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Il Festival delle banane
Di Giuliano Guzzo - 07/06/2010 - Attualità - 957 visite - 0 commenti

Bisogna ammettere che quest’anno al Festival dell’Economia di Trento hanno fatto sul serio: hanno pensato anche a temi decisivi e appassionanti come gli effetti macroeconomici della disattenzione, l’avvento del fascismo nella grammatica del racconto giornalistico, il legame tra soap opera e cambiamenti sociali e il futuro del call center. Roba forte, insomma. Non per nulla era previsto l’intervento, tra gli altri, di pensatori di tutto rispetto: Guglielmo Epifani, Lucia Annunziata, Nichi Vendola, Luca Sofri, Milena Gabanelli e una nutrita pattuglia di giornalisti di “Repubblica”. La riprova della faziosità della manifestazione la si è avuta già col suo scoppiettante esordio, tutto incentrato sul problema delle intercettazioni, questione che notoriamente atterrisce milioni di italiani, soprattutto quelli - e sono moltissimi - che sono stati rovinati sui giornali senza ragione e quelli che faticano a sbarcare il lunario. Per non parlare del secondo giorno, animato da interventi di economisti che non hanno trovato niente di meglio che attaccare Tremonti.

Che dire poi dei Nobel per l’economia, da cinque anni la vera attrattiva del Festival. Peccato che l’economia, col Nobel, c’entri assai poco: Alfred Bernhard Nobel (1833-1896), oltre a quello per la pace, aveva predisposto post mortem anche i riconoscimenti per scienziati e personalità di altri quattro campi: Fisica, Chimica, Fisiologia e Medicina, Letteratura; fu solo nel 1969 che, su singolare iniziativa della Banca di Svezia, venne istituito il Nobel “per le scienze economiche” tirando a sproposito in ballo il nome del defunto Alfred, che mai aveva pensato di patrocinare un simile premio. E non si deve essere trattato di una dimenticanza, anzi, quasi sicuramente non lo è stata. Anche Nobel infatti, come il giornalista francese Jean-Paul Kaufmann, probabilmente aveva capito che l'economia dipende dagli osannati economisti quanto il tempo dipende dai meteorologi.

Persino gli stessi organizzatori del Festival dell’Economia, in fondo, devono aver poca fiducia negli economisti; non per nulla preferiscono, accanto agli strapagati Nobel (per l’edizione 2009, spese di viaggio escluse, costoro furono pagati 10.000 euro ciascuno per la loro relazione!), invitare ospiti specializzati in altre discipline ma perfettamente in grado di rendere speciali i loro interventi. Pensiamo alla prima edizione – nella quale i relatori più importanti furono il politologo Ralf Dahrendorf e il sociologo Zygmunt Bauman – e a quella del 2010 – che ha visto, su tutte, svettare la splendida testimonianza di Roberto Saviano, tutta incentrata sul bisogno di una denuncia sociale della criminalità organizzata.

Tolti momenti come questi, è difficile credere che il Festival dell’Economia costituisca, per i trentini, reale motivo di soddisfazione: costa tantissimo e porta ben poca ricchezza. Sull’Adige di oggi un articolo ricorda come i negozi della città non abbiano avuto alcun beneficio dal Festival:”Pochi affari e costi elevati […] pochi, pochissimi clienti. Anzi, beffa delle beffe, quei pochi clienti che nella prima vera domenica di sole estivo hanno scelto la città, anziché laghi o montagne, erano trentini. Gli economisti dentro i negozi non si sono visti, o quasi” (L’Adige, 7/6/2010, p.15). Fantastico: la Provincia finanzia con quasi un milione di euro il Festival e i suoi ospiti e questi, per ringraziare, evitano di farsi vedere in giro per la città. Ma in parte vanno capiti: da quando, nell’edizione 2008 del Festival, si sono scervellati per giorni sul tema “Mercato e Democrazia” senza nemmeno ipotizzare l’avvento di una crisi come quella esplosa poche settimane dopo proprio  nel cuore della più grande democrazia, quella americana, molti economisti fanno meglio a nascondersi.

Una crisi, quella in corso, che però, nemmeno col recente tracollo greco, sembra impensierire chi organizza il Festival, che ha pensato bene, per quest’anno, di aumentare il personale dello staff impiegato nella manifestazione. Non è uno scherzo: scorrendo le pagine della guida alla quarta edizione del Festival, dal titolo “Identità e crisi globale”, è possibile leggere i nomi dei sedici componenti - eccettuato il responsabile - della segreteria del Festival. Ebbene, nell’edizione di quest’anno, quella stessa segreteria risulta composta da venti unità di personale: un aumento del 25%. Stesso discorso per l’Ufficio stampa: nell’edizione del 2009 risultava composto da cinque persone, quest’anno – riferisce la guida – da 13: quasi triplicato, alla faccia della crisi!

Ma il vero limite di questo Festival, a ben vedere, non sono nemmeno i costi e gli sprechi, bensì i temi trattati: si è parlato letteralmente di tutto, dai cambiamenti climatici al futuro del call center, dimenticando di dare spazio ad un tema fondamentale come la correlazione tra denatalità e crisi economica: un paese che non fa figli è destinato dapprima alla crisi e poi alla recessione, e non c’è riforma che tenga. Il problema è serissimo: in un suo recente intervento, il nuovo Presidente dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi, ha ricordato che le “non nascite” provocano una forma di congelamento del numero della popolazione e conseguentemente un aumento dei costi fissi destinato a paralizzare una struttura economica con effetti devastanti. La serietà della questione è tale che persino nella redazione dell’Unità, dove da decenni tifano per l’aborto, hanno sentito il bisogno di intervistare lo studioso britannico Fred Pearce che, a proposito dell’Italia, ha dichiarato:”Il vostro è un paese dominato dagli anziani. Se i tassi di natalità non aumentano, perderete l’86% della popolazione” (L’Unità, 15/4/2010). E’ un grido d’allarme. Che però - negli oltre ottanta appuntamenti, tra conferenze e dibattiti, organizzati al Festival dell’Economia - stranamente non è arrivato.

 
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