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Da Ros, l'angelo travestito da missionario scorbutico
Di Rassegna Stampa - 13/07/2010 - Attualità - 720 visite - 0 commenti
di Giorgio Montefoschi

In Kenia per la tv, incontravo i padri apostoli. Mi dissero che lui aveva un caratteraccio, che intervistarlo era difficile

Loyiangalani, sulle rive del lago Turkana (l’ex lago Rodolfo), era l’ultima tappa di un lungo viaggio che feci tredici anni fa, insieme al regista Gianni Barcelloni, per girare un documentario, che poi andò in onda in televisione, sulle missioni che la Consolata di Torino aveva nel Nord del Kenia. Viaggiavamo da circa due settimane, oramai. Avevamo attraversato la foresta equatoriale e le sterminate distese della savana e sentito lo sgomento di una solitudine senza confini; avevamo visto incredibili albe, incredibili tramonti e gli animali che correvano liberamente e si bagnavano nei fiumi; avevamo parlato con i missionari coraggiosi e con quelli esausti; avevamo visitato un comprensorio, tenuto da suore che andavano in giro nelle capanne a prendersi i bambini handicappati che altrimenti i famigliari avrebbero ucciso; eravamo entrati nei cosiddetti «ghost villages», i villaggi fantasma, privi di abitanti perché tutti erano morti di Aids: mancava soltanto Loyiangalani, la missione tenuta dal padre Achille Da Ros.
A Nairobi, prima di partire, m’avevano detto: «Guardi che il padre Da Ros è uno scorbutico, ha un caratteraccio. Vi aspetta. Ma, magari, non si farà intervistare». Adesso, mentre facevamo gli ultimi chilometri di strada sterrata, pensavo: «Come ci accoglierà lo scorbutico? Che tipo sarà questo padre Da Ros?». Pensavo anche: «Noi, comunque, domani ce ne andiamo». Infatti, eravamo d’accordo con un italiano di Nairobi, un certo Forno, che il giorno seguente sarebbe venuto a prenderci con un suo piccolo aeroplano per riportarci indietro.
Non posso dimenticare l’arrivo. Al termine di una salita scoscesa l’autista fermò la jeep su un crinale e scendemmo. Davanti a noi, immenso, azzurro come il mar Egeo, con dentro delle isole come nel mare Egeo, circondato a perdita d’occhio da una pianura completamente deserta, pietrosa e nera come la lava, si vedeva il lago Turkana. Il silenzio era perfetto. Rimanemmo senza fiato. Quindi, rimontammo sulla jeep e, sempre nel deserto più totale, arrivammo al cancello della missione. Lì, miracolosamente, c’erano dei grandissimi eucalipti.
Padre Da Ros era fuori, ci disse una suorina pallida, poco più che ventenne: in giro a cercare fossili. Dopodiché ci accompagnò in una specie di baracca col tetto di lamiera, davanti a una vasca alimentata da una polla d’acqua sorgiva, nella quale avremmo dormito. «È buona l’acqua»? Domandai. «Lei è buonissima» sorrise la suorina. «Perché» dissi «cos’è che non è buono»? «Il terreno» rispose. «Non vede che è tutta pietra? Qui non cresce niente». Neppure una foglia di insalata»? «Neppure quella». Trascorsero due ore. Alle cinque, arrivò Achille Da Ros. Era in pantaloni corti: un uomo magro, muscoloso, con occhi vivi e pungenti, una barba corta spruzzata di bianco. «Allora» esordì «voi sareste della televisione »? Risposi prontamente: «Esatto». «E cosa siete venuti a fare fino a qui»? «A parlare con lei». «Io non sono bravo a parlare». «Vedremo». Rise: «Va bene. Vedremo. Ad ogni modo: si cena alle sette in punto». Aveva l’accento veneto. Se ne andò.
Alle sette e cinque minuti lo sentimmo gridare: «Dove sono quei due di Roma che ancora non vengono »! Corremmo. Era sulla soglia di un’altra baracca, insieme alla suorina che ci aveva aperto e a un’altra suorina, più smunta di lei. «Siete in ritardo» ci bollò. Poi entrammo, disse una preghiera, ci sedemmo. A Sauthor, la missione precedente, ci avevano affidato una cassetta con dei fagiolini, della verdura, dei pomodori, del pane e una bottiglia di vino. La cena era composta dal pane e dai pomodori che avevamo portato noi e da una fettina sottile di formaggio per uno. In più, c’era un uovo al tegamino: che fu posto sul piatto del padre Da Ros. Che di nuovo si arrabbiò: stavolta con le suore. «Perché - disse - un uovo solo»? Rispose una di loro: «Perché la gallina ne ha fatto solo uno». «Allora lo dividiamo»! Esclamò. «Io e Barcelloni » lo fermai «abbiamo il colesterolo alto. Ci hanno proibito le uova». Gli venne da ridere: come nel pomeriggio.
Iniziammo a mangiare. In silenzio. Ogni tanto faceva qualche domanda provocatoria, che non ricordo. Ma io ci andavo a nozze: facevo finta di essere colpito, smussavo, gli davo ragione. Alla fine, a lui di fare domande provocatorie non gliene importava più niente; avevamo bevuto un po’ di vino: perfido; gli chiedevamo dei turkana (il popolo nomade che abitava là intorno), dell’Africa, della malaria, degli animali feroci, dei fossili; e il ghiaccio era rotto: pian piano, si stava rilassando. Non era più tanto scorbutico. Anzi: non lo era affatto.
Così, dopo cena, con una bottiglia di whisky ci mettemmo sotto una tettoia, vicino agli eucalipti. Al di là degli eucalipti si vedeva un cielo meraviglioso, grondante di stelle. Pensavo a tutti i racconti che avevo ascoltato in quei giorni dagli altri missionari: gli scorpioni, la miseria, la solitudine, i briganti, le malattie; pensavo a come aveva ragione Moravia quando scriveva che in Africa la natura soverchia l’uomo; pensavo al tono sbrigativo con il quale il mio vicino di sedia aveva liquidato questi problemi con una alzata di spalle, dicendo che l’unico problema era che i turkana erano nomadi e appena lui gli aveva insegnato un po’ di catechismo, loro se ne andavano e doveva ricominciare con altri da capo; pensavo a quando, con le suore, avevamo provato ad accendere una vecchia radio e non eravamo riusciti a captare nemmeno una stazione; e mi sentivo addosso un’angoscia terribile, sapendo che il giorno dopo sarei partito. Tant’è che a un tratto - non so con quale coraggio - all’improvviso, al mio vicino di posto che intanto aveva bevuto un dito di whisky e sembrava addirittura dolce, mite, gli misi una mano sulla mano. E gli dissi: «Senti, Achille - oramai ci davamo del tu - ma se tutti se ne vanno, che ci stai a fare in questo posto che sembra la luna? Che ci stai a fare qui»? «Io qui»? Mi rispose, stringendomela forte la mano. «Io, qui ci sto a predicare il Vangelo. È chiaro? Se so che nel mondo ci sono anche quattro persone che non conoscono il Vangelo io vado lì. E adesso non farmi perdere tempo - tolse la mano, ridiventando burbero - che devo andare a pregare. Tanto abbiamo due giorni per parlare ». «No», dissi «veramente ne abbiamo uno solo. Noi partiamo domani pomeriggio». Lo vidi sbiancare. «A me - disse - avevano detto che sareste stati due giorni». Sbiancai anch’io.
Quella notte ci fu un temporale biblico: la lamiera della baracca sembrava che si dovesse sfondare. La mattina seguente il cielo era sereno. «Dov’è padre Da Ros»? Chiesi a una delle suore. Mi rispose che stava tagliando la legna in un certo posto. Lo raggiunsi. Aveva l’aria allegra: voleva farci vedere che non gli importava che ce ne andassimo e per chissà quanto altro tempo rimaneva solo. Ci portò nel piccolo villaggio vicino; ci fece vedere i luoghi in cui erano stati ammazzati dai banditi alcuni suoi predecessori; si sottopose di buon grado alle riprese che fece Barcelloni e si conclusero con una indimenticabile scena in cui lui giocava con i bambini, cantava con loro e li faceva volare per aria; consumammo un rapido pasto; alle due, sentimmo il gracidio dell’aereo. Stava arrivando Forno.
Atterrò sulla pista di terra battuta. L’aereo era minuscolo; Forno, un gigante sessantenne (ma che avesse avuto due infarti e bevesse mezza bottiglia di whisky al giorno, mi era stato detto solo la sera prima). Trattava gli indigeni peggio di Kurtz in Cuore di tenebra. A due guerrieri seminudi, tutti dipinti, con tanto di lancia, che si erano appostati sotto le ali, intimò di andarsene con delle urla che avrebbero terrorizzato un leopardo. Insomma: caricammo i bagagli. E ci preparammo alla partenza. Però, padre Da Ros era sparito. Chiesi alle suore dove fosse. Era in giro per fossili.

Passarono alcuni mesi. Un giorno, ricevetti un lettera: era di Achille Da Ros. Non stava più a Loyiangalani; lo avevano trasferito a Maralal che, in confronto a Loyiangalani, era come New York (benché le malattie fossero le stesse, la miseria nera fosse la stessa) e lui stava bene. Gli risposi che la sua lettera era un grande regalo, che averlo conosciuto era stato per me un grande regalo. E cominciammo a scriverci. Regolarmente: una lettera ogni tanti mesi. Lettere, nelle quali, lui, con lo stesso linguaggio semplice che usava per parlare ai nomadi (Dio lo chiamava il Grande Capo), mi raccontava la sua vita; io gli raccontavo la mia e alcune delle mie sofferenze, ricevendo ogni volta delle parole così giuste, così piene di una saggezza semplice e profonda da lasciarmi sbalordito.
E questo andò avanti per anni. Poi ci fu una lettera che non arrivò più dal Kenia, bensì da Torino. Mi comunicava che, dopo una malaria terrificante, aveva avuto una broncopolmonite altrettanto terrificante che lo aveva costretto a tornare alla Casa madre a Torino, dove doveva passare circa otto ore al giorno attaccato alla bombola a ossigeno. Gli telefonai immediatamente (ansimava, gli mancava il respiro) e, alla prima occasione, andai a trovarlo. Era ridotto pelle e ossa: pareva lui un fossile. Ma era contentissimo di vedermi. Mi regalò una splendida malachite del Turkana avvolta in un foglio di carta qualunque. Sul foglio c’era scritto: in memoria del nostro incontro.
Passarono altri anni. Lo andai a trovare altre volte: sempre senza annunciarmi. Spasimava di tornare in Africa, ma credeva che sarebbe rimasto un sogno. Finalmente, un anno fa all’incirca, al telefono, mi disse che doveva andare a fare dei controlli in ospedale, perché si temeva che avesse un brutto male. «Che male»? Domandai. Mi rispose: «Brutto». Era un cancro al pancreas. Gli restavano pochi mesi di vita.
Passarono anche questi mesi. Non osavo telefonare, perché avevo paura che mi dicessero che non c’era più. Invece, ricevetti una sua lettera. Mi scrisse: «Tutti, o quasi, i grandi amici missionari se ne sono andati e mi stanno aspettando perché mi vogliono bene. Io so che tu hai la tua Croce e ringraziane il Grande Capo: getta in Lui il tuo affanno ed egli ti nutrirà. Perché Lui ci ama da matti».

Morì il 24 febbraio. Poco prima che morisse, parlai al telefono con la suora infermiera. Le chiesi qual era la situazione. Mi disse che si stava spegnendo come una candela, ma era lucido. Allora le dissi di andargli a dire che Giorgio, a Roma, pregava per lui e gli voleva bene. Lei lo fece. E lui - seppi - ne fu felice.

Padre Da Ros era un angelo. Ce ne sono molti nel mondo: dentro la Chiesa e anche fuori della Chiesa. Sono gli angeli che Dio manda sulla terra per affidare loro la sua Croce; e la pienezza dell’amore. Poi, li riprende con Sé.

Giorgio Montefoschi
Corriere della Sera, 12 luglio 2010

La vita

Padre Da Ros, nato a Montaner, è stato un missionario della Consolata, per quasi un ventennio ha operato nel Kenya settentrionale. Prete e antropologo, «si diletta anche - scriveva - di paleontologia», operando a contatto di studiosi molto noti come Richard E. Leakey. Specialista di Storia delle religioni ed Etnologia, è stato per anni direttore delle collane «Biblioteca scientifica» e «Studi e saggi» dell’editrice Emi. È autore di diversi saggi scientifici e di due volumi di studi etnologici svolti in una prospettiva d’incontro tra il mondo culturale «primitivo» e quello «occidentale». Tra i suoi titoli si ricordano: «In morte e sopravvivenza presso i Nilo-Camiti», «Note per una ricerca etnologica sul campo», «Noi, i turkana», «Proverbi samburu» (tutti Emi). Padre Da Ros è scomparso quest’anno.
 
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