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Ideologie della qualità della vita: Engelhardt e Singer, due profeti della bioetica laica
Di Marco Luscia - 14/07/2010 - Bioetica - 3114 visite - 0 commenti
Per comprendere quali siano le ragioni teoriche su cui poggia l’idea di persona esposta nel precedente articolo, mi sembra importante ricordare in breve il pensiero di due notissimi studiosi di bioetica appartenenti alla sfera cosiddetta “laica”. Premetto che in questa sede, per motivi di spazio non presenterò il pensiero di alcuni “bioeticisti” Italiani, come Mori, Maffettone e Lecaldano; ritenendo, per altro, che le linee essenziali della bioetica laica, siano tracciate comunque in modo sufficientemente chiaro dai due pensatori di cui tra breve dirò.
Per bioetica laica intendiamo quel pensiero che prescinda, nel formulare i propri giudizi morali, da qualsiasi riferimento alla morale cristiana, o comunque che eviti qualsiasi discorso relativo “all’essenza, alla natura delle cose”, insomma ad un Creatore ordinatore. Un’etica di questo tipo, a mio avviso, necessariamente sarà debole, non potendo fondarsi su alcunché di assoluto, di certo, di stabile; è bene precisare che il termine assoluto riguarda non soltanto il riferimento a Dio, come Signore della vita, ma pure il coraggio di riconoscere alla vita umana, con una scelta ragionevole e umanissima, un valore intangibile in ogni momento del suo sviluppo. Conseguentemente, gli autori che metodologicamente evitano ogni riferimento all’esistenza di una natura umana come dato di partenza indisponibile, oscilleranno su posizioni più o meno estremiste, alla ricerca di criteri che salvaguardino l’assoluta autonomia del soggetto e dei suoi desideri. Poiché è questo, per loro, il valore assoluto. Troveremo così, chi ritiene che il bene di un comportamento derivi da una scelta convenzionale, chi dall’opinione di una maggioranza. Troveremo chi, con ottimismo, pone ostinatamente la propria fiducia nel primato della ragione buona, che scaturirebbe d’incanto dal pubblico dibattito.
Ma a ben vedere tutte queste ragioni muovono da un assunto: “la bioetica laica può venire legittimamente considerata come l’ultima tappa di quel processo di secolarizzazione che, nel mondo moderno, in seguito allo sfondamento del fondamento metafisico, ha portato alla distruzione di qualsiasi principio assoluto”.
Ed è proprio questo rifiuto di ogni fondamento che espone il pensiero degli autori di cui subito diremo, a pericolose derive disumanizzanti, capaci di porre in discussione i principi elementari del rispetto e dell’amore verso l’altro. L’assoluto di questi signori altro non è che il relativo; questa è la loro opzione, la loro scommessa.
H.T. Engelhardt, che pur si dichiara credente, si richiama a due principi, il principio di autonomia e il principio di beneficenza.
Il principio di autonomia esprime l’idea che solo il consenso di coloro che sono coinvolti può essere fonte di valori morali, frutto di un contratto, di una negoziazione.
Tale asserzione può essere altresì espressa : “Non fare agli altri ciò che essi non vorrebbero fosse fatto loro e fai loro ciò che ti sei impegnato contrattualmente a fare”. Si tratta, come evidente, di una raccomandazione di non ingerenza, tipica di coloro che Engelhardt chiama, “stranieri morali.” Tale principio che vorrebbe limitare la dimensione individualistica dallo sconfinare nel campo altrui è detto anche, del permesso.
Come dire: soltanto chi partecipa attivamente alla discussione attorno ai valori e ai diritti, ha titolo di essere tutelato, ma chi -per varie ragioni- in tale discussione non è in grado di entrarvi può, se gli va bene, essere tutelato per gentile concessione del più forte. Ma di questo vedremo in concreto. Di fatto chi non può far sentire la propria voce, non esiste, se non nel pensiero e nella cura di qualcuno che si assuma il compito di “farlo esistere”, di dire: «ci sei , per me tu sei importante!».
A questo principio si associa il principio di beneficenza che è dato dal rispetto degli accordi stipulati.
Il principio di beneficenza può essere formulato semplicemente così: fai agli altri il loro bene.
Ma attenzione, tale definizione non tiene conto di un aspetto: il bene da farsi, è ciò che ritiene tale il soggetto beneficiario del presunto bene! Insomma ad alcuno può essere imposto un bene che egli non voglia. Pertanto il bene personale è stabilito dal soggetto; non esiste quindi un bene vero, condivisibile da tutti. Così, utilizzando un paradosso, se mio desiderio è drogarmi, se questa azione non procura danno ad alcuno, io non solo posso farlo, ma è altresì moralmente neutra l’azione di chi mi procura la dose.

Il concetto di persona secondo H. T. Engelhardt.

Se la morale si fonda sul consenso dei partecipanti “al dibattito”, essa appare subito qualche cosa di relativo e provvisorio, frutto del prevalere degli interessi dei più forti. Pertanto -direbbe Engelhard- non tutti gli esseri umani sono persone e quindi il loro destino è lasciato al buon cuore dei soggetti liberi e consapevoli.
Per Enghelhardt, perché ci sia la persona umana ci deve essere vita mentale di livello superiore, mentre non basta che ci sia una qualunque vita mentale:«non è plausibile sostenere che i feti siano persone in senso stretto. In effetti, non ci sono prove nemmeno per sostenere che persino gli infanti siano persone in tal senso. Qualunque tipo di vita mentale possa esistere per i feti e gli infanti, essa è comunque minima, cosicché lo status morale dei mammiferi adulti, ceteris paribus, sarebbe superiore a quello dei feti o degli infanti umani”.
In tal caso, un bambino appena nato, non ha alcun valore proprio; il valore gli è conferito dalla madre; il feto, il bambino è “una cosa vivente”, di cui disporre a piacimento.
Ascoltiamo ancora il “nostro” Autore: “così il feto di una donna che vuole un bambino assume un notevole significato(…). Il feto può esser visto come una forma speciale di proprietà molto preziosa (…). Può accadere anche l’opposto. A causa delle circostanze del concepimento, delle provabili circostanze della nascita , o del fatto che il feto è handicappato o deforme, può essergli attribuito un valore negativo. Il feto può essere visto come qualcosa di minaccioso, di dannoso, può essere valutato negativamente oppure odiato”.
In questo caso il principio di autonomia annienta ogni altro valore, così come la vita biologica non conta nulla di fronte alla volontà della persona autonoma, che diviene fonte assoluta di valore.
Se dunque dovessimo considerare quanto detto sopra, il feto, il bambino, l’handicappato, non sono in grado di dire sì o no, di opporsi a ciò che il soggetto reputa buono, perché di fatto non esistono come persone e pertanto possono essere trattati come cose. Eppure, molto spesso, la presenza in una famiglia di un soggetto debole ha la capacità di attivare tesori di energie e di grazie, rivelando, ai sani, regioni del proprio essere altrimenti sconosciute.
E’ sin troppo evidente la dimensione eugenetica presente nelle idee del nostro autore ed è questa la radice culturale che soggiace al dibattito sull’embrione, sul diritto alla vita, sull’aborto, venendo meno la forza del diritto naturale, che fonda la dignità della vita umana in ogni istante del suo sviluppo. E così si apre la strada ad ogni forma di arbitrio.
L’uomo, secondo un’idea pervasa di titanismo, domina la natura secondo fini e valori che egli inventa, conferendo senso e ordine alla realtà secondo una logica utilitaristica, predatoria, in una parola, violenta. Sentiamo ancora Engelhardt: “Se nella natura umana non c’è nulla di sacro(…) non sussisterà più nessuna ragione per cui, con le dovute cautele, non la si possa trasformare radicalmente”. Sarebbe interessante conoscere quali siano queste cautele di cui parla l’autore, gli orrori realizzati in campo biogenetico, sono sotto gli occhi di tutti.
Insomma -secondo questo modo di intendere- nel grembo materno non c’è una persona umana che stia realizzando gradualmente tutto il proprio potenziale intrinseco.
Eppure, la scienza documenta in modo inequivocabile come già nel grembo materno il bimbo interagisca con la madre, provi piacere, dolore, sogni; come una volta nato, la musica ascoltata attraverso il corpo della madre, venga da lui riconosciuta e addirittura lo rilassi.
Sulla vita prenatale si veda, ad un primo livello, l’agile volumetto di Carlo Billieni, “Se questo non è un uomo”.

Il concetto di persona secondo Peter Singer.

Singer, rafforza ulteriormente la prospettiva illustrata sopra, giungendo a delle considerazioni impressionanti.
Anche Singer propone una visione della vita umana fortemente improntata su criteri individualistici.
Partendo da tale prospettiva l’autore australiano non fa differenza sostanziale fra uomini e animali; l’unica differenza è rappresentata dal grado di autocoscienza e razionalità. Ma tale differenza non è -come si potrebbe pensare- lo spartiacque fra uomo e animale, quanto fra persone umane e animali dotati di coscienza e razionalità, tra pre-persone quali bambini, neonati, cerebrolesi, e non umani superiori.
Gli animali superiori, “le persone non umane,”sarebbero lo scimpanzé, il delfino, la balena, e il maiale. E così Singer può affermare che: “Alcuni esseri appartenenti a specie diverse dalla nostra sono persone: alcuni non lo sono (…) abbiamo ragioni molto forti per dare più valore alla vita delle persone cha a quella delle non persone. E così sembra che sia più grave uccidere, per così dire, uno scimpanzé, piuttosto che un essere umano gravemente menomato che non è persona”.
Il valore della persona, come più volte affermato, dipende da qualità possedute o meno; le conseguenze ci paiono ovvie.
Partendo da tali valutazioni per Singer l’aborto è lecito anche in uno stadio avanzato della gravidanza: “In realtà anche un aborto a gravidanza avanzata, per le ragioni più banali è difficile da condannare in una società che massacra forme di vita di gran lunga più sviluppate per il sapore della loro carne”. Insomma è assai più grave uccidere un maiale che abortire un bambino al nono mese.
Perciò, con perfetta consequenzialità, Singer ammette l’infanticidio: “Ci sono meno ragioni contro l’uccisione sia dei bambini che dei feti di quante ce ne siano contro l’uccisione di coloro che sono capaci di considerare se stessi come entità distinte nel tempo.(...)l’infanticidio è stato praticato in società che vanno geograficamente da Thaiti alla Groenlandia... In alcune di queste società l’infanticidio non solo era permesso ma, in certe circostanze considerato addirittura obbligatorio. (...)Potremmo noi pensare di essere più civili dei migliori moralisti greci o romani?”.
Personalmente penso di poter rispondere di sì: oggi, di fronte ad una creatura indifesa e malata, non fuggiamo gettandola da una rupe, ma diventiamo per essa strumento di cura e di amore -questo perlomeno fino a quando la mentalità egoistica e insensibile proposta da Singer non si sarà diffusa-. A parte il fatto che mi sconcerta l’idea che i filosofi e gli intellettuali in forza della ragione posseggano la chiave interpretativa del bene e del male; molto spesso infatti sono le persone semplici, prive di pregiudizi, quelle che vivono secondo il dettato del buon senso e della legge naturale a capire cos’è il meglio per l’uomo.
Ma per Singer non è così. Nella sua prospettiva sono gli interessi in gioco a determinare il valore che i giocatori attribuiscono alle cose e quei “ valori” sono decisi da chi dispone di più forza, di più risorse, più “intelligenza”, più conoscenze. Per cui secondo tale logica è possibile immaginare una gerarchia di valore fra le persone umane in base al principio della forza di imporsi.
L’assenza di un fondamento di valore -se non quello di tipo utilitaristico- disegna un mondo che si trasforma in una lotta di tutti contro tutti.
Dunque a parer nostro Singer -per affermare che il valore della vita umana varia a secondo delle situazioni- sente la necessità di “riscrivere” i comandamenti: ciascuno deve assumersi la responsabilità delle conseguenze delle sue decisioni; è dovuto rispetto nei confronti del desiderio di coloro che vogliono vivere o morire; si devono mettere al mondo dei bambini solo se li si desidera; non si possono operare discriminazioni in base alla specie.
Questi nuovi comandamenti, negano il valore della sacralità della vita e quindi della sua indisponibilità, aprono perciò la via al suicidio, all’eutanasia, all’aborto, alla selezione eugenetica, purché il soggetto si assuma la responsabilità di decidere, per se stesso o per un altro qualora quest’ultimo non fosse in grado di esprimersi. E’ interessante notare inoltre come Singer voglia parificare la specie umana alle altre specie animali, con ciò privando l’uomo di ogni dignità ontologica e metafisica, per abbassarlo al rango della materia.
Non poteva che essere così da parte di un pensatore per il quale Dio non esiste.
Ed è curioso e consequenziale come in Spagna di questi tempi sia emersa l’idea di tutelare i gorilla e la loro dignità alla stregua di persone umane.

L’ideologia della qualità della vita

Tutte le considerazioni sin qui svolte affondano le proprie radici nell’ideologia della qualità della vita. Su tale assoluto gran parte degli studiosi di bioetica non credenti fondano le proprie argomentazioni. Qualità che come in gran parte abbiamo visto riposa su tre assunti: una vita appare degna di essere vissuta se in essa prevale il piacer rispetto al dolore; una vita appare degna di essere vissuta se il singolo può soddisfare i propri interessi; una vita è degna di essere vissuta se dotata di alcune capacità funzionali essenziali per lo sviluppo della persona.
Ma quali sarebbero -secondo questa ideologia- quelle capacità che renderebbero la vita degna di essere vissuta? Il non morire prematuramente, la buona salute, l’essere adeguatamente nutriti, il possedere un’abitazione adeguata, il muoversi liberamente, la possibilità di godere del piacere sessuale, l’uso dei cinque sensi, l’immaginare, il pensare, il ragionare, l’essere in grado di esprimere i propri desideri creativi. Mi pare evidente in tutto ciò una pericolosa prospettiva utopica. Quanti di noi infatti potrebbero -secondo quanto esposto sopra- ritenere di vivere una vita degna? L’evidenziare gli elementi che rendono una vita degna di essere vissuta, non predispone forse i soggetti ad uno stato di frustrazione perenne, alla ricerca smodata di ciò che manca, al rifiuto del debole, dell’imperfetto, del provvisorio e in definitiva, al rifiuto della vita stessa? E tutto ciò in un contesto globale che privilegia il successo, il piacere, il presente, a scapito del senso globale dell’esistenza.
La dottrina della qualità della vita mi pare come la sovrastruttura elaborata dall’ideologia dominante, attenta a giustificare i forti a scapito dei deboli, nonché -ancora una volta- la lotta perenne di tutti contro tutti. Essa non trae origine dall’amore e dalla compassione, intesa come un patire insieme, ma si maschera di pietà per scaricare la coscienza dei singoli rispetto alla responsabilità che ci accomuna in quanto esseri umani.
 
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