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Guardo lontano e vedo vicino
Di Marco Luscia - 20/02/2007 - Attualità - 1596 visite - 0 commenti
“Guardo lontano, vedo vicino”. E’ questa la frase che campeggia su di un lenzuolo bianco sulla facciata del liceo Galilei di Trento. Si tratta di uno slogan, o forse di qualcosa di più importante che invita alla riflessione. Le parole hanno la forza di dar luogo a fecondi percorsi di pensiero e a inaspettate intuizioni. Ecco quello che mi è capitato di pensare. La frase, mi pare innanzitutto l’emblema sintetico dei giorni della cogestione, giorni in cui gli studenti allargano lo sguardo oltre lo spazio delle materie curricolari. Non so con quale spirito sia stata formulata; certo, essa sventola il suo messaggio e accoglie chiunque in questi giorni superi i cancelli del Galilei. Probabilmente essa dovrebbe esprimere qualcosa di “progressista”, di antitradizionale, una rottura con il quotidiano svolgersi delle lezioni. Ma le cose non stanno così, quella poche parole mi sembra rivelino, un connotato totalmente diverso. In quel “guardare lontano”, non vuole esprimersi una fuga dal presente, piuttosto si cela una saggezza: l’idea che il disagio di questo nostro mondo, la sua confusione, risieda nella cura ossessionata del presente, dell’utile, del risultato immediato, del piacevole. Perché guardare lontano non è soltanto lo scrutare l’orizzonte infinito con la sua promessa di libertà, di cui nulla sappiamo. Il futuro ci sfugge e qualora riveli qualcosa, lo fa, spesso, travestito degli scomodi panni dell’ottimismo utopico o del pessimismo più tetro. Scrutare la lontananza credo sia soprattutto guardare alla lezione della storia, recuperando le radici buone, le forme stabili di un passato in cui l’uomo ha sperimentato e scoperto “alcune leggi” che ha chiamato vere, perché capaci di umanizzare i nostri rapporti sempre così complessi, in bilico tra l’amore e il tradimento. Si tratta di “verità” esistenziali che spesso si sono affermate attraverso faticosi e dolorosi percorsi. Questo, i giovani sembrano almeno inconsciamente percepirlo. Le statistiche, i sondaggi, rivelano in loro un sentire assai più “tradizionale” rispetto al disincanto di molti adulti. I giovani hanno voglia di stabilità, di chiarezza, di valori non assoluti, ma ben fondati, ragionevoli. Essi credono nell’amore, lo vogliono per sempre e sognano il matrimonio. Hanno voglia di comunità, di tradizione, in una parola: di senso. Per converso, il mondo degli adulti e della politica, sembrano invece del tutto avvinti nelle spire dell’oggi, storditi da una miopia concentrata sul presente. Tutto questo ha vari nomi: moda, individualismo, pragmatismo, opportunismo elettoralistico, rispetto di equilibri tra alleanze impossibili. Il potere infatti, spesso, unisce i diversi, nella comune ricerca dell’utile. La politica è il luogo, oggi, dove il guardare lontano sembra smarrirsi in una rincorsa nei confronti dell’ economia, del consumo, di un individualismo che insegue subitanei successi. La vicenda dei Dico esprime, tra le altre cose, tutto questo; mi sembra il frutto di un compromesso incapace di guardare alla realtà e perciò di progettare il futuro. Con la scusa di rispondere ad un’emergenza inesistente, si propone, di fatto, un soggetto alternativo alla famiglia. Si potevano percorrere strade diverse, gli eventuali diritti lesi potevano essere garantiti attraverso soluzioni che non portassero un attacco così subdolo ad una “verità” così evidente e semplice: lo straordinario ruolo sociale, affettivo, solidale della famiglia. Ma la logica di chi guarda troppo vicino e perciò non vede, ha coinvolto anche alcuni settori del mondo cattolico, settori che peraltro, già da un po’ di tempo hanno rinunciato alla ricerca di ciò che è stabile, di ciò che è “vero”, perché buono e desiderabile. Essi guardano la punta delle loro scarpe e perciò non vanno da nessuna parte. Le parole con cui ho iniziato questo brano potrebbero pertanto suonare come un monito: non posso comprendere il presente ed orientarlo sapientemente verso il domani se non mi pongo nel solco della tradizione; una tradizione che scaturisce dal “cuore delle cose”, dalla razionalità che la vita ben osservata, senza pregiudizi, rivela. Oggi, la vicenda dei Dico mostra la povertà di un mondo adulto del tutto incapace di sperare, di proporre modelli forti alle nuove generazioni, scommettendo sul loro entusiasmo, sulla loro passione, sul loro desiderio di vero, di buono, di giusto. Perciò si sceglie il basso profilo di promuovere unioni che nascono intrinsecamente deboli. Uno dei grandi insegnanti di Simone Weil, Emile Charter, un professore di filosofia geniale e assolutamente anticonformista, beffardo e insofferente verso ogni autorità ebbe un giorno a dire: “L’amore non è naturale e nemmeno il desiderio lo è…è l’istituzione che salva il sentimento.” Egli guardava lontano, guardava alla fragilità dell’essere e così salvava l’oggi in vista del domani.
 
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