella regione del fiume Zambesi. Sitchin, peraltro, pretende di superare anche lo scoglio della possibile “incompatibilità genetica” fra esseri di mondi diversi, ricorrendo alla sua personale interpretazione della nascita della Terra, che avrebbe ricevuto i “germi della vita” al momento del presunto crash col pianeta Marduk/Nibiru: l’evoluzione poi avrebbe fatto il resto, generando esseri simili, e quindi compatibili geneticamente, a partire da una genetica simile.

 

 

-  L’Eden e i Giganti: esegesi ufologica della Bibbia.              

 

             Una panoramica del Sitchin-pensiero, tuttavia, non é completa senza un collegamento con la tradizione biblica. Lo scrittore azero, ad esempio, identifica il giardino dell’Eden con la regione della bassa Mesopotamia dov’era Sumer[3], ma per risolvere l’apparente contraddizione fra un Eden mediorientale e la presunta culla africana del genere umano, l’autore è costretto ad un altro dei suoi funambolici voli, immaginando una precedente missione-annunaki nel Golfo Persico allo scopo di ricavare oro dalle acque del mare. In quel luogo, gli extraterrestri avrebbero trasferito dall’Africa un certo numero di schiavi umani per aiutarli nel lavoro, come indicherebbe, a parere di Sitchin, il versetto della Genesi biblica in cui si dice che YHWH “pose l’Adamo nel giardino dell’Eden”[4], segno secondo Sitchin che il nostro progenitore fu “preso” da un’altra parte e portato lì.

 

            Nell’esegesi biblica di Sitchin non poteva mancare, naturalmente, il riferimento ad uno dei passi più discussi dell’Antico Testamento –particolarmente “gettonato” fra gli ufologi- ovvero al celebre incipit del capitolo 6 di Genesi in cui si parla dei “figli di Dio” che, unendosi alle “figlie dell’uomo”, avrebbero generato i Nephilim (in ebraico “i Caduti” o “Coloro che fanno cadere”[5]), che la versione greca dei CXX traduce col termine Gìgantes, assimilandoli in tal modo a quelle protervie ed empie figure presenti anche nella mitologia ellenica. Sulla scia della comune interpretazione diffusa negli ambienti ufologici, Sitchin afferma naturalmente l’identità fra questi misteriosi “figli di Dio” e gli extraterrestri di Nibiru, che accoppiandosi con le donne terrestri avrebbero dato origine ad una stirpe ibrida. La ragione del promiscuo accoppiamento, secondo Sitchin, sarebbe stata la mancanza di individui femminili nella colonia che gli Annunaki avevano creato sulla Terra, penuria che avrebbe costretto i colonizzatori a “passare tempo” con le terrestri[6].

 

            Ancora una volta, tuttavia, Sitchin sembra completamente ignorare la regola aurea che consiglia di interpretare un testo innanzitutto a partire dal contesto culturale in cui esso trae origine. Completamente a digiuno di simbolismi e di metafisica tradizionale, peraltro, il Sitchin probabilmente ignora l’esistenza stessa di “interpretazioni tradizionali” del famoso versetto biblico.  Ricordiamo, ad esempio, che nella tradizione giudaico-cristiana questo versetto ha dato origine a interpretazioni affascinanti –e certamente più “in sintonia” con la visione del mondo propria agli scrittori biblici- già dagli ultimi secoli prima di Cristo; e questo, senza dover tirare in ballo gli ET. Una corrente antica del giudaismo, identificava i “figli di Dio” con degli angeli caduti che avrebbero generato una prole con le donne umane, insegnando loro anche la magia e le arti nefaste che porteranno alla degenerazione spirituale punita col diluvio. Questa idea, che ai nostri occhi potrebbe sembrare bizzarra e persino blasfema, di un accoppiamento fra creature “spirituali” e terrene, và comunque letta alla luce di un’idea del rapporto tra “visibile” e “invisibile” molto più complesso e sfumato di quel che normalmente si crede: una visione che è presente fino all’età classica e al Medioevo e, in qualche caso, si trasmette fino in età moderna[7].

 

Nella tradizione più “ortodossa”, tuttavia, i “figli di Dio” e le “figlie dell’uomo” sono identificati con le due discendenze del “giusto Set” (il figlio avuto da Eva al posto di Abele) e dei Caino: dalla mescolanza tra queste due stirpi avrebbe avuto origine la razza maledetta dei Nephilim, che significativamente la traduzione greca della Bibbia identifica coi Giganti -terribili figure della mitologia ellenica condannati da Zeus per aver voluto “scalare l’Olimpo”- divenute il simbolo dello spirito luciferino nella sua ribellione al Divino. Quel che è più importante da rilevare, infatti, è che, al di là delle varie interpretazioni, il capitolo 6 di Genesi così’ caro a Sitchin e ai cultori del mito extraterrestre, é soprattutto la spiegazione mitica della nascita di quella interpretazione perversa del sacro che, senza mezzi termini, potremmo definire satanica. Non a caso, una delle interpretazioni più credibili del famoso numero della bestia 666 contenuto nell’Apocalisse è proprio quella in cui questa cifra è considerata come il valore numerico del termine greco Tèitan: Gigante[8].                    

 

 

-   …per mandare in pensione Domineiddio!

 

L’opera di Sitchin, naturalmente, ha potuto conoscere un tale successo presso il pubblico di tutto il mondo anche grazie alla pressoché totale disinformazione esistente a livello di massa sui temi storico-religiosi. D’altronde, è davvero improbabile immaginare che la maggior parte della gente possa avere conoscenze sufficienti di esegesi biblica – o men che meno di letteratura e mitologia mesopotamiche…- al punto da possedere quegli strumenti minimi che soli garantirebbero una lettura critica di libri come quelli di Sitchin.

 

La causa del successo di questa fantaepopea, tuttavia, non sembra risiedere soltanto in una certa (e comprensibile) impreparazione del pubblico, ma anche e soprattutto nel fascino che certe tesi indubbiamente veicolano indipendentemente dalla loro credibilità. Nell’epopea fantascientifica degli Annunaki, infatti, il lettore stanco di una scienza “ufficiale” sempre più dogmatica e di una religione sempre più orizzontale e secolarizzata, può riscoprire il brivido del mistero e la gioia dello stupore. Inoltre, opere come quella di Sitchin sembrano strizzare l’occhio a quella “cultura del sospetto”, violentemente caratterizzata  in chiave antireligiosa e soprattutto anticristiana, che da tempo culla il sogno di mandare definitivamente in pensione Domineiddio …magari, se necessario, sostituendolo persino coi Marziani!  

 

 

  

 

    

 

              

 

 

 

 

 



[1] F. Crick, L. Orgel, “Directed Panspermia”, in Icarus n°. 19, London 1973

 

[2] Il nome Tiamat, è analogo all’ebraico Tehòm, indicante le “acque primordiali” (ovvero la materia informe e indifferenziata) sulle quali in principio si librava lo Spirito di Dio (Genesi 1, 2).   

[3] Cfr. Z. Sitchin, La Bibbia degli dei, Milano 2007, pp. 34-36

[4] Genesi 2, 1

[5] Dalla radice ebraica nafal, cadere. Il nome può riferirsi sia all’origine dei Nephilim dagli “angeli caduti”, sia al “far cadere”, poiché questa stirpe è vista come causa di un’ulteriore degenerescenza dell’uomo dopo la cacciata dall’Eden.

[6] Z. Sitchin, La Bibbia degli dei, cit. pp. 94-95

[7] L’idea che vi possa essere un connubio sessuale fra esseri umani e creature “immateriali” è antica come l’uomo. Nel Medioevopersino un San Tommaso D’Aquino ha parlato di Incubi (entità demoniache di genere maschile capaci di avere rapporti nel sonno con donne e persino di “concepire” grazie allo sperma sottratto ad altri uomini) e Succubi (controparte femminile). Innumerevoli sono i racconti – anche piuttosto recenti- relativi a presunti rapporti fra donne e creature come Elfi o Fate (con concepimento di una prole “ibrida”), di cui ad esempio è ricchissimo il folklore delle regioni di lingua celtica (cfr. P. Narvez, The Good People: New Fairylore Essays, University of Kentucky 1997). E’ dunque possibile che l’episodio narrato da Genesi 6 possa inquadrarsi in questo contesto di credenze universalmente diffuse e condivise da molte culture tradizionali.

[8] Tra i Padri della Chiesa, sostengono quest’interpretazione Ireneo di Lione e Ippolito Romano (cfr. G. Marletta/M. Polia, Apocalissi. La fine dei tempi nelle religioni, Milano 2008, pp. 62-63.

 
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