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La politica e i suoi virus
Di Giuliano Guzzo - 11/11/2009 - Attualitą - 913 visite - 0 commenti

L’allarme lanciato stamane da Pierluigi Battista sulle colonne del Corriere della Sera non è isolato. Appena pochi giorni fa, anche Marcello Veneziani sollevava lo stesso problema: ci stiamo imbarbarendo e stiamo lasciando la politica nelle mani di un teppismo culturale che irride la civiltà e mortifica la ragione. A giudicare dagli scenari venutisi a delineare, non esagera chi allude ad un punto di non ritorno: o si contrasta con fermezza la tendenza in corso, oppure il funerale della politica, in corso già da qualche anno, si celebrerà senza più inversioni di rotta. Dove sta il problema? La domanda, pur legittima e sensata, andrebbe in questo caso capovolta per sondare quali siano, se esistenti, aree della politica ancora efficienti e decontaminate da quel virus che chi governa dovrebbe debellare. Trattasi di un virus decennale, ben più grave d’ogni influenza stagionale: l’estinzione dell’idea di bene comune. Se siamo giunti a questo punto, infatti, è perché col crollo delle ideologie, del quale si celebra in questi giorni l’anniversario, lo stesso pensiero politico è venuto meno: si è pensato, complici entusiasmi tutti occidentali, di poter redigere progetti senza curarsi della prospettiva, di promuovere ideali senza cercare idee, di sostituire in toto la liceità con la legalità. Insomma, è venuta meno ogni antropologia politica, ogni idea sull’uomo distinta dal suo essere mero individuo; si è creduto che, in fondo, ogni elettore non fosse che un consumatore da sedurre e convincere, un “essere astratto” direbbe Rosmini.

Di qui la degenerazione della politica in pubblicità, del bene in male minore. E’ quindi grazie, si fa per dire, all’estinzione della dimensione prospettica che hanno fatto la loro comparsa sulla scena politica le risposte brevi, le battute e gli slogan. Ci siamo convinti che la fretta, benché cattiva consigliera, fosse l’unica sempre a disposizione e la sola in grado di non farci perdere tempo, oggi che il tempo è danaro. Abbiamo così finito col barattare l’istituzione con l’azienda, la religione con la psicologia, la giustizia con la convenienza. Il colpo mortale a questo marcio intendere la politica, infine, è venuto dalla bioetica, ossia non più dalla possibilità, bensì dalla palese necessità di stabilire chi siamo e cosa ci facciamo su questo mondo. Il risultato è stato quello che profetizzava Max Scheler allorché, decenni addietro, asseriva che “nella storia di oltre diecimila anni, questa è la prima epoca in cui l’uomo è diventato di per sé radicalmente problematico. L’uomo non sa più chi egli sia”. Per farla breve, ci siamo persi. Persi al punto che, grazie anche Judith Butler e alle sue idee sul cosiddetto “genere”, oggi non sappiamo più neppure con chi fare l’amore e ci rifugiamo dai trans, che poi altro non sono che l’incarnazione del politicamente corretto in quanto capaci, nella loro costitutiva ambiguità, d’essere ora uomini ora donne.

Quanto durerà tutto questo? Difficile dirlo. Ad ogni modo, il ritorno della violenza politica non sarà contrastabile se ci limitiamo, come suggerisce Battista, a prendercela con “chi dovrebbe imprimere una poderosa spinta alla moderazione”. Certo, invocare la tregua è giusto. Ma non basta. Urge ripensare l’intero sistema delle istituzioni, per conferire nuova credibilità non solo al Palazzo, ma pure alla società civile nel suo insieme; se davvero, come sostiene Stefano Zecchi,diveniamo ciò che pensiamo, allora è arrivato il momento di pensarci migliori e di smetterla con la scorciatoia del realismo, troppe volte pretesto per la rassegnazione. Ma non dobbiamo neanche farci prendere - tanto più dinnanzi ad un questione di questa portata - dalla tentazione di risolvere tutto subito, magari decapitando l’attuale classe politica con la scusa della fedina penale. Non è di una rivoluzione che abbiamo bisogno, e nemmeno di un cambiamento stile Barack Obama, presidente insignito del Nobel sulla fiducia e sulle bombe. Una speranza, ecco cosa ci serve; senza euforia ma con la consapevolezza di averne bisogno. Perché la speranza, come diceva Bernanos, è sempre un rischio da correre.

 
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