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Il suicidio della Rivoluzione
Di Libertą e Persona - 02/12/2009 - Filosofia - 2161 visite - 0 commenti

Il ventesimo anniversario della morte di Augusto Del Noce  nella foto) viene a coincidere con quello della caduta del Muro di Berlino. Questa coincidenza è quanto mai simbolica, perché forse nessuno, come Augusto Del Noce, conobbe profondamente il pensiero comunista, ne tracciò un’impietosa diagnosi, ne previde la fine.

 Tema centrale della riflessione delnociana è l’inseparabilità dello studio del marxismo come filosofia dal suo risultato storico; il comunismo come realtà politica . Il tentativo di fondere filosofia e politica all’interno della storia risale, secondo Del Noce, alla Rivoluzione francese. Il processo di incubazione di questa idea è stato relativamente breve: da Rousseau, sino a Marx, in cui abbiamo la formulazione completa e insuperabile di Rivoluzione totale, come sostituzione della filosofia della prassi alla filosofia speculativa .

Si tratta, sostiene Del Noce, di una “trasposizione dell’idea della Redenzione nella tesi di una auto-liberazione dell’umanità, attraverso la storia, o meglio di una liberazione operata dalla storia, perché l’umanità, piuttosto che auto-redimersi è in realtà redenta dalla storia” . Sulla base di questa unione tra filosofia e prassi, il marxismo stabilisce il suo criterio ultimo di verità nel risultato storico dell’azione politica, cioè nella Rivoluzione intesa non come idea, ma come fatto reale . Questa idea di Rivoluzione totale operata dalla storia ha per Del Noce la sua formulazione più completa e coerente nel capovolgimento della filosofia speculativa in filosofia della prassi e nell’assunzione, con ciò stesso, della politica a linguaggio della filosofia .

L’undicesima tesi marxiana su Feuerbach secondo cui, fino ad allora, “i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; ora però si tratta di mutarlo” esprime una nuova relazione tra il pensiero rivoluzionario e la realtà. Le filosofie non saranno dunque che storiche ipotesi di lavoro, verificate sperimentalmente dalle operazioni reali a cui danno luogo .

Da qui l’importanza di Lenin e dei “rivoluzionari di professione” e la necessità di comprendere la Rivoluzione russa del 1917 come evento eminentemente filosofico. La Rivoluzione tuttavia è destinata ad essere tradita, per la sua insuperabile contraddizione interna . La previsione delnociana del crollo del cosiddetto socialismo reale si basa sulla compresenza nel sistema di pensiero marxista di due elementi destinati inevitabilmente a dissociarsi. Da una parte la Rivoluzione ha una dimensione negativa, come devalorizzazione dell’ordine tradizionale; essa nega innanzitutto ogni realtà trascendente, a cominciare dall’idea di un Dio creatore dell’universo; nega poi tutte quelle realtà che alla trascendenza e alla metafisica possono ricondursi: la famiglia, la proprietà, lo Stato, realtà che la concezione classica considera come naturali, inestirpabili dalla natura dell’uomo, ma che la Rivoluzione considera come storiche, cioè destinate ad essere trasformate e negate dal divenire storico.

Ma la Rivoluzione, per affermarsi ha bisogno di un momento costruttivo, progettuale: non può presentarsi come pura negazione, perché l’uomo aborre il vuoto e ha bisogno di riempire il suo cuore e la sua mente di affermazioni assolute: di qui il mito della Rivoluzione, attuata per realizzare nell’”al di qua” storico, quel paradiso che le religioni situano nell’aldilà celeste. La Rivoluzione ha dunque in sé un momento nichilistico, legato al primato del divenire che la caratterizza e un momento costruttivista legato al suo carattere di religione secolare, alla immanentizzazione, per usare un’espressione di Eric Voegelin, dell’“eschaton” cristiano . Avviene il suicidio quando nel processo della realizzazione i due momenti si scindono: la filosofia del divenire, per farsi rivoluzionaria, deve infatti dissolvere il momento di verità che ha in sé; e con ciò rinunziare al suo momento positivo, per risolversi in un nichilismo assoluto che costituisce il rovesciamento dell’idea stessa di Rivoluzione .

E’ il dissidio tra la Rivoluzione permanente di Trotzki e la Rivoluzione tradita di Stalin e dei suoi successori. La realizzazione storica dell’utopia comunista in Russia, tra il 1917 e il 1989, si rivelò come l’esatto contrario del passaggio dal “regno della costrizione” a quello della libertà e realizzò l’opposto del fine attribuito da Lenin alla Rivoluzione: quello del “deperimento” finale dello Stato. La dittatura sovietica del proletariato, che avrebbe dovuto costituire la fase transitoria di un processo di liberazione dell’umanità, si cristallizzò nel più massiccio Stato poliziesco della storia. D’altra parte, il socialismo reale non poteva che realizzare la Rivoluzione tradendola. Il crollo del Muro di Berlino segna la sconfitta definitiva e senza appello del marxismo sul piano della prassi, cioè proprio su quel terreno che secondo Marx avrebbe dovuto verificare la verità del suo pensiero. In questo senso il biennio 1989-1991 può essere visto, come un evento filosofico di portata non inferiore alla Rivoluzione leninista del 1917.

Del Noce, prima di morire, a ottant’anni, nella notte tra il 29 e il 30 dicembre 1989, ne intravide gli albori. Il postcomunismo e la società permissiva Il “suicidio della Rivoluzione” descritto da Del Noce non è solo una scomposizione teorica di idee; è anche il crollo di un regime che di quelle idee costruiva la inscindibile incarnazione storica. Ma che cosa sarebbe accaduto dopo la decomposizione del marxismo e la fine del socialismo reale?

Vi è un aspetto che Del Noce ha lucidamente previsto ed un altro che è sorto invece, anche per lui inaspettato, all’orizzonte storico del XXI secolo. La dissoluzione del marxismo porta, secondo Del Noce, a una società che attua la riduzione marxista delle idee a strumento di produzione, ma che rifiuta del marxismo gli aspetti rivoluzionari e messianici, ovvero quel che resta di “religioso” nell’idea rivoluzionaria. Ciò porta inevitabilmente alla società permissiva, fondata sul principio della liberalizzazione totale delle passioni, in cui ogni nozione di bene e di male viene distrutta. “L’uomo si realizza quando sia abolito ogni precetto morale, che si manifesti sotto forma di “divieto”; ossia i”comandamenti” e gli “imperativi”; la felicità conseguirà come risultato necessario alla loro abolizione” .

L’avvento della società permissiva fu annunciato dal Sessantotto, che ne fu, insieme, critica e realizzazione. Il “Sessantotto” si presentò infatti come una rivoluzione nel quotidiano e nell’ambito familiare, ulteriore a quella comunista, che, mediante una rivolta generazionale, si proponeva di “liberare” gli istinti dell’individuo e delle masse dal giogo imposto da secoli di Tradizione.

Herbert Marcuse, teorico per eccellenza del ’68, definì la rivolta giovanile come «[...] una ribellione allo stesso tempo morale, politica, sessuale. Una ribellione totale [che] trova origine nel profondo degli individui. […] Per vivere un’esistenza governata dagli istinti vitali finalmente liberati, i giovani sono disposti a sacrificare molti beni materiali» .

Alle spalle di Marcuse, Del Noce individuava il principale teorico della società permissiva nello psicanalista austriaco Wilhelm Reich, fondatore fin dagli anni 1930 di un movimento sessuo-politico secondo cui l’avversario principale da combattere era la morale cattolica e tradizionale, incarnata dall’istituto famigliare.

Ma nella genealogia rivoluzionaria, il vero profeta della liberalizzazione delle passioni fu il marchese de Sade, capostipite di una linea che secondo Del Noce passa attraverso il surrealismo, trova espressione nel marxfreudismo e si realizza infine nella decomposizione del marxismo. In questa linea di pensiero e di azione il surrealismo si presenta come “il custode del momento di rifiuto del pensiero rivoluzionario, inteso come negatore dei tre idoli necessariamente connessi Dio-Patria-Famiglia” . La società permissiva realizza questo pensiero.

 

Per Del Noce un capitolo “Da Sade al surrealismo” si rende indispensabile in una storia della filosofia . Se nel marxismo la filosofia non si distingue dalla politica, in Sade, come nel surrealismo, la filosofia non si distingue più dall’arte: quindi la forma di romanzo è quella naturale all’espressione del suo pensiero . Nato nel 1740 e morto nel 1814, Sade durante la Rivoluzione francese, partecipò in prima persona alla vita politica, come presidente della sezione di piazza Vendôme, passata alla storia con il nome sinistro di "Sezione delle picche". In quegli anni, mentre continuava la sua attività letteraria (nel giugno 1791 veniva pubblicato Justine), redasse una serie di violenti opuscoli politici.

Nel più noto di essi, dal titolo Francesi ancora uno sforzo, egli esorta il popolo francese a compiere la Rivoluzione, portando all'ultima coerenza i princìpi dell'89. "O voi che avete messo mano alla falce – esclama – inferite l'ultimo colpo all'albero della superstizione... Già i nostri pregiudizi si dissolvono, già il popolo abiura le assurdità cattoliche; ha già soppresso i templi, ha abbattuto gli idoli, si è convenuto che il matrimonio non è più un atto civile, i confessionali demoliti servono a riscaldare le sale pubbliche; i pretesi fedeli, disertando il banchetto apostolico, lasciano gli dei di farina ai sorci. Francesi, non fermatevi: l'Europa intera, una mano già sulla benda che abbacina i suoi occhi, attende da voi lo sforzo che deve strapparla alla sua fronte.... Francesi, ve lo ripeto, l'Europa aspetta da voi, di essere a un tempo liberata dallo scettro e dall'incensiere" .

Né i delitti contro Dio, conosciuti sotto i nomi vaghi e indefiniti di empietà, di sacrilegio, di blasfemia, di ateismo, né i misfatti che possiamo commettere verso i nostri fratelli (la calunnia, il furto, le cosiddette impurità) possono in alcun modo, per Sade, essere considerati delitti . In particolare, i delitti noti come prostituzione, adulterio, incesto, stupro e sodomia per il nostro cittadino, non sono tali. Il pudore, lungi dall'essere una virtù, è uno dei primi effetti della corruzione . “Mai la lussuria fu considerata un crimine presso nessuno dei popoli saggi della terra. Tutti i filosofi sanno bene che è solo agli impostori cristiani che dobbiamo di averla costituita in delitto” . Egli auspica la costruzione di “luoghi sani, vasti, ammobiliati con proprietà e sicuri da tutti i punti di vista”, dove “tutti i sessi, tutte le età, tutte le creature saranno offerte ai capricci dei libertini che verranno a goderne, e la più totale subordinazione sarà la regola degli individui presentati; il più leggero rifiuto sarà punito all'istante secondo l'arbitrio di chi l'avrà subito” . “Nessun uomo – incalza – può essere escluso dal possesso di una donna dal momento che è chiaro che essa appartiene decisamente a tutti gli uomini” . La sodomia è incoraggiata come l’incesto. “Teniamo dunque per certo che è altrettanto semplice godere di una donna in un modo che nell'altro, che è assolutamente indifferente godere di una fanciulla o di un ragazzo” .

L'incesto, da parte sua, “estende i legami della famiglia e rende per conseguenza più attivo l'amore dei cittadini per la patria”. “Come è possibile – incalza – che uomini ragionevoli abbiano potuto portare l'assurdo fino al punto di credere che il godimento della propria madre, della propria sorella o della propria figlia possa mai divenire criminale!” . “Non vi è in una parola, nessuna sorta di pericolo in tutte queste manie: si spingessero anche più lontano, giungessero fino ad accarezzare dei mostri e degli animali, come ci mostra l'esempio di parecchi popoli, non ci sarebbe in tutte queste sciocchezze il più piccolo inconveniente, perché la corruzione dei costumi, spesso molto utile in un governo, non può nuocere sotto nessun profilo” .

Il programma che il cittadino Sade propone con brutale franchezza non è molto diverso del progetto relativista che oggi mira a estinguere ogni traccia della legge naturale e cristiana dalla società contemporanea. Del Noce nega carattere rivoluzionario a questo progetto che descrisse fin dagli anni Settanta, vedendovi piuttosto un momento del processo di rovesciamento della Rivoluzione in pura dissoluzione . E tuttavia se si considera la Rivoluzione come processo storico, si vedrà che il filo conduttore delle sue metamorfosi, è costituita proprio dal nichilismo.

L’essenza della Rivoluzione, al contrario di quanto sembra pensare Del Noce, non è infatti nel suo aspetto progettuale, ma in quello dissolutorio, in ciò che nega, non in ciò che pretende costruire. In questo senso l’abbandono dell’idea marxiana di Rivoluzione non è evidentemente l’abbandono della Rivoluzione, ma solo della giustificazione concettuale che la Rivoluzione ha voluto dare del suo processo in una data fase storica. Il nichilismo della società permissiva è il tradimento della Rivoluzione marxista, ma non della Rivoluzione tout court che, nella sua essenza è negazione allo stato puro. Oggi ciò che caratterizza la IV Rivoluzione postmoderna (il termine e il concetto si devono a Plinio Corrêa de Oliveira ) è il progetto di totale decostruzione della natura umana e delle sue leggi, il passaggio dalla società permissiva a quella “post-umana” di cui la scienza vorrebbe dischiuderci le porte...

Dalla relazione del prof. Roberto De Mattei al Convegno nel ventennale della morte di Augusto Del Noce CNR, Aula Marconi Roma - 20 novembre 2009

 
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