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Il bello della crisi
Di Giuliano Guzzo - 30/12/2009 - Attualitą - 1066 visite - 0 commenti
In uno dei suoi magnifici componimenti, Clemente Rebora ha scritto:”un'eletta dottrina/ un'immortale bellezza/ uscirà dalla nostra rovina”. Versi di rara intensità che potrebbero benissimo fungere da auspicio generale affinché si possa uscire, tutti insieme e presto, da questa cupa stagione di crisi dapprima sociale, poi politica e infine, da ormai oltre un anno, economica.
A questo proposito, anche se non saranno segnali di quell”immortale bellezza” di cui scriveva Rebora, si sono già registrate inversioni di tendenza per le quali, a ben vedere, dovremmo rendere grazie alla crisi economica. Gli esempi sono tantissimi.
Cominciamo dall'Inghilterra, dove, da diversi mesi a questa parte, è calato il consumo di alcool.
Proprio così: in una delle nazioni dove i giovani alzano il gomito con maggior frequenza, la musica sta cambiando.
La spiegazione del fenomeno è piuttosto semplice: nell'Isola di Sua Maestà, ogni settimana, chiudono i battenti 52 pub.
Massima solidarietà ai proprietari di questi locali, sia ben chiaro, ma possiamo star sicuri che moltissimi giovani, come le statistiche confermano, stanno rallentando il loro altrimenti quotidiano ricorso alle bevande alcoliche.
Anche per quanto riguarda la nostra Penisola, le notizie incoraggianti non mancano.
Per stare al solo piano economico, possiamo riprendere quanto il settimanale “Panorama” ricordava lo scorso ottobre in ordine a cali di prezzo strabilianti: i prezzi per l’abbigliamento hanno registrato una flessione del 25%, quelli delle auto del 10-15% e quelli dei telefonini addirittura del 30%.
Persino il negozio d’abbigliamento torinese che rifornisce di maglioni Sergio Marchionne pare si sia convertito ai saldi.
Anche i prezzi delle case, fino a poco fa fuori controllo, hanno subito un opportuno ridimensionamento: i più recenti dati raccolti dall’Agenzia del territorio dicono che a Roma il prezzo degli immobili è calato del 13,2%, a Milano del 12,8%, a Napoli del 18,9% e a Torino addirittura del 23%.
Lo stesso mondo delle imprese, senza dubbio quello che più ha accusato la crisi, non mai rallentato del tutto: solo tra il giungo ed il settembre 2008, per 60.000 imprese fallite, sul mercato se ne sono presentate 80.000 di nuove, facendo registrare un saldo positivo per 20.000 unità.
Crescite positive ed inaspettate si sono verificate - incredibile ma vero - anche nel mondo della cultura: i dati Istat ci dicono che tra la popolazione italiana sopra i sei anni, oggi, legge il 44% (nel 2007, detta percentuale era del 43,1%); un aumento che si fa ancor più evidente tra i giovani di età compresa fra i 6 ed i 14 anni, fino a superare il 2%.
Numeri, questi, che a molti diranno poco, ma che in realtà descrivono uno scenario del tutto eccezionale: era dagli anni ‘60 che gli italiani non dimostravano un così forte attaccamento alla cultura, documentato anche da altre ricerche che, ad esempio, ci dicono che nel primo semestre del 2009 è tornata a crescere la spesa degli italiani per il teatro, (più 13,94%) per il cinema (più 2,39%) e per i concerti di musica classica (più 3,23%). Insomma, anche questa maledetta crisi, nonostante tutto, ha portato conseguenze positive.
A molti ha persino ha salvato la vita: negli stati del Montana, Nuovo Messico, Colorado, Kansas, Nebraska e New Hampshire, obbligati dalla crisi a stringere la cinghia, si sono accorti, per la gioia dei condannati a morte, che anche le esecuzioni capitali hanno un costo che deve essere ridotto.
Tornando a noi, coi dati richiamati poc’anzi non si intende in alcun modo negare la portata della crisi economica e i danni da essa procurati al Paese; e il pensiero va soprattutto alle migliaia di famiglie che la recessione ha messo in ginocchio, per non parlare dei congiunti di quegli imprenditori che, rapiti dal panico, hanno scelto di farla finita.
La crisi c’è e c’è stata, nessuno osa dubitarne.
Purtroppo si tratta di un fenomeno storicamente ciclico (il primo vero crac finanziario del nostro Paese, dicono gli storici, risale al 1294) e, tanto più in un'economia di mercato, inevitabile.
Del resto, da Karl Polanyi a Herbert George Wells, sono numerosi i pensatori che, con anticipo straordinario, hanno denunciato i rischi di un mercato sovrano e impazzito, a scapito, com’è stato negli ultimi anni, di una società a misura d’uomo.
Come ha scritto Giulio Tremonti nel suo “La paura e la speranza”, la nostra è una società lacerata dai paradossi: abbiamo i cellulari ma non abbiamo più i bambini, puoi andare a Londra con 20 euro, ma per fare la spesa al supermercato ne servono almeno 40.
Vista così, la crisi presente può trasformarsi in una grande opportunità di ripensamento comune, in modo che la collettività si sappia dare nuovi obbiettivi senza per questo smarrire le proprie radici.
Anche qui, da Serge Latouche a Robert Thurman, si possono contare numerosi intellettuali convinti che questa sia sì una stagione di impoverimento finanziario, ma che potrebbe aprire interessanti prospettive per una società finalmente equilibrata.
Se fosse così, non tutto il male verrebbe per nuocere.
In questo senso, le parole a mio avviso più convincenti per una ripresa non solo economica della società, le ha scritte il gesuita Paul Valadier, secondo il quale “se non si risvegliano le virtualità del voler essere, del provare ambizione per sé stesso e per gli altri che sono insite in ciascuno, il nichilismo proseguirà la sua corsa come una sirena che sussurra a ognuno che è inutile volere, che la prima preoccupazione è cercare il proprio interesse e soprattutto che non bisogna ambire a mettere in atto i gesti necessari alla solidarietà umana, sotto il pretesto fallace di non nuocere agli altri”.
Nessuno stratagemma occulto, quindi, ma solo la riscoperta della bellezza di vivere e crescere insieme e la crisi, quella che ci contamina inconsapevolmente già da qualche decennio, sarà solo un brutto ricordo.
 
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