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Siamo un Paese lacerato e fermo. Ripartiamo da Betlemme
Di Giuliano Guzzo - 16/12/2009 - Attualitą - 919 visite - 0 commenti

Se Berlusconi non fosse mai stato ferito e se Massimo Tartaglia, domenica sera, fosse tornato a casa serenamente, sarebbe cambiato qualcosa? Sì e no. Di certo il Presidente del Consiglio, potendo scegliere, si sarebbe tenuto i suoi denti, e pure noi, in tutta franchezza, ci saremmo risparmiati le parole di Di Pietro e quelle, ancor più sconcertanti, di Travaglio, che non ha trovato niente di meglio che chiedersi:”Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?”. Meno veleno, quindi, avrebbe invaso il Paese se solo il 42 enne di Cesano Boscone avesse desistito da gesti inconsulti.

Al di là di questo, tuttavia, dobbiamo riconoscere che il nostro Paese è lacerato da contrapposizioni violente e preconcette già da diversi anni. L’omicidio di Marco Biagi, quello di Carlo Giuliani e la morte di Eluana Englaro sono solo tre dei tanti, tragici esempi che raccontano, a più livelli, la storia di un’Italia che fatica darsi pace, che vive di tregue temporanee e che, ben prima che lo evidenziasse la Lega Nord, non ha mai beneficiato, complice anche la sua tenera età, di un’identità culturale condivisa. La stessa Costituzione, agitata spesso come reliquia divina, se viene meno un patriottismo compiuto e trasversale, rischia di trasformarsi in un pezzo di carta senza valore. Come risollevarsi, dunque, da questa stagione di crisi sociale che anticipa, per cronologia e gravità, quella economica?

L’esperienza ci insegna che i buoni propositi, alla lunga, svaniscono schiacciati dagli eventi: possiamo dirci che andrà tutto bene, ma se queste, come spesso accade, sono solo parole di circostanza, prima o poi, tutto tornerà come prima; se non peggio di prima. Fortunatamente, anche se in pochi c’hanno fatto caso, questo non è un periodo come tutti gli altri, perché, volenti o nolenti, siamo tutti in cammino per un viaggio speciale che, salvo imprevisti apocalittici, terminerà il 25 dicembre a Betlemme. E’ lo stesso percorso che duemila anni fa fecero i Re Magi e noi, a ben vedere, li ricordiamo molto, carichi come tendiamo ad essere, in questi giorni, di doni. Con una differenza: loro sapevano a cosa, o meglio, a Chi andavano incontro. Da parte nostra, invece, andiamo sperimentando un disorientamento che, agevolato dalla crisi e dagli eventi politici di queste settimane, rischia di aggravarsi fino a farsi smarrimento.

Ma Lui, il Bambino, nascerà comunque. E già ora, nel grembo di Maria, coltiva silenzioso la speranza di poterci incontrare tutti, uno ad uno. Poco importa se arriveremo stanchi o stremati, ciò che conta è che, nei giorni di strada che ancora ci separano da Betlemme, possiamo proseguire senza incappare in ulteriori distrazioni, come imboccare la scorciatoia delle manifestazioni di piazza o dei centri commerciali. Perché Gesù Bambino, in fondo, non ha mai saputo che farsene neanche di oro, incenso e mirra. Lui aspetta i nostri cuori, e li attende impaziente dal momento in cui siamo venuti al mondo. Potrà sembrare strano, ma anche se non sa ancora parlare, quel Bambino ci ama già perdutamente. E gioirebbe senza fine se il prossimo 25 dicembre, nonostante tutto, potesse vedere un’Italia diversa e desiderosa di cambiare. E' il Suo Natale la nostra grande occasione.

 
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