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Un “sì” a misura di cielo
Di don Massimo Vacchetti - 15/08/2011 - Religione - 2062 visite - 0 commenti

Per comprendere il dogma di Maria assunta in cielo, occorre secondo me, approfondire il fattore decisivo dell’intera storia umana, ossia il “sì” pronunciato da una ragazza dentro le stanze della sua casa a Nazareth, piccolo borgo della Galilea. Quel “sì” è il fattore determinante l’ingresso di Dio nel mondo. Senza quel “sì”, l’Onnipotenza di Dio si sarebbe arrestata, rispettosamente umile, davanti all’abisso spalancatoGli da quella libertà. Se quella giovane non avesse ceduto alla seduzione di Dio Questi si sarebbe ritratto, inavvicinabilmente, nella sua Maestà.

E invece, quelle labbra, per quella semplice sillaba, hanno aperto la porta all’irruzione di Dio nel tempo e nella storia. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questo fatto costituisce il fattore decisivo per la comprensione non solo dell’avvenimento cristiano, ma pure del senso e del valore della storia e della persona. Dio fa dipendere l’Incarnazione, ossia il suo agire per la redenzione dell’Universo, dalla libera adesione di questa donna.

L’Onnipotente dipende da un’ umile ragazza. Maria, quindicenne, accettando le avances di Dio di fatto ne accredita l’entrata nel mondo. Il suo “sì” è la porta attraverso cui si compie il passaggio del Mistero Creatore di tutte le cose che viene per abitare in mezzo all’opera della Sua creazione. Questo - mi sembra – costituisce un punto capitale da tenere sempre in considerazione ogni qual volta ci imbattiamo negli avvenimenti mariani e nei suoi dogmi. La sua, tuttavia, non è la risposta puntuale ad una domanda precisa dell’angelo. O meglio, lo è, ma è qualcosa di più. L’angelo le porta il lieto annunzio – questo è il Vangelo – della volontà divina di prendere dimora in mezzo agli uomini. Eppure l’affermazione di questa ragazza che tutte le generazioni chiameranno beata, abbraccia tutta la portata, tutta la pienezza del Vangelo.

E’ come se Maria intuisse che da quella risposta dipenda non solo l’Incarnazione, ma anche il destino dell’uomo. Il suo è un “sì” a tutto il disegno di Dio sulla storia, sulla creazione, sulla redenzione, sulla persona. Le labbra di Maria si schiudono per accogliere l’intera volontà di Dio che desidera per l’uomo un destino di Gloria, e di partecipazione all’Amore Trinitario. Quell’uomo fatto di fango ma colmo dello spirito divino, così come ci racconta la Genesi, non più destinato alla polvere ma al cielo; non più destinato alla dissoluzione ma alla resurrezione della carne.

Il suo è il “sì” di ogni uomo che desidera l’eternità. Alla domanda angelica, entrambi, Dio e l’uomo, sono in attesa. L’uno di entrare nel mondo per salvarci; l’altro di salvarsi, entrando nei cieli. Dio dipendente del “sì” di Maria per farsi della nostra natura umana, l’uomo dipendente del medesimo “sì” per elevarsi a partecipare della natura divina. Uno dei titoli ricorrente delle Litanie Lauretane, evoca la Madonna come “ianua coeli”, ovvero porta del cielo. L’adesione di Maria è porta attraverso cui il Cielo si è racchiuso nel suo grembo, preparando in quei nove mesi il Suo vestito di terra.

Allo stesso modo, è porta sulla cui soglia l’uomo, in quel tempo senza tempo che comincia con la sua morte e termina con la resurrezione dei corpi, aspira a vestirsi di Cielo. “Ave, o stella del mare, madre gloriosa di Dio, vergine sempre, Maria, porta felice del cielo” recita uno dei canti mariani più cari al nostro popolo. Porta, ossia mediatrice di salvezza. Infine, vorrei in questo anno sacerdotale, in occasione del 150 anniversario della morte del Curato d’Ars, fare un’ultima considerazione. Il “sì” di ogni sacerdote mi appare molto simile al “sì” della Madonna e spiega il perché il sacerdozio non può che essere profondamente mariano. Il suo “sì”, espresso nella sua consacrazione in eterno a Dio, lo abilita, a immagine di Cristo e Maria, ad essere porta di Dio.

L’Onnipotente si fa dipendente di questo “sì” senza il quale non potrebbe farsi presente nel segno del pane e del vino; (senza il sì di un uomo, Dio non potrebbe ) né potrebbe comunicare la sua Redenzione nel sacramento della misericordia. Ma a che cosa è deputato il “sì” sacerdotale? Non solo alla celebrazione devota e puntuale dei sacramenti, vera Presenza di Dio nel mondo e nella storia, ma all’ingresso nei cieli delle anime. E’ questo ciò che deve chiedersi ad un sacerdote. E’ questo a cui è ordinato il suo ministero.

 

 Il Curato d’Ars mentre si reca ad assumere il possesso della Parrocchia affidatagli, incontra un ragazzino a cui chiede gentilmente la strada. Questi gliela indica. E il Curato gli risponde: “Io ti mostrerò la via del Cielo”. Questa scena è raffigurata all’ingresso di Ars e ne costituisce come un compendio di una vita trascorsa tra il confessionale per restituire all’uomo infangato la veste di Cristo, veste profumata di Dio e lavata per sempre nelle acque del sangue redentore e l’altare da dove il pane disceso dal cielo si dona per elevarci fino alla Gloria della vita eterna. Il sacerdozio è configurato a questa missione. Non solo è la porta di Dio perché questi venga a nutrire con la sua carne e il suo sangue l’uomo bisognoso di misericordia, ma è anche il varco, perché segno di Cristo porta del cielo che conduce l’uomo al suo vero compimento, al sua destino eterno.

 
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