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Tre domande a Gianfranco Fini
Di Giuliano Guzzo - 24/02/2010 - Attualitą - 998 visite - 0 commenti

Nel giro di appena tre giorni, quella di oggi pomeriggio sull’immigrazione è la terza scintilla tra Berlusconi e Fini. La prima è stata lunedì, quando il Presidente della Camera ha voluto dire la sua sull’uscita, effettivamente dura, del Premier, che - verosimilmente irritato per l’inquisizione mediatica cui è sottoposto il Sottosegretario Bertolaso - aveva invitato alcuni magistrati a vergognarsi. Non contento, dopo aver chiarito che “il Presidente della Camera ha tutto il diritto di intervenire nelle questioni politiche”, Fini ieri ha criticato l’intera compagine politica di un centro destra che, secondo lui, “dovrebbe essere più impegnato a progettare il futuro invece di perdersi dietro a cose di nessuna importanza”.

Un’accusa netta e senza appello, che ci saremmo aspettati di sentire da Bersani o Franceschini e non certo da un fondatore del Popolo della Libertà. Dulcis in fundo, oggi, a proposito di politiche sull’immigrazione, Fini ha voluto ricordare - come se ce fosse ancora bisogno - che la sua posizione “non coincide al 100% con quella del Presidente del Consiglio”. Ora, in attesa che l’ex pupillo di Almirante sferri nuove, vibranti critiche al Premier, ci piacerebbe, almeno idealmente, formulargli qualche domanda.

La prima: se il Presidente della Camera è libero di intervenire quotidianamente sulle questioni di governo, dalla bioetica all’immigrazione, dalla riforma della giustizia alla stessa linea di governo, in che cosa consiste la terzietà istituzionale della carica che ricopre? Nel ritmo col quale suona il campanello per richiamare i deputati all’ordine? Nel colore della cravatta, sempre a metà strada tra l’azzurro del Pdl e il verde del Pd?

Seconda domanda: se Gianfranco Fini, come sembra, non condivide larga parte della linea politica del Premier, perché, in coerenza con la propria visione delle cose, non si dimette e passa del tutto - e non più solo sotterraneamente - a fare opposizione insieme a Casini, Bersani e Di Pietro? Ha paura di mostrare al Paese che dei 415 parlamentari del Pdl appena una dozzina di kamikaze sarebbero disposti a seguirlo? Oppure è affezzionato – e non ci sarebbe poi nulla di male, se fosse così – alla poltrona che occupa e che gli permette, tutti i giorni, di pontificare dal piedistallo istituzionale?

Terza domanda: che fine ha fatto il Gianfranco Fini che, insieme ad Umberto Bossi, ha firmato una contestata legge sull’immigrazione e che, fino a tre anni fa, ringhiava deciso contro chiunque proponesse la cittadinanza per immigrati dopo appena tre o quattro anni di permanenza nel nostro Paese? E’ più che legittimo cambiare idea, ma è assai discutibile farlo senza cambiare partito o alleanza.

A scanso d’equivoci, preciso che il sottoscritto non è entusiasta dell’attuale Popolo della Libertà, un immenso contenitore politico ancora carente di contenuti e non di rado coinvolto in sbandamenti, guasti e manovre azzardate. Nemmeno la più cocente delusione, tuttavia, legittima un parlamentare, tanto meno un Presidente della Camera, a condurre una battaglia mediatica anziché partitica, per far valere le proprie ragioni. Chi sceglie i microfoni difficilmente lo fa per il bene del partito. Anzi, non lo fa assolutamente per il partito.

 
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