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La sentenza di Strasburgo sui crocifissi e i suoi effetti
Di Libertą e Persona - 09/11/2009 - Attualitą - 878 visite - 0 commenti

Ometto ogni mia valutazione e, immaginando che i lettori possano avervi interesse, mi limito ad alcune annotazioni sulla situazione determinata dalla sentenza con la quale la Corte europea dei diritti dell'uomo ha deciso che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni, e della libertà di religione degli alunni.

Nella motivazione i giudici Françoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), Isil Karakas (Turchia) affermano che “la presenza del crocefisso (...) nelle aule scolastiche, potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso” ed essere, quindi, indotti a pensare di trovarsi “in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione”.

D'altra parte la Corte si dice non “in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana”.

Dalle notizie di stampa non risulta se la sentenza sia stata presa all'unanimità o a maggioranza e se qualche giudice si sia avvalso della facoltà di esprimere il proprio motivato dissenso. Dissenso è stato espresso, oltre che dal Vaticano, che ha definito la sentenza “miope”, e, in Italia, da molte forze politiche di maggioranza e di opposizione, e dal governo, che ha espresso la volontà d'impugnare la sentenza. Si tratta tuttavia di un percorso ad ostacoli. Difatti la Corte di Strasburgo è composta di varie “Camere”, che hanno più o meno la funzione di giudici di primo grande e di una Grande Camera, corrispondente all'incirca alla nostra Cassazione.

Le parti non soddisfatte della decisione di una Camera possono, entro tre mesi, impugnarla davanti alla Grande Camera, alla quale spetta tuttavia decidere se dare il via libera, indipendentemente da quella che sarà poi la decisione finale, all'impugnazione, che l'art. 43 della Convenzione europea ammette solo “quando la questione oggetto del ricorso solleva gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione o dei suoi protocolli, e anche una grave questione di carattere generale”. Purtroppo non è affatto certo che i “laicissimi” giudici della Corte considerino “grave” e di “carattere generale” la questione della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche.

Senza anticipare nulla, si pone comunque fin d'ora la domanda sul “Che fare?” nel caso che l'impugnazione venga dichiarata inammissibile o respinta con sentenza. Al momento la Convenzione affida sostanzialmente l'esecuzione delle sentenze alla buona volontà dei singoli Paesi interessati sia pure sotto la sorveglianza del Comitato dei Ministri (attuale art. 46). L'esperienza ha tuttavia evidenziato che molti Paesi non sono troppo solleciti nel dare esecuzione a sentenze sgradite e che il Comitato dei Ministri non dispone di adeguati mezzi di pressione, dal momento che si ritiene che il ricorso (già oggi possibile) all'art. 8 della Convenzione (sospensione del diritto di voto in Comitato ed eventuale espulsione dall'Organizzazione) sia una misura estrema e nella maggior parte dei casi controproducente. In data 12-13 marzo 2004 è stato, quindi, varato il “Protocollo di emendamento” n. 14, che, all'art. 16, modifica l'art. 46 della Convenzione nel senso di rendere possibile, attraverso una particolare procedura, che coinvolge la Corte, la condanna dello Stato inadempiente al pagamento di una sanzione finanziaria.

Tuttavia il Protocollo n. 14 non è ancora entrato in vigore a causa della mancata ratifica da parte della Russia (si ricorda che ci si muove nell'ambito non dell'Unione Europea, ma del Consiglio d'Europa, del quale è organo la Corte di Strasburgo). Di conseguenza il governo italiano, se è veramente deciso a non dare applicazione alla sentenza anti-crocifisso, dispone di un non indifferente spazio di manovra per fare conoscere a chi di dovere questa propria ferma determinazione, che, anche per il possibile coinvolgimento di altri Stati, potrebbe aprire una grave crisi nel Consiglio d'Europa, che tutti hanno certamente interesse ad evitare. Francesco Mario Agnoli, magistrato, da Voce di Romagna, 5/11/2009

 
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