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Chiesa matrigna
Di Marco Luscia - 30/05/2010 - Attualità - 956 visite - 0 commenti

Il compianto vescovo Helder Camara ebbe un giorno a dire una frase che se presa alla lettera esercita un potere di disintegrazione della comunità ecclesiale non indifferente, perciò voglio riportarla. Camara disse: “ Ieri mi hanno chiesto quale sarebbe la prima cosa che farei se fossi papa. Ho iniziato ricordando loro che non è per niente facile essere papa (...).

 

 In linea con Paolo VI che ha donato la sua tiara per non essere e non voler essere mai più un re di questo mondo, per una questione di coscienza, vorrei dire ai paesi che hanno accreditato ambasciatori presso la Santa Sede che, malgrado il papa ci tenga a mantenere relazioni personali buone con tutti i popoli, oramai non hanno ragion d’essere né gli ambasciatori in Vaticano, né i nunzi presso i governi.(…) Comunicherei la decisione di trasformare il Vaticano in semplici musei e biblioteca. (…) Affinché la chiesa sia serva come Cristo, affinché non offra al mondo l’immagine di una chiesa forte e potente che si fa servire, mi sembra fondamentale questo inizio, da fare subito, il primo giorno.”

Queste parole frutto di un sogno, mi hanno ricordato un testo di Pasolini non dissimile, solo che Pasolini era un poeta non un vescovo. Pasolini con ben altra profondità osservava. “ E poi, infine, è proprio detto che la Chiesa debba coincidere con il Vaticano? Se, facendo una donazione della grande scenografia ( folcloristica) dell’attuale sede vaticana allo Stato italiano e regalando il ciarpame di stole e gabbane, di flabelli e sedie gestatorie agli operai di Cinecittà – il Papa andasse a sistemarsi in clergyman, coi suoi collaboratori, in qualche scantinato di Tormarancio o al Tuscolano, non lontano dalle catacombe di San Damiano o Santa Priscilla- la Chiesa forse cesserebbe di essere Chiesa?”

Noto subito che Pasolini si rivolse in più occasioni alla Chiesa, con amore e nostalgia, pur usando spesso toni duri e appassionati vedendo in essa l’ultimo baluardo capace di frenare l’avanza materialistica che stava cancellando la civiltà umanistica e la civiltà contadina. Questo rispetto paradossale lo si evince anche dal fatto che a differenza di Camara Pasolini utilizza il corsivo maiuscolo quando scrive Papa e quando scrive Chiesa, cosa che Camara non fa.

 Forse si tratta di un dettaglio insignificante davanti alla vita santa che Helder Camara ha condotto al fianco degli ultimi. Non nego però, che se il discorso di Pisolini poeta mi ha stimolato, quello di Camara mi ha provocato disagio. Camara infatti sembra suggerire l’irrilevanza della Chiesa istituzione. Ma è verosimile e possibile la Chiesa prefigurata da don Helder? Il discorso del vescovo esprime una porzione di verità, più mistica che altro; è una sorta di visione profetica che va letta tenendo conto di questa chiave interpretativa è un appello a nuovi cieli e nuova terra, che dovrebbe impegnare il singolo credente ad una maggiore coerenza. Quello che però questo discorso rischia di generare è di essere frainteso soprattutto dai giovani e da tutti coloro che vorrebbero fare del vangelo della povertà una sorta di manifesto politico totale. Insomma, il discorso estrapolato dal sogno del vescovo latinoamericano, separato dalla voce di chi lo ha pronunciato, rischia di alimentare utopie anarchiche, dentro e fuori la chiesa.

La storia ci insegna come la libera interpretazione della scrittura sotto la diretta guida dello Spirito Santo abbia prodotto effetti spesso funesti. La storia ci insegna che l’eccessiva attenzione dedicata al mondo, alla giustizia, alla pace, all’equità economica, quando si svincoli dalla radice unica di Dio, si converte in contrasto e violenza per la fratta di realizzare il più presto possibile un mondo giusto. E’ a questo livello che dobbiamo riflettere. Prenderò in considerazione due elementi di riflessione per meglio illuminare la questione. Il primo riguarda il peso da accordare all’azione nel mondo rispetto al momento contemplativo e della preghiera, per vedere se questi momenti debbano essere coordinati e se a uno di lori spetti un primato. Pensiamo al monachesimo che tanta parte ha avuto nella formazione della cultura occidentale uscita dal disfacimento dell’Impero romano, e facciamo tesoro di un discorso tenuto da Benedetto XVI il 12 settembre 2008 al collegè des Bernardins a Parigi.

In questo discorso il Papa, tra le altre cose, notò come i monaci furono coloro che si posero al servizio del mondo partendo non dal mondo stesso bensì da ciò che è primario, cioè Dio. I monaci servirono efficacemente ed esemplarmente “il mondo”, proprio perché primariamente non guardarono alle loro forze e alla loro capacità progettuale, ma piuttosto servirono il Signore, ponendosi in ascolto della sua Parola. Il mondo, infatti, nella sua provvisorietà e contraddittorietà non può fornire la piattaforma sulla quale edificare una società più giusta; solo il definitivo, il divino, fornisce una base che non delude; è la pietra d’inciampo, il fondamento. Le parole di Gesù non mentono quando nel vangelo di Giovanni leggiamo: “ Senza di me non potete far nulla”, cioè come osserva un commentatore contemporaneo: “Da soli potete fare solo il nulla”. Il metodo praticato e vissuto da tanti “santi sociali”, fu proprio quello di rivolgere primariamente lo sguardo a Dio e in lui confidare, sempre.

Don Bosco, il Cottolengo, Don Gnocchi, Moscati, Teresa di Calcutta, Camillo del Lellis e moltissimi altri, non furono soltanto dei contemplativi, dei visionari esaltati d’amore, furono anche degli straordinari pragmatici. Essi non contrapposero, la loro esperienza di chiesa vissuta nello spirito totale di carità alla chiesa istituzione, giudicata alla stregua di una zavorra ingombrante piena di ambiziosi. Essi amarono infinitamente le diverse funzioni e i diversi carismi presenti nella chiesa e seppero pregare per migliorare e sanare l’imperfezione umana, senza la pretesa di giudicarla. I santi lessero la parola di Dio non richiamandosi “ allo spirito che soffia dove vuole” per legittimare la propria volontà di insubordinazione. Essi ben sapevano, che la parola così svincolata dalla comunità credente della Chiesa, rischia di diventare parola umana e umano progetto che prima o poi annuncia di poter fare a meno persino di Dio stesso. Infatti, come osserva il Papa : “ La parola di Dio non conduce ad una via solo individuale di immersione mistica, ma introduce nelle comunione con quanti camminano nella fede”. La parola di Dio non va pertanto letta in modo fondamentalistico e perciò solitario. Essa non è soltanto il frutto di una presunta ed unica “esegesi scientifica” o di un’ispirazione mistica. Se così fosse, continua Ratzinger: “Se l’esegesi si limitasse a far emergere il solo lato storico delle scritture, consegnerebbe per sempre i testi alla storia: i fatti passano e vengono inghiottiti dal tempo e dal nulla”.

Quando la Parola, pretende di vivere fuori dalla comunità ecclesiale e dalla tradizione o muore d’irrealismo e disperazione “ perché il mondo nuovo tarda a venire” o fugge per le vie dell’esperienza solitaria e spesso rancorosa verso ogni istituzione. E questa è precisamente la via di chi vi vorrebbe fare della chiesa un organismo democratico, il che equivarrebbe ad introdurre in essa lo spirito della divisione senza fine. Forse, riferendoci a questo riguardo può essere utile ricordare uno scritto di S. Clemente Romano, vescovo di Roma nel primo secolo, mi riferisco alla Lettera ai Corinti. In questa lettera Clemente interviene perché nella città di Corinto i presbiteri della comunità erano stati deposti. Osserva Papa BenedettoXVI : «Potremmo quindi dire che questa lettera costituisce un primo esercizio del primato romano dopo la morte di S. Pietro (…) In particolare, il Vescovo di Roma ricorda che il Signore stesso “ha stabilito dove e da chi vuole i servizi liturgici siano compiuti, affinché ogni cosa, fatta santamente (…) e con il suo beneplacito riesca ben accetta alla sua volontà (…) Al sommo sacerdote sono state affidate funzioni liturgiche a lui proprie, ai sacerdoti i posto loro proprio, ai leviti spettano dei servizi propri.

 L’uomo laico è legato agli ordinamenti laici”.» Per inciso è questo il testo in cui per la prima volta nella letteratura cristiana compare il termine, laico. In tale prospettiva la Chiesa è un luogo donato da Dio e non semplice creatura del fare dell’uomo, essa è radunata dallo Spirito. Pertanto come osserva il Papa: “ L’agire di Dio che viene incontro a noi nella liturgia precede le nostre decisioni e le nostre idee.” La Chiesa appare così come un luogo in cui tutte le parti si coordinano ciascuna secondo il proprio specifico carisma, e dentro la molteplicità dei carismi troviamo il ruolo e la forza dell’istituzione e della gerarchia. A questo livello si colloca il secondo aspetto che volevo evidenziare cioè il ruolo che l’istituzione chiesa svolge per rendere il mondo migliore. Ad uno sguardo distratto e romantico parlare di dicasteri vaticani, di curia, di sacra rota, di nunziature, di uffici, di convegni, di risorse economiche ecc(…) può apparire quasi blasfemo. Cosa ha in comune tutto questo con lo spirito del vangelo? Quello per cui “i gigli dei campi non tessono il loro splendido abito, e gli uccelli del cielo non accumulano, eppure il padre li nutre…?”

Apparentemente la chiesa istituzione e le parole di Gesù su questo punto sembrano divergere totalmente. Quanta maggiore aderenza al vangelo sembra infatti emergere dalle parole di don Camara. Ma se cerchiamo a fondo, le cose non stanno così. Basterebbe dare lo sguardo ad un libro di recente pubblicazione, Il primo rapporto sulla dottrina sociale della chiesa nel mondo. In questo utilissimo libretto edito da Cantagalli sono elencati i pronunciamenti magisteriali, gli incontri, i documenti, il ruolo svolto da molteplici organismi vaticani rispetto a molteplici problematiche di ordine sociale, politico ed economico. Dal libro emerge come l’istituzione chiesa agisca in modo straordinario in tutti gli organismi internazionali, e presso tutte le nazioni per mezzo delle nunziature, allo scopo di umanizzare la vita di miliardi di uomini. Osserva il rapporto a pag.21: “ Per questo è molto importante l’azione della Santa Sede, oltre che, naturalmente, l’insegnamento del Papa. Anche a questo riguardo, però, si notano talvolta due velocità. I fenomeni si fanno sempre più mondiali, gli appuntamenti in cui vengono prese delle decisioni sono sempre più internazionali ed è quindi inevitabile che gli organismi della Santa Sede – dalla Pontificia accademia delle Scienze Sociali, per quanto riguarda la riflessione, all’attività diplomatica della Segreteria di Stato tramite i propri Osservatori negli organismi internazionali e i Nunzi apostolici, all’attività del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace che è al servizio del Papa negli ambiti della dottrina sociale della chiesa- abbiano un ruolo di primo piano.” Chi sono gli uomini che si occupano di tutto questo se non in gran parte porporati e sacerdoti in genere attivi in curia? Come vogliamo chiamarli? Burocrati? In verità, tutto questo lavoro risulta indispensabile per difendere l’uomo ovunque esso sia.

 Chiediamoci, pur nella vastità della tragedia, quale sarebbe stata la sorte degli Ebrei senza il contributo determinante delle nunziature e senza il ruolo giocato dalla diplomazia vaticana, allo scopo di salvarne una parte dallo sterminio. I gigli dei campi e la fiducia nella provvidenza non svincolano l’uomo dalla necessità di vivere nel tempo e di operare con tutti i mezzi che il mondo offre per rendere la vita di tutti migliore. Se non ci fosse la dottrina della chiesa e il suo magistero, gli uomini probabilmente sarebbero più cinici; l’opera caritatevole, infatti, non può dimenticare la prevenzione, che si costruisce solo con l’intelletto guidato dalla morale e dalla carità. La carità e la condivisione non esauriscono il ruolo della chiesa; da sole infatti, senza la dimensione docente, esse non fanno che registrare l’esistente semplicemente curando le ferite. L’appello alla povertà evangelica, l’esortazione che la chiesa si governa con l’Ave Maria, esprime un nucleo di verità che se preso da solo risulta semplicemente demagogia spicciola. Credo a questo punto di poter dire come carisma e istituzione siano entrambi necessari e come essi vivano e diano copiosi frutti, quando si coordinano e si comprendono vicendevolmente senza voler ciascuno prevalere sull’altro. Alla luce di questo possiamo interpretare le parole di Camara senza fare di esse un manifesto politico che vuol contrapporre la chiesa dei santi a quella dei dannati.

 
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