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I pacs: alla fine saremo soli, senza un cane?
Di Francesco Agnoli - 08/02/2007 - Bioetica - 954 visite - 0 commenti
Alla nostra società i pacs sono necessari: contratti brevi, poco impegnativi, senza responsabilità e senza doveri. Meno dei co.co.co., perché la nostra repubblica è "fondata sul lavoro". I tre mesi zapateriani al termine dei quali il pacs può essere sciolto, sono, forse, già troppi: non è bene compromettersi con un membro della nostra specie, un homo sapiens evoluto, ma pur sempre di origine scimmiesca. Nell'epoca dell'umanesimo integrale, infatti, gli uomini fanno fatica a stare insieme, a farsi compagnia, per periodi troppo lunghi: litigi, responsabilità, condivisione, sono pesi insopportabili per le identità leggere, volubili, create e ricreate, plasmate e riplasmate, "atomi nello spazio e attimi nel tempo", dalle mode, dai capricci, dalla velocità di internet, dei telefonini e delle nuove flessibilità lavorative…. Me ne rendo conto nel vedere l'atteggiamento di molti nei confronti degli animali: non parlo dell'amore per le creature di Francesco d'Assisi; nemmeno di quella capacità di vedere, in ogni fibra del creato, un riflesso della grandezza di Dio. S. Francesco, infatti, discorreva con frate lupo e gli uccelli, ma sapeva anche abbracciare i lebbrosi. Oggi, gli animalisti, direbbero: che schifo, i lebbrosi, molto meglio un cane. Per animalisti intendo quei personaggi che si moltiplicano ogni giorno, e che al solo vedere un cagnolino emettono guaiti di gioia, rumoreggiano come una mamma davanti al suo piccino; e poi saltellano e esprimono a tutti il loro entusiasmo. Sono quelli che dicono: "Che differenza c'è tra un uomo e un animale? Gli animali sono molto meglio di tanti uomini, gli manca solo la parola!" Dietro queste belle frasi, che fanno sentire tanto buoni coloro che le pronunciano, c'è la vera omofobia di oggi: paura del simile, degli altri, fastidio per i nostri fratelli "ominidi". Un fastidio che viene sempre più risolto in modo brusco, con l'aborto, il divorzio, i pacs, e un domani con il rapporto simultaneo multiplo auspicato da Attalì… Sono qui, sono là…sono con te, ma anche con quell'altra…. leggero come il vento… Stare con un cane, invece, non è difficile: non parla, non ci contraddice, non litiga, non sceglie, ci dà il suo affetto senza richiedere un gran che, o meglio volendo sempre le stesse cose. Una routine che non disturba i nostri programmi, che non ci impedisce di essere sempre noi a decidere, a guidare la carrozza. Una moglie, un marito, un amico, al contrario, sono un po' più complessi. Anche i miei alunni sono più impegnativi del canarino, che canta sempre alle stesse ore, o del pesce rosso, proverbialmente incapace di disturbare. Però non mi sognerei mai di pensare che un animale da compagnia, ben addomesticato, che fa i bisognini al posto e all'ora giusti, sia "meglio" di mia moglie o dei miei ragazzi. In quel "meglio", in quel paragone tra uomo e animale, mi pare di scorgere il segno della solitudine, dell'incomunicabilità, della liquidità del mondo contemporaneo. Sempre più persone vivono in una sorta di dramma pirandelliano: nessuno mi capisce, non sopporto il mio prossimo, rapportarsi con gli altri è impossibile, la loro fragilità e i loro limiti mi urtano, e dunque "meglio" gli animali. L'esito di questo modo di guardare a colui che ci sta accanto, il "prossimo" di cui parla il Vangelo, è presto detto: oggi il wwf è assai più stimato, presso la gente perbene, dei Cav, i centri di aiuto alla vita che salvano i cuccioli d'uomo, e che destano tanto odio e risentimento. Il panda è specie protetta, l'uomo no. Il cane può cagare dovunque; ai bambini è vietato di giocare a calcio al di fuori di precisi spazi, e si insozzano i condomini di cartelli in cui è intimato di non fare questo e quell'altro. Sembra che i negozianti stiano approntando insegne in cui, al posto del cane che rimane fuori, è disegnato un bimbo con la museruola. Nelle strade, i giovani che manifestano contro le pellicce, magari aggredendo, con le scarpe di cuoio ai piedi, chi le indossa, sono ragazzi sensibili e profondi, come quelli che divengono vegetariani, per paura di uccidere qualche antenato reincarnatosi. Quelli che pregano di fronte agli ospedali dove si abortisce, sono residui del passato, e pericolosi fanatici. Per questo i pacs sono necessari: non sappiamo più stare con gli altri. Un giorno gli animali si ribelleranno: chi ha detto che dobbiamo stare sempre con lo stesso padrone? Vogliamo scegliere noi, contratti più brevi, cambiare un po'… Così, ucciso il figlio e lasciata la moglie, emancipatisi i cani, ci troveremo a fare la corte a quest'ultimi, implorando che ci facciano un po' di compagnia…
 
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